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Archeologo fai da te? Ma perché no se over 60

Non conosco personalmente i tre saludecesi (due pensionati e un ex tipografo) che nascondevano in casa una collezione di reperti archeologici di ogni tipo, dalle monete romane ai residuati bellici, ma non posso che ringraziarli e augurare loro di uscire puliti dalla denuncia per impossessamento illecito di beni culturali.

Perché mi offrono su un piatto d’argento, anche se non d’epoca, il pretesto per uno spudorato auto-spot. Insieme allo storico Andrea Santangelo ho scritto un romanzo, Ninnananna per gli aguzzini, edito da Solferino e in vendita in tutte le librerie, ambientato in un paesino romagnolo in cui il passatempo preferito è proprio la caccia alle anticaglie sepolte nelle colline circostanti. E i tre cacciatori di reperti di Saludecio sembrano presi di peso dalle pagine del libro, anche se i nostri personaggi sono specializzati in oggetti risalenti alla Seconda guerra mondiale, elmetti, mostrine, gamelle.

Quando ho letto che il pensionato saludecese ha dichiarato agli archeologi inviati dai Carabinieri (per inciso: archeologi e Benemerita ci sono anche nel nostro libro) che tutto il materiale era frutto delle sue pazienti ricerche con il metal detector mi sono quasi commossa. Ovviamente non posso provare che dice la verità, tanto più che nella sua collezione non c’erano solo ferraglie arrugginite sparse dai tedeschi o dagli alleati nelle furiose battaglie che devastarono la nostra zona, ma medaglie dell’epoca malatestiana, argenteria e pregevoli arredi sacri databili fra il Sei e l’Ottocento. Un mini-museo casalingo, insomma.

Però non posso non provare una certa simpatia per lui e per tutti gli appassionati dello stesso hobby. E non solo perché mi hanno offerto un’ambientazione stuzzicante e un plot perfetto per un noir, ma anche perché quel genere di caccia incruenta, al netto dei suoi risvolti commerciali, sicuramente lucrosi, ha qualcosa di nobile: è andare a cercare briciole di storia, riportarle alla vita, non lasciarle sprofondare nell’oblio.

Certo, in un mondo perfetto tutto andrebbe lasciato dov’è perché gli archeologi possano studiarlo e ricavare preziose notizie sul passato esaminando la posizione in cui gli oggetti sono stati trovati. E non mi riferisco solo a tombe o manufatti complessi, ma anche a reperti isolati. Una moneta romana può indicarci la presenza o il passaggio di qualche antenato in toga, un oggetto prezioso può essere stato sepolto per salvarlo da una razzia di barbari, o nascosto da qualche brigante che non è riuscito a recuperarlo.

Il problema è che quando vengono raccolti con tutti i crismi, gli oggetti finiscono per sparire di nuovo, in attesa di catalogazione e di sistemazione. La millenaria e ricchissima storia della penisola ha prodotto una tale quantità di reperti e di oggetti d’arte che per poterli ammirare tutti ci vorrebbe un museo ogni cento metri. I magazzini dei musei esistenti scoppiano di casse e scatoloni pieni di meraviglie che nessuno vedrà.

Già lo Stato investe pochissimo nella conservazione di quel che è stato trovato e gli archeologi non disoccupati sono precari e malpagati. Figuriamoci se si possono tirare fuori soldi per rinvenire, studiare, restaurare ed esporre convenientemente quel che è ancora sottoterra. E allora perché privare la gente comune del brivido dell’archeologia fai-da-te? Che sia consentita liberamente almeno agli over-60: incoraggia a fare del moto e integra la pensione.

Lia Celi

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