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Addio Massaroni, mago della meccanica

Faceva cantare i vecchi trattori, rimetteva in moto rottami che neanche il demolitore voleva. E in quasi sessant’anni ha trasformato l’aia di casa e i suoi campi nel più grande “museo” italiano della meccanizzazione in agricoltura della prima metà del Novecento.

Domenico Massaroni, 79 anni, mago della meccanica, è morto ieri. Lascia una sterminata e preziosa eredità di trattori a scoppio e trebbiatrici a vapore.

Era un bel personaggio, Domenico. Figlio di un vice sindaco comunista della poverissima Porchia (Ascoli Piceno), nel 1957 seguì l’ondata migratoria dei marchigiani dell’ascolano e del maceratese che colonizzarono la campagna di Bellaria. Il padre gli aveva fatto frequentare le rinomate Professionali di Fermo, corso di meccanica. Così, più che fare il coltivatore diretto (che era comunque sempre meglio della condizione di mezzadro nell’ascolano), preferì dedicarsi a un’officina dove gli agricoltori gli portavano di tutto. Trattori, motopompe, fresatrici, seminatrici… per lui nessun motore aveva segreti, tutto era riparabile, rinnovabile, trasformabile.

«Fare il meccanico – mi raccontò nel 2003 Massaroni quando scrissi su di lui un servizio per l’Unità – è stata una scelta di vita. Nel mio destino, per la verità, c’era il lavoro nei campi. Ma i proprietari terrieri non mi piacevano, ti portavano via i soldi dopo averti sfruttato. Il mio primo trattore è stato un Landini L45 serie prima del 1949 pagato 80 mila lire nel ’61 più altre 170 mila per i pezzi di ricambio. L’ho usato tanto. Nel ’64 vedo un Landini L35 (i numeri indicano i cavalli), mi piace perché più leggero e con una buona potenza. Tengo anche il primo L45 e, senza saperlo, divento collezionista. Poi mi capita un Oto Melara da 25 cavalli che stavano per demolire. Mi piange il cuore e cosa faccio? Lo salvo ed eccolo ancora lì. Fantastico il Landini barra 8, dove otto sta per il numero di marce tra ridotte e normali. Sono trattori costruiti dopo la guerra, neanche decrepiti ma negli anni Settanta non riescono a competere con i nuovi Fiat. Quando non vanno più, io arrivo prima del demolitore, li compero a peso e li restauro. Ma i ricambi non si trovano, per autocostruirli ho bisogno, almeno, di tornio e pressa. Alla fine mi indebito e acquisto anche la rettifica perché i miei ricambi sono unici e non entrano in un ciclo industriale. Nel 1977, tra Reggio e Parma, vedo un Superlandini del 1935, un rottame che smonto e rimetto a nuovo. È un Superlandini anche questo qua ma il filtro dell’aria è più grosso. Mussolini li aveva ordinati per le colonie d’Africa e servivano precauzioni contro la polvere. Ma guarda questo Lanz Bulldog tedesco: ha una meccanica innovativa e infatti la Landini lo ha imitato in molte parti».

Landini è, ancora oggi, un nome conosciuto nella meccanica agricola. La fabbrica reggiana continua a produrre trattori. Ma alzi la mano chi ha mai sentito parlare dei Bubba di Piacenza. Massaroni, di Bubba, ha il “Centauro” e l'”Ariete”. E poi anche quattro Orsi, rinomata fabbrica di Tortona. E se Orsi aveva, nel ’30, aveva chiamato “Argo” la sua ammiraglia coi cingoli, la risposta di Landini nel ´33 era stata il “Velite”: mostro contro guerriero, nei campi dove le prime coppie di buoi venivano messe a riposo.

«Il pezzo più raro? Forse l’Orsi del 1950: non è un’antichità ma ne hanno prodotti pochi, penso che tirato a lucido come il mio non ce ne sia un altro e per questo l’ho messo nel giardino, vicino al posto d’onore della locomotiva, una trebbiatrice a vapore usata dal 1910 al 1935 nella tenuta Torlonia di San Mauro Pascoli».

Tutto funzionante, tutto “vivo”. Nel senso che un “museo” come quello di Massaroni deve muoversi ogni giorno, i grandi monocilindrici “devono cantare bene”, come diceva Domenico. Solo che per farli cantare non basta girare la chiave ma bisogna scaldare la testa con la fiamma viva, girare il volano con un colpo secco, sperare che si metta in moto dalla parte giusta… e poi fargli macinare un po’ di terreno, a volte mandarli “in trasferta” a una festa dell’Unità, alla sfilata del Primo Maggio, al raduno della parrocchia o a qualche mostra scambio.

Ogni tanto andavo a casa di Domenico. Per salutare lui e sua moglie, per parlare di politica. E per il giro di prassi tra la sua incredibile officina piena di nidi di rondine e la sua collezione che aveva l’odore della fatica del lavoro nei campi. Per principio non vendeva mai, Domenico. Spesso scambiava. Un trattore restaurato per tre rottami da rimettere a nuovo e il “museo” cresceva, cresceva… Resta ora l’incognita sul destino di questo prezioso museo. Le istituzioni farebbero bene a interessarsene.

Il funerale si terrà giovedì 15 settembre alle 15 con partenza dalla sua abitazione in via Belvedere a Bellaria per la chiesa Santa Margherita.

Onide Donati

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