HomeLia CeliAlberto Mattei, lo approvo perché ha abbracciato il mestiere difficile del comico

Solo un particolare mi sconcerta: in un'intervista rivela di mettere a punto le sue battute dialogando con l’intelligenza artificiale


Alberto Mattei, lo approvo perché ha abbracciato il mestiere difficile del comico


24 Maggio 2026 / Lia Celi

Chissà com’è andato ieri sera il debutto di Alberto Mattei al teatro di Verucchio. Spero che abbia fatto il tutto esaurito e che il pubblico si sia spellato le mani applaudendolo a più non posso, anche se ciò cui il giovanotto terrà di più sono di certo le risate, perché stiamo parlando di un giovanissimo stand-up comedian verucchiese alla sua prima prova davanti al pubblico di casa.

Non sono in grado di valutare la sua vis comica – non ho trovato video in rete, solo un’intervista in cui definisce il suo repertorio “generazionale”, cioè legato alle sue esperienze di teenager, e questo è incoraggiante, considerato che la modalità prevalente nei suoi coetanei è la lamentela (peraltro giustificata, visto come noi grandi abbiamo conciato il mondo al quale si affacciano). E comunque, dubito che a diciassette anni Woody Allen o Beppe Grillo sapessero già cesellare battute da professionisti: ci vogliono anni di gavetta e di esperienza.

Però approvo Alberto a scatola chiusa, perché ha abbracciato un mestiere difficile che richiede non solo bravura e comunicativa, ma anche coraggio e resilienza: fra tutte le professioni artistiche, la comicità è quella più rischiosa, perché prevede un continuo corpo a corpo con gli umori degli spettatori.

Il comico è lì, solo sul palco, con un microfono in mano e poco altro, di fronte a decine o centinaia di estranei con cui deve rompere il ghiaccio e stabilire rapidamente un contatto che sarà il gancio per trascinarli nel proprio mondo; a quel punto, dovrà farli ridere, concedendo loro meno pause possibili, e scatenando in loro la cascata di dopamina che un’ora dopo li farà uscire dal teatro riconoscenti e felici.

Non è per niente facile: per questo il comico deve avere antenne sensibilissime per “leggere la stanza”, come dicono gli anglosassoni, ma al tempo stesso non dev’essere così sensibile da non impermalirsi o scoraggiarsi se una battuta cade nel vuoto o viene accolta da qualche fischio. Poche cose sono più deprimenti e imbarazzanti di un pubblico che non risponde ai tuoi sforzi di divertirlo; quando poi non è il gruppo di amici della pizzata, ma un’intera platea di spettatori paganti, che non hanno nessun interesse a nasconderti la loro insoddisfazione, è ancora peggio. Ma anche se la serata butta male e l’atmosfera resta gelida come un obitorio, il comico di razza tiene duro eroicamente, cercando fino all’ultimo di espugnare i cuori degli astanti e strappare loro qualche risata. E vale la pena di combattere, perché far ridere è un vero e proprio superpotere, e saper suscitare l’ilarità nel prossimo significa avere le chiavi di una fonte di energia rinnovabile ed ecosostenibile di cui ognuno di noi possiede un giacimento, spesso ignorato o poco utilizzato.

Nel profilo di Alberto Mattei, solo un particolare mi sconcerta: nell’intervista rivela di mettere a punto le sue battute dialogando con l’intelligenza artificiale – cioè, in pratica, con una miscellanea probabilistica di tutto il materiale comico che gira in rete. Dev’essere un esercizio utile soprattutto per l’IA, che grazie ad Alberto impara gratis a usare i meccanismi linguistici dell’umorismo, sui quali pare sia ancora un po’ carente. Temo che solo pochi anni, o forse mesi, ci separino dal primo show di un comico artificiale.

 

Lia Celi