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Alessandra Perilli sammarinese o riminese ma comunque nostra

«Quando vinco sono lo sciatore di Bologna, quando perdo sono il carabiniere di Sestola» amava dire Alberto Tomba, quando ancora non conosceva la parte peggiore: a consegnarlo all’immortalità pop non sarebbero state le sue vittorie sulla neve, ma il ruolo di protagonista nel cult-movie trash Alex l’ariete.

Succede un po’ la stessa cosa con gli atleti di San Marino: quando perdono sono sammarinesi, figli della repubblica-canaglia che si vaccina col vaccino di Putin e ci ha tradito all’Eurovision Song Contest e via brontolando, mentre quando vincono sono quasi italiani, anzi, praticamente riminesi.

Nel caso di Alessandra Perilli, bronzo a Tokyo2020 nel trap femminile e argento nel trap a squadre (prime due medaglie conquistate da San Marino in un’Olimpiade), non si tratta di un “praticamente”: lei a Rimini c’è proprio nata. (Per inciso: la “trap” di Alessandra non è quella di Sfera Ebbasta e Ghali, ma è il nome inglese e più accattivante della vecchia “fossa olimpica”, specialità di tiro a volo). Ma essendo di madre sammarinese, nel 2009 la neo-campionessa, insieme a sua sorella maggiore Arianna, anche lei tiratrice, ha deciso di gareggiare per il Titano: piccolo è bello, anche perché oltre alle competizioni maggiori, si può partecipare ai Giochi dei Piccoli Stati d’Europa, riservati ai Paesi con meno di un milione di abitanti, insieme a Malta, Cipro, Islanda, Andorra, Liechtenstein, principato di Monaco e ad altri Pollicini geopolitici del vecchio continente.

Non basta: nelle grandi kermesse sportive come le Olimpiadi, così come all’Eurovision, una minuscola realtà come San Marino viene sempre guardata con generale simpatia da tutti gli altri Paesi, esclusa ovviamente l’Italia e la provincia di Rimini nella fattispecie. Agli occhi degli stranieri «l’antica terra della libertà» è una specie di stato-mascotte, piccino ma fieramente indipendente come il topolino Jerry dei cartoni animati, con la vicina Italia nell’antipatico ruolo del gatto Tom, che da 1720 anni cerca senza successo di mangiarselo.

Con queste premesse, il gradino più basso del podio olimpico, che ha visto Alessandra Perilli al fianco di colossi come Stati Uniti e Slovacchia, è più alto delle tre rocche di San Marino messe una sopra l’altra, specie se non era mai stato scalato prima. E a noi, suoi concittadini ma non più compatrioti, procura emozioni miste, contrastanti come i colori delle iridi di Alessandra, che presentano la stessa affascinante eterocromia di quelle di Alessandro il Macedone, un’occhio intensamente azzurro, l’altro profondamente castano.

Se l’occhio è lo specchio dell’anima, è difficile resistere alla tentazione di vedere in questa particolarità fisica l’espressione delle due «anime» di Perilli e di rimuginarci sopra. Qual è l’occhio sammarinese, quale quello riminese? Quale dei due è il dominante, quello con cui la tiratrice ha preso la mira per centrare i bersagli grazie ai quali ha potuto appendersi al collo ben due medaglie olimpiche? Non lo sapremo mai, e va bene così. Gli occhi dicono e non dicono, è la bocca quella che conta. Perché appena Alessandra la apre si capisce subito dal suo accento che è una dei nostri, qualunque sia la bandiera che sventola alle sue spalle.

Lia Celi

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