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Stefano Pivato - Il Mulino


Andare per Grand Hotel


1 Giugno 2026 / Paolo Zaghini

La cosa migliore da chiarire subito è questa: il libro di Stefano Pivato non è un semplice saggio sugli alberghi di lusso. È, piuttosto, un viaggio nella storia sociale italiana travestito da itinerario elegante. Funziona proprio perché non si limita mai alla superficie scintillante dei marmi o alla preziosità dei lampadari di Murano, ma scava nelle fondamenta di un’epoca, restituendoci il senso di un’Italia che cercava, attraverso il fasto, la propria identità moderna.

Con “Andare per Grand Hotel”, Pivato costruisce un racconto che ha il passo lento e curioso del viaggiatore colto, non quello dello storico accademico. La sensazione iniziale, aprendo il volume, è quella di entrare in un luogo sospeso. Non tanto un singolo albergo, quanto una costellazione di spazi che hanno segnato un’epoca: i grandi alberghi tra la fine dell’Ottocento e la Belle Époque, disseminati lungo la penisola, da Portofino a Taormina, passando per Sanremo e molte altre tappe di un itinerario che è insieme geografico e mentale. Pivato non si limita a descriverli: li attraversa, li fa rivivere, li anima con presenze, voci, dettagli. Il lettore non ha mai l’impressione di trovarsi davanti a una fredda catalogazione, ma piuttosto a una narrazione fatta di scorci, di interni, di luci soffuse e di echi lontani.

I Grand Hotel diventano così molto più che edifici: sono teatri sociali. Pivato li racconta come luoghi in cui si metteva in scena il prestigio, una sorta di palcoscenico dove la borghesia imitava l’aristocrazia europea, cercando di appropriarsi dei suoi codici, dei suoi rituali, perfino dei suoi silenzi.

Particolarmente vero per il Grand Hotel di Rimini, sorto nel 1908. Grazie a Federico Fellini in “Amarcord” (premio Oscar 1973) “il Grand Hotel non è un albergo: è un sogno”.

 

 

Ciò che rende la lettura piacevole è il continuo intreccio tra grande storia e microstoria. Accanto ai cambiamenti strutturali – il passaggio dalle locande agli alberghi, dalla carrozza alla ferrovia – emergono episodi, figure, atmosfere. Le sale da pranzo, i casinò, le camere affacciate sul mare non sono mai descritti in modo statico: sono attraversati da scrittori, musicisti, aristocratici, ma anche da inquietudini e drammi. Il riferimento al Savoy di Sanremo e al suicidio di Luigi Tenco nel 1967 è emblematico: dietro il lusso si intravede sempre una crepa.

C’è poi un elemento che colpisce: la capacità di Pivato di restituire il fascino sensoriale di questi luoghi senza cadere nella nostalgia facile. Le atmosfere sono “felpate e sensuali”, ma mai idealizzate del tutto. Il lettore percepisce chiaramente che quel mondo era esclusivo, riservato a pochi, costruito su disuguaglianze profonde. E tuttavia, proprio perché distante, conserva una forza immaginativa che oggi sembra smarrita.

Il volume è un saggio narrativo elegante, colto ma accessibile, che riesce a trasformare l’architettura e il turismo in una lente per leggere la società italiana. Non è un libro spettacolare nel senso tradizionale, ma è uno di quelli che accompagnano bene: come un viaggio fatto senza fretta, in cui il piacere sta nei dettagli.

Ci sono libri che si leggono per imparare qualcosa, e altri che si leggono per il piacere di abitare, anche solo per qualche ora, un mondo diverso. “Andare per Grand Hotel” di Stefano Pivato appartiene decisamente a questa seconda categoria, ma con una particolarità non banale: mentre ti accompagna in un viaggio elegante e quasi sognante, lavora sotto traccia come un vero libro di storia sociale, capace di restituire senso e profondità a ciò che, a prima vista, potrebbe sembrare solo decorazione.

Il punto di forza del libro sta proprio qui: nella capacità di trasformare gli alberghi in simboli. I Grand Hotel non sono semplici strutture ricettive, ma veri e propri dispositivi sociali. Pivato suggerisce – senza mai appesantire il discorso – che essi rappresentano per la borghesia emergente ciò che i castelli erano stati per la nobiltà medievale: luoghi di rappresentazione, scenografie in cui mettere in scena uno stile di vita, costruire identità, esibire appartenenza. In queste architetture grandiose, spesso ispirate alle dimore aristocratiche europee, si riflette il desiderio di imitazione e al tempo stesso di affermazione di una classe sociale in ascesa.

Ma il libro non si ferma alla superficie del lusso. Anzi, è proprio quando scava sotto lo sfarzo che diventa più interessante. Dietro i saloni scintillanti, i lampadari, i menù raffinati, emergono i segni di un mondo in trasformazione. Il passaggio dalle locande agli alberghi moderni, dalle carrozze alle ferrovie, non è solo un cambiamento tecnologico: è una rivoluzione culturale. Cambia il modo di viaggiare, cambia il rapporto con il tempo libero, cambia perfino il modo di stare insieme agli altri. Il Grand Hotel diventa così uno spazio regolato, quasi rituale, dove ogni gesto – dal pranzo alla passeggiata, dal gioco al casinò alla conversazione nei salotti – risponde a codici precisi.

In questo senso, la scrittura di Pivato è particolarmente efficace perché riesce a tenere insieme due registri: da un lato quello storico, dall’altro quello narrativo. Non mancano i dati, le coordinate, i riferimenti; ma tutto è filtrato attraverso una sensibilità che privilegia l’atmosfera. È come se il libro volesse restituire non solo ciò che i Grand Hotel erano, ma anche ciò che si provava a viverli. Le stanze, i corridoi, le terrazze affacciate sul mare diventano spazi emotivi prima ancora che architettonici.

 

Paolo Zaghini