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Al Fulgor “Il filo nascosto”, la perversione dello stare insieme

È ancora nelle sale cinematografiche italiane Phantom thread – Il filo nascosto, l’ultima fatica del regista statunitense Paul Thomas Anderson, che si è affidato per la seconda volta all’attore tre volte premio Oscar Daniel Day-Lewis, come aveva già fatto per Il Petroliere, nel 2007. Al cinema Fulgor di Rimini è in programmazione ancora fino al 21 marzo.

Siamo nella Londra del secondo dopoguerra, dove il rinomato e avvenente stilista Reynolds Woodcock domina la scena della moda britannica – non a caso il film si è da poco aggiudicato l’Oscar per i migliori costumi, unico riconoscimento tra le 6 candidature ricevute. La sua è un’arte inattuale, senza tempo, al di là delle dinamiche di una società che vuole sentirsi chic a tutti i costi, alla quale Reynolds infatti cercherà di non vendere le sue creazioni, ma che allo stesso tempo sembra già annunciare, decadente, un futuro che prenderà altre strade, dettate da altre tendenze.

Reynolds ama attorniarsi di belle signore, che però lascia andare non appena pretendono la sua attenzione, che egli invece riserva soltanto al suo lavoro. Sua sorella Cyril (Lesley Manville), che è in realtà ben più forte e autorevole di lui, lo aiuta a condurre l’atelier, ricoprendo un ruolo centrale nella sua carriera professionale e anche nella sua vita privata. Un rapporto morboso – quello che lega Reynolds a sua sorella e sua madre defunta, spesso rievocata nel sonno – che mi ha fatto pensare alla famiglia del poeta Giovanni Pascoli, e ai perversi e taciti patti che regolano il delicato equilibrio famigliare.

Ad incrinare questa vita egotistica e apparentemente perfetta, in tutto e per tutto cucita su misura, sarà la giovane Alma (Vicky Krieps), una bella cameriera che Reynolds conosce vicino alla sua casa di campagna. In quella che a mio avviso è la migliore scena del film, lo stilista fa accomodare Alma nel suo studio, iniziando a prenderle le misure per cucire un abito tutto per lei: per la prima, e forse l’ultima volta, Reynolds riesce ad approcciarsi al corpo di Alma senza alcun artificio, nessun diaframma, con un sincero erotismo di rara eleganza e discreta sensualità. Ma all’improvviso ecco arrivare Cyril, che palesa puntuale la sua assecondata e ingombrante presenza…

Alma diventerà poco a poco la modella prediletta di Reynolds, musa ispiratrice e allo stesso tempo compagna di vita. All’interno della casa-atelier, dove dorme in una stanza diversa da quella di Reynolds, Alma viene inizialmente osteggiata da Cyril, che la ritiene una delle tante, e quindi passeggere, conquiste del fratello. Ma grazie al suo carattere spontaneo e determinato, Alma riuscirà a farsi spazio tra l’ossessiva dedizione al lavoro di Reynolds e l’onnipresente pregiudizio di Cyril.
La determinazione, però, a un certo punto non basterà più: Alma non riesce più a sopportare una casa sempre invasa da ricchi clienti, nella quale Reynolds non le riserva mai alcuna attenzione, dedito esclusivamente alla sua ossessione artistica. Soltanto quando è malato, e quindi lontano dal suo lavoro, i due riescono ad avere dei momenti per loro: una volta realizzata questa paradossale situazione, Alma, senza alcuno scrupolo, inizierà a tramare un perverso piano per distogliere Reynolds dalla sua professione, ricercando nella malattia quell’autenticità dei sentimenti che sembra ormai perduta.

Il filo nascosto è un elegante film prevalentemente girato in interni, chiuso ma allo stesso tempo aperto su grandi temi come la vita di coppia, la famiglia, il rapporto con i morti, che ruota quasi esclusivamente sui tre personaggi principali (e la madre defunta, in assenza). Una dimensione molto angusta, che a maggior ragione risulta più difficile da rendere appassionante e coinvolgente, nonostante l’ottima prova di uno dei migliori attori in circolazione. La trama, incalzata da una musica fin troppo estenuata, risulta a mio avviso un po’ scombussolata, slegata, a volte dispersa lungo le due ore comode della pellicola.

Restano l’Ossessione e la Malattia, veri fulcri della vicenda, incarnate magnificamente da uno splendido Daniel Day-Lewis, che anche grazie ai dettagli e agli accorgimenti registici di Anderson (che dell’ossessione è spesso stato cantore), riesce a dare vita a un personaggio molto particolare, contraddittorio, forte e fragilissimo allo stesso tempo, che probabilmente rimarrà a lungo nel nostro immaginario, senza scivolare via come molti altri.

Edoardo Bassetti

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