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Al pronto soccorso al tempo del coronavirus: così i nostri eroi garantiscono il servizio a tutti

In un tranquillo sabato riminese, dove tutto gira come se nulla fosse e ancora nessuno pensa di ritrovarsi in una zona rossa o arancione che sia, può capitare di aver bisogno del normale soccorso sanitario. Ed è quello che è occorso al sottoscritto, dopo essere incappato in una banale incidente domestico: il ginocchio già mal messo fa un gran male e sembra una distorsione.

I dubbi ti assalgono: avrei bisogno di un medico, ma a chi rivolgermi in piena emergenza sanitaria da coronavirus? Dopo una lunga conversazione tramite chat con mio fratello, per fortuna infermiere del 118, non resta altro che rivolgersi a un pronto soccorso; opto per quello di Riccione, reputandolo meno affollato. Ma ero stato messo in guardia, non sarebbe stato l’affollamento il vero problema, ma ben altro…

Auto-trasportato dalla fedele moglie, mi ritrovo poco prima dell’ingresso uno scenario davvero mai visto. A tutto ero preparato ma non a questo:  il triage come in pieno attacco epidemico, infermieri in tutta completa anti-contagio, con calzari, guanti lunghi, mascherina, visiera para-schizzi e copricapo. Impossibili da distinguere e sopratutto all’apparenza minacciosi. Insomma, improvvisamente pareva di esser stato catapultato in un ospedale di Wuhan, o ai confini della realtà, o in un film apocalittico tipo Resident Evil.

Le prime domande non riguardano il ginocchio dolorante,a ma: «Ha avuto recentemente contatti con un influenzato? Ha tosse, raffreddore oppure qualche linea di febbre?… ». Siccome le mie risposte negative posso accedere, ma mia moglie resta fuori. E prima di entrare mi danno la mascherina da indossare,

Intanto la sala d’attesa continua a restare praticamente semi-deserta. Ho visto le persone che lamentavano sintomi influenzali invitate a ritornare a casa e chiamare i numeri di emergenza. E i più recalcitranti vengono allontanati con l’aiuto dell guardie.

Il mio caso va avanti con la sua prassi e molto velocemente arrivo al reparto traumatologico: visita, radiografia, di nuovo visita. Medici e infermieri fra loro ovviamente non parlano che dell’emergenza, dei posti e delle procedure di accettazione dei nuovi malati in arrivo; non possono nascondere la loro preoccupazione.

Ma quando si rivolgono a me sono impeccabili, tranquilli, gentilissimi. E hanno tanta di quella pazienza da ascoltare anche da me le considerazioni e i timori sul coronavirus: i discorsi che tutti quanti, immagino, quando si trovano in quegli ambulatori riverseranno su di loro. E di rispondermi. Che, certo, sono preoccupati per la rapidità con cui questo virus mette le persone a KO. Ma aggiungendo che la gente sarebbe dovuta stare a casa, anziché girare per cose futili. E che il sistema sanitario, quello romagnolo, per ora regge bene, a parte le solite lamentele, che quelle non mancano mai.

Lo stiramento del legamento purtroppo c’è, speriamo poco grave e che il ginocchio non si gonfi troppo. A casa, riposo e ghiaccio. Spero capiscano quanto è grande, immenso, il mio grazie. Per quanto stanno facendo, riuscendo a garantire perfettamente l’assistenza sanitaria a tutti, perfino ai casi banali come il mio. Vorrei abbracciarli tutti, ma non si può.

Roberto Nanni

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