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In due anni in Emilia-Romagna si sono perse 16,5 milioni di presenze turistiche. Pillole dal centrodestra


Affitti brevi, una legge regionale sbagliata


22 Marzo 2026 / Maurizio Melucci

Affitti brevi, una legge regionale sbagliata

Ho preferito attendere prima di esprimere un giudizio sulla legge regionale n. 10 dell’Emilia-Romagna in materia di affitti brevi. Volevo capire se le perplessità iniziali fossero solo una mia impressione. Le prese di posizione degli operatori del settore, arrivate nelle ultime settimane, indicano invece che quei dubbi erano fondati.

La norma nasce con l’obiettivo di regolamentare un fenomeno in forte espansione. Negli ultimi anni, infatti, il comparto extra-alberghiero ha registrato una crescita significativa, favorita anche dall’introduzione del CIN, che ha reso obbligatoria la registrazione degli immobili sulle piattaforme online, facendo emergere molte attività prima irregolari. Un percorso che sembrava andare nella direzione della trasparenza.

La nuova legge regionale rischia però di interrompere questo processo. Il punto più critico è la mancanza di una distinzione chiara tra locazioni brevi esercitate in forma imprenditoriale e quelle gestite da privati. Per entrambe le tipologie vengono previsti obblighi rilevanti: autorizzazione comunale, cambio di destinazione d’uso e pagamento dei relativi oneri (qualche migliaio di euro a seconda della posizione e della grandezza dell’appartamento), oltre alla piena conformità urbanistica ed edilizia degli immobili.

È proprio quest’ultimo aspetto a creare le maggiori difficoltà. In molte aree della regione, soprattutto nei borghi storici e nei centri minori, il patrimonio immobiliare è costituito da edifici datati, spesso non perfettamente allineati alle normative edilizie attuali. Adeguarli può richiedere interventi costosi, complessi o, in alcuni casi, non realizzabili.

Di fronte a questi vincoli, è realistico prevedere due effetti: da un lato, proprietari che rinunciano a immettere gli immobili sul mercato; dall’altro, una possibile spinta verso forme di locazione non dichiarate. Si tratta di un esito paradossale per una legge nata con finalità di regolazione.

Un ulteriore elemento di criticità riguarda il confronto con altre regioni. In Toscana, ad esempio, si è scelto un approccio più equilibrato, che distingue tra attività imprenditoriali e non imprenditoriali e concentra gli obblighi sui requisiti essenziali di sicurezza e igiene, senza imporre verifiche urbanistiche altrettanto stringenti.

L’Emilia-Romagna sembra invece aver adottato una linea più rigida, che rischia di comprimere un settore ormai strategico per il turismo. Gli affitti brevi hanno contribuito in modo rilevante alla crescita delle presenze, in particolare nelle aree dove l’offerta alberghiera è limitata, favorendo un modello di turismo diffuso capace di valorizzare anche i territori meno centrali.

Lo scenario che si profila è quindi quello di una progressiva riduzione dell’offerta regolare, accompagnata da maggiori difficoltà nell’ottenere autorizzazioni e nel mantenere quelle esistenti dopo il periodo transitorio. Le conseguenze non riguarderebbero solo i proprietari, ma l’intero sistema turistico regionale.

Regolamentare è necessario. Ma farlo senza un adeguato equilibrio tra esigenze di controllo e sostenibilità rischia di produrre effetti controproducenti. Senza correttivi, il pericolo è quello di indebolire un settore che, fino ad oggi, aveva dimostrato di poter crescere in modo ordinato e contribuire allo sviluppo del territorio.

In due anni in Emilia-Romagna si sono perse 16,5 milioni di presenze turistiche

Il titolo, a ben vedere, non è sbagliato. Non c’è errore materiale, né svista. C’è però un confronto che, messo nero su bianco, racconta una storia molto diversa da quella celebrata fino a ieri.

Nel 2024 il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, parlava senza mezzi termini di un risultato “formidabile” riferito all’anno 2023: 61,8 milioni di presenze, capaci non solo di superare il 2022 ma addirittura il mitico 2019, l’ultimo anno pre-Covid. Una narrazione potente: la terra che resiste, reagisce e rilancia. L’Emilia-Romagna come locomotiva turistica.

Poi arrivano i dati consolidati ISTAT. E la locomotiva, improvvisamente, sembra aver perso parecchi vagoni per strada.

Le presenze scendono a 44,1 milioni, gli arrivi a poco più di 13,2 milioni. Tradotto: meno 16,5 milioni di presenze e meno 1,3 milioni di arrivi rispetto ai numeri celebrati. Altro che “anno record”. Qui il record è nella differenza.

Che cosa è successo? Nulla di clamoroso, in realtà. Nessun crollo improvviso del turismo, nessuna fuga di massa dalle spiagge romagnole. È cambiato semplicemente il metro di misura.

Per anni la Regione – sotto la guida di Bonaccini e dell’assessore Corsini – ha utilizzato i dati dell’osservatorio turistico regionale, basati su parametri diversi da quelli ISTAT. Un sistema che, evidentemente, produceva numeri più generosi. Diciamo così: più “ottimisti”.

