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Annio Matteini: “Così per quarant’anni ho lavorato per far rinascere il Fulgor”

Annio Maria Matteini, nonostante abbia svolto soprattutto a Milano l’attività professionale, non ha mai interrotto il legame con Rimini dove in gioventù fece anche attività politica nel Partito Repubblicano Italiano e dove oggi coltiva – ripubblicando ed aggiornandone alcuni testi – la memoria di suo padre Nevio che tanto scrisse sulla storia di Rimini, sulla Repubblica di San Marino e sull’intera Romagna.

Il lavoro di ristrutturazione del cinema Fulgor sta giungendo al termine. L’abbiamo voluto incontrare perché da decenni si è occupato di questo progetto. Gli abbiamo quindi domandato se veramente ora stia concludendo il proprio impegno.

15 setttembre 2016, l' architetto Annio Matteini all'interno del Fulgor

15 setttembre 2016, l’ architetto Annio Matteini all’interno del Fulgor

«Sono infatti trascorsi addirittura quarant’anni! – risponde Matteini – Iniziai con i primi studi progettuali a metà degli anni Settanta. Ero giovane e laureato da non molto tempo. Avevo aperto a Milano, davanti all’accademia, lo “Studio d’Architettura di via Brera 17” insieme all’amico e collega Gabriele Basilico, poi divenuto il fotografo di fama che conosciamo.  C’è una rivista d’architettura del 1976 ove, proprio con fotografie di Basilico, è illustrato quel primo progetto che – bene per me e bene per i riminesi – non fu mai realizzato.
Si susseguirono, comunque, molteplici elaborazioni, ma fu soltanto a metà degli anni Novanta che la Giunta Comunale guidata da Giuseppe Chicchi con vicesindaco Fabio Zavatta, concretamente avviò le complesse procedure per dare corso all’intervento mediante una convenzione tra l’Azienda Servizi alla Persona Valloni-Marecchia, proprietaria dell’immobile ed il Comune di Rimini, fruitore e futuro proprietario.
Ora – appena compiuti i 73 anni – ritengo di potere concludere con compiacimento la mia attività professionale insieme alla chiusura di questo cantiere e non posso ancora crederci!».

Come si è inserito questo incarico nell’ambito della sua attività professionale?

«Fin da giovane universitario in coerenza con le mie convinzioni progressiste, ho sempre aspirato di occuparmi prevalentemente dell’edilizia pubblica e di quella abitativa con connotazioni sociali piuttosto che di quella gestita dalle società immobiliari e che un tempo – oggi sembra inelegante sostenerlo – si definiva “speculazione edilizia”.
E’ quanto sono comunque riuscito a fare dopo l’attività didattica svolta nella Facoltà d’Architettura del Politecnico milanese. Gli studi per il recupero del nostro Palazzo Valloni, corrispondono dunque alle mie aspirazioni e spiegano la mia costante dedizione in questi quattro decenni per quella costruzione tanto negletta del nostro centro storico».

La facciata restaurata del cinema Fulgor

La facciata restaurata del cinema Fulgor

Quali sono stati gli obiettivi e come si potrà articolare il suo progetto di ristrutturazione ora realizzato in rapporto ai recenti finanziamenti acquisiti dal Comune di Rimini per la creazione del “Grande Museo Fellini”?

