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Adozione in canile: perché sono così ‘difficili’?

Da tempo la cittadinanza locale sta dimostrando di avere a cuore i cani abbandonati e non sono pochi quelli che si recano in canile per adottarne uno. Purtroppo alcuni, dopo avere parlato con gl’ addetti ai lavori, escono a mani vuote, commentando amaramente quanto adottare sia complicato. 

Insomma le adozioni sono più difficili di quanto non si vorrebbe. E tutti non capiscono il perché, dal momento che voglio fare solo del bene. 

La risposta dovrebbe essere ovvia. Certo non è piacevole sentirsi dire di no, sapendo che in una casa un quattro zampe starebbe meglio che in canile, sapendo che sarebbe amato.

Il fatto è che, gli operatori del canile, oggi non sono quelli di dieci anni fa, ossia lì solo per pulire i box, dare i cani con la facilità di un negozio per animali, ma sono persone che hanno acquisito delle competenze specifiche e quindi fanno le adozioni in funzione dei cani e non degli uomini, guardando, insomma al benessere dei loro protetti. Un benessere a 360%.

Purtroppo molti aspiranti padroni, nonostante la buona volontà, non sono adatti ad un cane per mille motivi, e gli operatori sanno che un qualunque disagio vissuto dal cane potrebbe diventare, con il tempo un problema più grosso. Non solo, c’è da ricordare che molti cani del canile vengono da una situazione difficile, spesso di maltrattamento, e quindi le adozioni devono essere fatte quanto più responsabilmente.  

Molte critiche derivano da una cultura cinofila antiquata, quella tramandata dai nonni: un cane perché stia bene è sufficiente amarlo. I responsabili dei canili, come ho detto, hanno studiato la cinofilia moderna che si basa su studi fatti negli ultimi anni da zooantropologi ed etologi, e sanno meglio di chiunque altro cosa serve ad un cane per stare bene. 

Oggi c’è un percorso pre-adozione e post- adozione per aiutare il cane a cambiare vita, e aiutare i nuovi padroni a conoscere il cane e le sue esigenze che si differenziano da razza a razza e da cane a cane, basate anche sull’esperienze che l’animale ha fatto in precedenza.

Chiudo con un esempio: una famiglia composta da tre persone che lavora otto ore al giorno e vuole un cane, riceverà probabilmente un no! Un cane ha bisogno di relazione e non di trascorrere otto ore in casa da solo, giocando con i padroni solo quell’ora al loro ritorno per poi essere rispedito nella cuccia. Ma se un membro della famiglia lavorasse in smart – working o farebbe un lavoro a turni allora le possibilità di portarsi a casa un cane aumenterebbero.

I cani non sono giocattoli, sono essere senzienti.

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