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A Rimini sono mancati mancati i tempi supplementari

Un po’ di giorni fa, spatacando nel disordine delle mie scartoffie, ho trovato una pagina di giornale che conteneva il titolo: «E il centrodestra corteggia Mariotti».

Distrattamente, ho lì per lì pensato fosse in riferimento a queste ultime elezioni comunali, ma guardando meglio ho visto trattarsi invece di una pagina della defunta “La Voce”, datata 26 gennaio 2016.

Si sa come sia poi andato a finire quell’iniziale corteggiamento. Lo stesso che il centrodestra gli ha rinnovato in prossimità del recente voto amministrativo, quando Mariotti il 30 maggio ha dichiarato: «Mi hanno chiesto di candidarmi: valuterò». Dopodiché, conclusa velocemente la riflessione, il 5 giugno annunciava: «Pronto a candidarmi per un progetto condiviso». Ma anche questa volta si sa come sia finita.

Nel centrodestra di Renzi e Barboni ci sarà sicuramente in questo momento più d’uno che, di fronte agli 84 voti racimolati da Mariotti nell’altro centrodestra, quello di Gloria Lisi, starà commentando: “Meno male che con lui abbiamo lasciato perdere. Se no, altroché l’effetto Ceccarelli!”

Un’altra pagina di giornale l’avevo invece volutamente conservata, incurante della scaramanzia. É dello scorso 28 gennaio e contiene un articolo in cui Mago Morrone profetizza: «Vinciamo al primo turno». Una previsione, questa, che poi Salvini, com’è nel suo stile, ha ingentilito la sera del comizio in Piazza Cavour: «Forza Enzo, sento profumo di vittoria!» In realtà era quello che saliva dai piedi del povero Ceccarelli, già sudatissimi per il frenetico andirivieni fra Rimini e Bellaria a cui li ha sottoposti in una campagna elettorale svolasi sotto il sole.

Anche per questo Jamil ha fatto bene a rendere al suo rivale l’onore delle armi, per avere egli accettato, da buon soldatino, di rispondere signorsì alla richiesta di avventurarsi in un’impresa a dir poco stravagante: sancire, cioè, che per la Lega e il resto del centrodestra non vi sarebbe stato alcun riminese all’altezza di diventare sindaco della propria città. Quella sorta di “anti-riminesità culturale” poteva soltanto provenire da uno “sborone” forlivese d’altri tempi, da una blaterante riccionese in odore di vacuità, da un sammaurese che, dopo averla rinnegata, è tornato a Rimini da capogruppo leghista, a prendersi la bellezza… di 24 preferenze.

Al netto della baruffe in casa Morrone-Renzi-Barboni, sono due i grandi alibi a cui in queste ore si stanno attaccando un po’ tutti gli sconfitti: l’astensionismo e la mancanza di tempo a disposizione.

Ma come si fa a non capire che un astensionismo di queste dimensioni rappresenta un preoccupante vulnus per la democrazia nel suo insieme, proprio perché è trasversale a tutte le forze e “le forme” politiche? Invece ceccarelliani e lisiani l’hanno reso la loro “foglia di fico”, ben sintetizzata da Mariotti: «Sono certo che più persone alle urne avrebbero premiato il nostro progetto». Un po’ come dire: “peccato che siano rimasti a casa solo quelli che avrebbero votato per noi”. Naturalmente è una sciocchezza, ma se così fosse davvero, non sarebbe addirittura umiliante la sconfitta?

L’altro grande rammarico, come detto, è la mancanza di tempo.

Mariotti 1: «Non c’è stato il tempo di apprezzare del tutto il lavoro e i tanti candidati proposti».
Mariotti 2: «Più liste significa più persone, più contatti e più potenziali voti. Ma se non hai il tempo allora diventa difficile».
Mariotti 3: «Ancora il tempo: non ci avrebbe penalizzato se ne avessimo avuto di più e alla lunga ci avrebbe premiato».

Non sono da meno i leghisti: «Speravamo di farcela, anche al primo turno – attacca Zoccarato – Non credo abbia pesato la scelta del candidato sindaco, ma il poco tempo a disposizione».

Gli va di supporto il cianciare della Raffaelli che pare vivere in un altro mondo rispetto a Salvini: «Se guardiamo al risultato della Lega nel panorama nazionale di queste elezioni sono soddisfatta». Aggiungendo poi, sulla scelta del candidato Ceccarelli: «La rifarei, era il migliore possibile. Purtroppo abbiamo dovuto confrontarci con la carenza di tempo per far conoscere a tutta la città il candidato».
La conclusione è chiara: “Le nostre giornate di campagna elettorale Gnassi ce le faceva durare 24 ore, invece quelle del centrosinistra le allungava fino a 36”.

Chi non sa darsi pace per il naufragio subito è Paesani che, come si è visto nel suo manifesto elettorale, si stava già rimboccando le maniche con lo sguardo truce di chi sembrava dire “Adesso arrivo e vi metto a posto io”.

Invece questa Rimini ingrata gli ha riservato solo l’1 e 70 per cento di gradimento. E meno male che ci sono stati i 42 voti portatigli in dote da Lugaresi, altrimenti avrebbe dovuto accontentarsi dell’1 e 69,9 per cento.

Ma lui, che non dorme nella paglia, ha capito subito che a fargli fare una figura così barbina dopo le tante gradassate in campagna elettorale, sono state «Trame nel centrodestra», come titola l’articolo del Carlino che contiene le puntuali accuse di Paesani: «C’è stato chi, ai vertici del centrodestra, ha invitato a votare Jamil. C’è stato chi ha tramato come al solito da sotto senza uscire allo scoperto. C’è stato chi ha goduto della sconfitta, e chi ha festeggiato… Non è cosi che gioca una squadra».

Sembra che “la renga” subita non abbia invece scoraggiato più di tanto Gloria Lisi.
Sì, è vero che lei s’era detta sicura di andare al ballottaggio, mentre invece ha dovuto fermarsi al “ballottino” messo in piedi insieme a “sua proprietà” Mariotto. Un ballottino che ha avuto l’apporto degli avanzi del grillismo riminese e la regia di Nanà Tirabusciò Arcuri, il quale ha scritto i copioni delle tante recite studiate apposta perché apparisse, più che una candidata sindaca, un mix fra La Piccola Fiammiferaia e La Vispa Teresa.

Ma lei non si dà per vinta ed è decisa a «rappresentare quella parte di città sana e pulita che mi ha dato fiducia». Della quale vuole insomma continuare ad essere la bandiera. Anzi, la banderuola.

Nando Piccari

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