Home > Cultura e Spettacoli > ALLA RISCOPERTA DI CALEGARI E PELACANI

Sul vecchio Chiamami Città, quello cartaceo, avevo iniziato una rubrica riguardante la toponomastica medievale riminese. Qualcuno penserà che si tratti di un argomento banale; ma non è così. In passato i nomi delle strade e delle piazze si legavano ai caratteri del luogo, a situazioni, persone e avvenimenti ben precisi. Quindi costituivano parte integrante del vissuto cittadino. Oggi, allora, recuperarne la memoria significa ricostruire indirettamente molte delle vicende storiche riminesi. Accolgo dunque con piacere l’invito redazionale a proseguire la rubrica, anche per sottolineare una continuità ideale fra il vecchio ed il nuovo. E forse, alla fine, si potrà anche realizzare l’obiettivo originario di riunire tutti i segmenti in un fascicolo da offrire ai lettori.

Contrada San Biaggio nel Catasto napoleonico del 1811

Contrada San Biaggio nella mappa napoleonica di Rimini del 1811

Riprendo la serie ricordando la via dei Calegari, o Pelacani, corrispondente all’odierna Via Fratelli Bandiera (quella delle Maestre Pie, per intenderci), che nella Mappa Napoleonica del 1811 era indicata come “Contrada S. Biaggio”, prendendo spunto dal vicino oratorio di S. Biagino. Gli artigiani denominati calegari o pelacani erano i lavoranti delle pelli e del cuoio, ossia i conciapelle. La loro attività richiedeva molta acqua per poter effettuare la calcinazione e la concia del pellame; ecco perché i relativi opifici, nella parte retrostante, erano tutti a diretto contatto con la fossa Patara. Questo corso d’acqua che attraversava (e attraversa, ma sotto terra) il cuore di Rimini e ne costituiva la vera arteria vitale: acqua non da bere (che a Rimini non è mai mancata grazie a tante falde di superficie, tanto che praticamente ogni isolato aveva il suo pozzo artesiano), ma come fonte energetica per azionare i macchinari e per gli utilizzi più vari da parte degli artigiani.

L'oratorio di San Biagino e il Rione Montecavallo in un cabreo nel 1768

 In un cabreo del 1768, il Rione Montecavallo e l’Oratorio di San Biagino (a destra della lettera B); dal crocevia antistante iniziava (in basso a sinistra) la contrada omonima, o via dei Calegari, oggi via F.lli Badiera

Fra le varie “arti” presenti a Rimini nel Medioevo, quella dei Calegari era molto nutrita e importante, giacché doveva soddisfare una grossa richiesta di materia prima, soprattutto da parte dei Calzolai (a quel tempo si andava generalmente a piedi e si consumavano tante scarpe), ma anche dei Pellicciai e di quanti fabbricavano la vasta gamma degli oggetti in pelle.
I documenti d’archivio illustrano molto bene la complessa organizzazione posta in essere dai Calegari. Innanzitutto stipulavano contratti periodici con i Beccai (cioè i macellai) per garantirsi le pelli degli animali che costoro uccidevano, giorno per giorno. Dopodiché provvedevano alla loro calcinazione in vasche denominate per l’appunto “calcinai”. La concia vera e propria, necessaria per rendere le pelli inalterabili, veniva effettuata immergendole lungamente in un bagno ricco di tannino vegetale, ottenuto macinando una speciale ghianda che si importava dall’Albania e dalla Macedonia, chiamata Vallonea perché veniva imbarcata generalmente dal porto di Valona.

I Tintori al lavoro

I Tintori al lavoro

Se i Calegari costituivano la schiera più numerosa, però non erano i soli artigiani che sfruttavano le acque della fossa Patara. Accanto ad essi operavano per esempio i Tintori, pure abbisognevoli di molta acqua; e va detto che la presenza degli uni e degli altri non si limitava all’area della citata via, ma proseguiva a valle fino alla Strada Maestra (oggi Corso d’Augusto). La fossa rappresentava per tutti costoro una risorsa preziosa, tanto che era oggetto di apposite normative per la sua salvaguardia, a dire il vero non sempre rispettate. E lungo il suo corso c’era anche dell’altro; ma lo vedremo la prossima volta.
Oreste Delucca

 

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