«Il progetto esecutivo – redatto da oltre sei anni – ha trattato i circa 8.000 metri cubi ed i circa 2.700 metri quadrati dell’immobile rispettandone la trama delle murature, la presenza di solai lignei, la sequenza delle quote dei piani e l’articolazione delle aperture finestrate, avvalendosi di un ardito progetto strutturale con fibre di carbonio degli ingegneri Renato e Massimo Cicchetti.
Fondamentale è stato pure l’inserimento – ideato e perseguito dal mio studio – di un ulteriore piano, il terzo, posto sopra il cinematografo ed a contatto con le grandi capriate lignee della copertura. Un incremento di oltre 650 metri quadrati. Di ciò ci si è come dimenticati, ma io vanto tale risultato a vantaggio della collettività.
In quegli anni c’era ancora la Fondazione Federico Fellini e l’obiettivo indicatoci era quello di inserirne la sede, insieme a quella della Cineteca comunale, al Museo felliniano (completo dei relativi depositi, della biblioteca e degli archivi), agli ambienti per la Facoltà di Cinematografia dell’Università di Bologna, oltre al recupero del cinema Fulgor ed alla creazione di una piccola sala cinematografica che ho invero collocato sulla via Verdi.
L’intervento edilizio, ora prossimo alla conclusione e coerente con gran parte di siffatti obiettivi, potrà comunque recepire i nuovi modelli fruitivi e le funzioni museali che il Comune di Rimini riterrà di privilegiare, perché avevo delineato per i tre piani, ampi spazi aperti supportati da locali per gli uffici ed i servizi igienici concentrati in adiacenza alla nuova scala ed ai suoi due ascensori».

Il cantiere del Fulgor

Il cantiere del Fulgor

Concludendosi ora il suo ruolo di progettista architettonico e di direttore artistico, subentrando il Comune di Rimini per gli allestimenti interni, quali elementi del suo progetto ritiene di sottolinearci?

«Vorrei potermi dilungare su svariati aspetti che costituiscono poi il percorso di un’affascinante elaborazione progettuale, ma ricorderei:
la facciata che abbiamo recuperato ed illuminato con essenziali pennellate luminose di concerto con la Soprintendenza e che riporterà la dicitura “Cinema Fulgor” (in acciaio cor-ten retroilluminata) tratta da un fotogramma di Amarcord;
l’atrio di corso d’Augusto che immette nelle due sale cinematografiche e che ho volutamente enfatizzato senza mimetismi e senza condizionamenti formali dopo avere svuotato il volume interno incastrandovi gli aggetti sia della spigolosa cabina di proiezione, sia dei flessuosi servizi igienici della galleria, delineando quindi un’esplosione progettuale inaspettata per chi accede dal corso;
la rampa che dall’atrio conduce alla galleria e che mi è piaciuto nominare “Scala Gradisca” in quanto l’esigenza di contenere svariati gradini in una superficie ridotta, mi ha suggerito quell’andamento sinuoso tanto in assonanza con l’indimenticabile seno del personaggio felliniano;
la scala monumentale su via Verdi, disegnata da Addo Cupi nel suo intervento d’inizio del Novecento e che presenta i gradoni in graniglia ed i parapetti in ferro identici agli originali, ma che adesso è inondata dalla luce naturale di un grande squarcio praticato nella copertura; la grande vetrata curva che ho volutamente inserito nel primo piano sul fronte di via Verdi in prossimità della facciata principale e che rende permeabile la cortina muraria connettendo simbolicamente l’ambiente interno dell’edificio con quel corso d’Augusto che da sempre costituisce per i riminesi il palcoscenico, ma anche lo schermo privilegiato della vita collettiva;
il cavedio esistente ed ora affiancato da un’ulteriore asola, innanzi al vicolo Valloni ove si svolgono tutti i collegamenti verticali degli impianti tecnologici connessi alle centrali del piano interrato attiguo alla piazzetta san Martino;
le colonne circolari in metallo -inizialmente inserite con funzione strutturale- nella sala del cinema Fulgor e nell’atrio (ove interverrà con l’allestimento Dante Ferretti) che richiamano quelle in ghisa tipiche delle costruzioni del passato e poi i bagni del pianterreno ove ho eliminato l’incivile distinzione tra gli spettatori…sani e quelli disabili ed infine il colore rosso acceso del pavimento in gomma delle sale cinematografiche affiancato al grigio-acciaio del granito ricomposto e previsto nelle pavimentazioni degli atrii, delle nuove scale e dei servizi ai piani.
Credo sia comprensibile l’emozione profonda che mi scuote nel distaccarmi da tutto ciò, ma sarà mitigata dal compiacimento di poter tornare tutti al cinema di Fellini!».

Paolo Zaghini 

(nell’immagine in bianco e nero: il cinema Fulgor nel 1976, foto di Gabriele Basilico)

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