Il problema è che quei numeri non sono confrontabili con quelli ufficiali. Né a livello nazionale né europeo. Per le statistiche vere, quelle che contano, valgono solo i dati ISTAT. Gli stessi che gli albergatori sono obbligati a comunicare, pena sanzioni anche piuttosto salate.

Quindi no, non è successo nulla nel turismo. È successo qualcosa nei numeri.

Per anni si è raccontata una crescita che, a guardarla oggi con gli strumenti ufficiali, appare decisamente ridimensionata. Non un dettaglio tecnico, ma una differenza sostanziale. Perché tra 61,8 e 44,1 milioni non c’è solo uno scarto: c’è una narrazione completamente diversa.

E qui sta il punto.

Gonfiare i dati – o, più elegantemente, scegliere quelli più favorevoli – può servire a costruire comunicati stampa efficaci e a far gonfiare il petto agli amministratori di turno. Ma serve a poco altro. Non aiuta a capire dove il turismo cresce davvero e dove invece arranca. Non aiuta a individuare criticità, né a pianificare interventi seri.

Anzi, rischia di fare il contrario: nascondere i problemi sotto una coltre di entusiasmo numerico.

Perché poi arriva sempre il momento in cui i numeri veri bussano alla porta. E lì la realtà non è negoziabile.

Il turismo emiliano-romagnolo non è un disastro, sia chiaro. Ma non è nemmeno quella corsa trionfale raccontata fino a ieri. È un settore che ha bisogno di analisi lucide, non di fuochi d’artificio statistici.

I dati, se usati bene, sono uno strumento prezioso. Servono a leggere il presente e progettare il futuro. Se usati male, diventano solo propaganda.

E con la propaganda, prima o poi, si finisce sempre contro un muro. Meglio accendere la luce prima.

Stefano Bonaccini ex presidente della regione Emilia-Romagna

Pillole dal centrodestra

Carlo Rufo Spina

Rufo Spina, uomo di punta di Fratelli d’Italia e tra i possibili candidati sindaco del centrodestra per il 2027, ha finalmente chiarito la sua idea di turismo: meno alberghi, più appartamenti. Durante il dibattito in consiglio comunale, il consigliere Carlo Rufo Spina ha sostenuto che «va data la possibilità di convertire una parte delle strutture ricettive a mare della ferrovia in residenziale. E noi lo proporremo con il nuovo Piano urbanistico generale che presenteremo in campagna elettorale».

Tradotto: invece di rilanciare la zona turistica, migliorare i servizi, ridurre il costruito, creare più spazi e abbassare la densità urbanistica, per Fratelli d’Italia la soluzione sarebbe fare cassa con gli alberghi chiusi o marginali, trasformandoli in appartamenti. Una visione davvero lungimirante: smontare pezzo dopo pezzo il sistema turistico di Rimini e chiamarla riqualificazione.

Su questo il sindaco e la maggioranza hanno risposto con durezza, e a ragione: «Sarebbe una sciocchezza permettere di costruire ovunque appartamenti e smantellare il sistema turistico di Rimini». Concordo pienamente. Per raccattare qualche voto in più — magari da chi sogna l’ennesima operazione immobiliare — Rufo Spina e FdI sono pronti a stravolgere definitivamente la nostra zona turistica.

Altro che progetto per il futuro: qui siamo al solito vecchio copione. Quando non si sa come valorizzare un territorio, lo si mette sul mercato. Poi magari ci racconteranno pure che è una scelta moderna. Sì, moderna come spacciare una resa urbanistica per una grande idea di sviluppo.

Beatriz Colombo

“Leggo con stupore le dichiarazioni del consigliere Stefano Paolini, nonché coordinatore di Fratelli d’Italia di Riccione, in merito all’acquisizione di Villa Mussolini da parte del Comune. È prematuro parlare di “vittoria della città”. Lo sarebbe se ci trovassimo di fronte a un’amministrazione non dico illuminata, ma quantomeno dotata di una visione chiara e concreta nell’acquisizione di un così importante monumento.”  Così l’onorevole di Fratelli d’Italia Beatriz Colombo qualche guorno fa a commento delle dichiarazioni del suo collega di partito sull’acquisizione di Villa Mussolini da parte del Comune.

Peccato ha perso un’occasione per tacere o quanto meno di informarsi.

La deputata Beatriz Colombo parla di “mancanza di visione”. Il problema è che, mentre lei lancia slogan, la realtà è già andata avanti — e non nella direzione che immagina.

L’unica vera alternativa al progetto del Comune, quella della società torinese David2, è stata letteralmente smontata dallo storico Stefano Pivato: confusa, approssimativa, culturalmente fragile. Un “zibaldone” più che un progetto. Talmente debole che, a quanto emerso, non supererebbe neppure un esame universitario.

E mentre Colombo parla di vaghezza, il Comune guidato da Daniela Angelini porta sul tavolo investimenti reali, una storia di gestione concreta e una visione coerente con l’identità della villa. Non parole, ma fatti.

Il passaggio decisivo però è un altro: dopo aver ascoltato le critiche tecniche, la Fondazione ha scelto il Comune. Fine della discussione. Continuare a parlare di “dubbi” a giochi fatti non è prudenza. È semplicemente fuori tempo.

Maurizio Melucci