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Alla Fiera dei Becchi per due soldi un bel rosario Don Matteo comprò

Pur avendone viste di tutti i colori nei suoi oltre settant’anni di vita, mai il Senato della Repubblica aveva “ospitato” un’infamia pari a quella consumatasi lo scorso 30 ottobre, quando il marmagliume salvinian-meloniano, con l’aggiunta della ruota di scorta berlusconiana, ha messo in mostra una vergognosa faziosità politica, sbattendo in faccia alla Senatrice Segre l’irrisione verso la proposta – poi accolta dalla maggioranza dei senatori – di creare quella che viene oramai generalmente chiamata la “Commissione contro l’odio”.

Il tutto condito con un surplus di ipocrisia, poiché non avendo il coraggio di votare contro, i tre partiti si sono astenuti, ben sapendo che per il regolamento del Senato l’effetto è il medesimo.

Dando voce al “tormento” della parte più civile di questo nostro Paese, Liliana Segre, forte del suo “curriculum” di sopravvissuta ad Auschwitz, aveva presentato quel giorno una mozione che si concludeva con la richiesta al Parlamento di istituire una «commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza e razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche, quali l’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche».

Passi per le macchiette neo-fasciste e simil-fasciste che albergano in Fratelli d’Italia; passi per il buzzurrume legaiolo, che tiene insieme chi il razzismo lo pratica e chi lo tollera; ma qualcuno s’è stupito che una così miserevole offesa al “civile buonsenso” – tolta la lodevole defezione di Mara Carfagna – abbia avuto pure il sostegno di Forza Italia, dove c’è gente che ci tiene ad esibire due volte al giorno il certificato di “moderato”. La cosa è però del tutto normale: non è forse stato quel che resta di Berlusconi, qualche giorno fa, a menar vanto perché «Lega e fascisti li ho fatti entrare io al governo, li abbiamo legittimati noi»?

Le motivazioni addotte da Meloni e Salvini per giustificare il no alla “Commissione contro l’odio” verrebbe da intitolarle “Trattato di esilarante scempiaggine”. La “fratella d’Italia”, con quel suo eloquio da cornacchia e lo sguardo ranocchiesco, ci ha infatti spiegato che la commissione proposta dalla Senatrice Segre «introdurrebbe in Italia uno strumento molto forte di censura politica».

Si può capire il timore che “la censura” possa consistere nello stigmatizzare chi inneggi a campi di sterminio e lager vari, o nel riservare adeguate espressioni di sdegno all’orda dei citrulli che ogni anno si ritrovano a Predappio, mascherati da buffoni. Ma par di capire che, in base alla meloniana concezione, sarebbe censura anche sostenere che non si deve picchiare la moglie, o fare il bullo a scuola, o imbrattare i muri con scritte piene di odio e di minacce.

Il caporione leghista l’ha fatta ancora più semplice: la Segre propone una commissione di quelle create per «imbavagliare i popoli…una bella commissione sovietica». Mentre si sa che non lui, ma certi suoi amici legaioli, apprezzano di più “commissioni post-sovietiche” che si rifanno a Putin, e che si riuniscono a far beneficenza in rubli.

Ma Salvini accampa anche altro motivo di ostilità alla “Commissione contro l’odio”: «Per noi è convinzione e diritto il “prima gli Italiani”». Naturalmente comprendendo volentieri anche gli Italiani che fanno “buu” allo stadio quando tocca la palla un giocatore di colore; o che vorrebbero dar fuoco ai campi nomadi; o che augurano alle navi delle ong di affondare in mare, così si risparmia la fatica di chiudere i porti. Insomma, quelli che il giorno delle elezioni escono dai bassifondi della politica per andare a votare Salvini.

Il quale continua però a mietere, insieme a quelle di tanti coglioncioni, anche delle simpatie inaspettate. L’ultima è la recentissima “marchetta tardo-cardinalizia” a suo favore elargitagli dal rottamato Monsignor Ruini, in ciò coerente con la sua passata baronia ecclesiastica, tutta spesa a impedire che l’insorgere della temuta “chiesa dei poveri” scoperchiasse certe magagne vaticane della “chiesa dei ricchi”. Per questo egli vede oggi Papa Francesco come il fumo negli occhi, in buona compagnia di altri “prelatoni”.

Fra questi spicca il già vescovo di San Marino Monsignor Negri, che in un’intervista sull’ultimo numero di un rotocalco di gossip tutto Barbara D’Urso, Belen e Mara Venier, lascia intendere che Papa Bergoglio sia sulla soglia del peccato. Soprattutto per quella sua “mania ecologica” di esortare a salvare l’ambiente.
«Il Signore non ci ha dato alcun comando in questo senso; – è l’acuta obiezione del Negri, nel rivolgersi all’intervistatore – la sfido a trovarmi una sola frase che dica: “Dovete custodire il Creato”. Non la troverà. Troverà invece scritto: “Crescete, moltiplicatevi e dominate la terra». Con tale Monsignore anche San Francesco avrebbe passato un brutto quarto d’ora, con quel suo Cantico delle Creature.

Sono insomma questi i riferimenti etico-politici ai quali il “neo-cattolico” Salvini, nel suo piccolo, tenta di rifarsi, come a verrà raccontare domenica a Santarcangelo, pavoneggiandosi alla Fiera di San Martino.

Ho colto a questo proposito un divertente scambio di battute fra due tipi che stavano mangiandosi il gelato su di una panchina in Piazza Ferrari:
«T’è let che dmenga Salvini e vin ma la fira di bécch?»
«Sé, sé, a l’ho savù. E vo di’ che isè la dventa enca un po’ la fira di brècch».

Nando Piccari

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