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Ma quando arriva questo giorno di liberazione dalle tasse?

Nel 1990 Google non era ancora nata. Internet, in pratica, non esisteva. Uno dei primi «portatili» di Nokia pesava 800 grammi, consentiva di telefonare per poco tempo e costava l’equivalente di migliaia di euro. Giuseppe Tornatore vinceva l’Oscar con «Nuovo cinema Paradiso». A capo del governo c’era Giulio Andreotti.Il rapporto debito pubblico/Pil era a una quota tranquillizzante: il 95%

Nostalgia per quei tempi? Sì e no, probabilmente. Ma se si guarda al fattore T, le tasse, la risposta non può che essere un sì convinto.

Allora il Tax Freedom Day — il giorno della liberazione fiscale, vale a dire quello nel quale si finisce di lavorare per pagare tasse e contributi, dopo di che i guadagni sono destinati al proprio sostentamento — si festeggiava l’8 giugno.

Oggi Tax Freedom Day si è spostato da 1 a 2 mesi in avanti a seconda del reddito e del tipo di lavoro.

Ma anche secondo gli studi.

Infatti per la Cgia di Mestre  gli italiani debbono lavorare per lo Stato per 154 giorni l’anno per pagare le tasse del 2016.  “Sui contribuenti onesti grava una pressione fiscale reale che quest’anno tocca il48,4% – spiega l’Ufficio studi della Cgia -. 6,2 punti in più rispetto a quella ufficiale“.  “Rispetto al 2015 il gettito complessivo del Fisco è destinato a scendere di oltre 5 miliardi di euro – segnala il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo –. Quest’anno, infatti, le famiglie, a eccezione di quelle proprietarie di ville, castelli e palazzi di pregio storico, non pagano la Tasi sulla prima casa, risparmiando circa 3,5 miliardi di euro. Le imprese, invece, non sono tenute al versamento dell’Imu sugli impianti imbullonati, da cui deriva una riduzione di gettito di 530 milioni di euro, mentre l’esenzione dell’Imu per i terreni agricoli vale 405 milioni“.

Viceversa,  lo studio che anche quest’anno la Fondazione dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Rimini ha condotto per indagare il reale impatto del fisco sul reddito dei lavoratori italiani e riminesi presenta dati molto diversi.

Lo studio presenta tre esempi per tipologia.

1) Mario è un impiegato con un reddito medio mensile netto in busta paga di 1.300 euro. Il suo reddito è di 18.200 euro.La pressione tributaria per imposte dirette è del 16,2% del reddito complessivo lordo. La pressione fiscale inclusiva anche dei contributi assistenziali e previdenziali è del 25,4% del reddito complessivo lordo. Il peso fiscale sopportato dalla famiglia per imposte indirette è di 6.382 euro. In questa cifra hanno gran peso voci come sanità (495 euro) e istruzione (1.720 euro), quasi due mensilità.
La pressione fiscale, comprensiva dei contributi a carico del lavoratore, arriva al 51,5%. Quest’anno Mario ha lavorato fino al 6 luglio per pagare le tasse.

2) Giovanni è un dipendente con mansioni più qualificate, con un reddito medio mensile netto in busta paga di 2.500 euro. Il suo reddito è di 35.000 euro. La pressione tributaria per imposte dirette è del 29,2% del reddito complessivo lordo. La pressione fiscale inclusiva anche dei contributi assistenziali e previdenziali è del 38,4 % del reddito complessivo lordo.
Il peso fiscale sopportato dalla famiglia per imposte indirette è di 9.108 euro. In questa cifra incidono con peso rilevante i trasporti (2.563 euro), l’istruzione (1.977 euro), la casa (1.177 euro) e salute (565 euro).
La pressione fiscale, comprensiva dei contributi a carico del lavoratore, supera il 54%. Quest’anno ha lavorato fino al 18 luglio per pagare le tasse

3) Marco è un piccolo imprenditore che ritrae dalla propria attività un reddito netto pari a quello dei dipendenti in precedenza esaminati: 24.500 euro. Non sono considerate, per amor di patria, le singole imposte che l’imprenditore ha già assolto nello svolgimento della propria attività d’impresa quali, ad esempio, il diritto annuale di iscrizione alla CCIAA, il contributo obbligatorio al CONAI, l’imposta di bollo sui libri contabili, eventuali tasse ed accise su carburanti, energia elettrica, assicurazioni ed altro utilizzate per lo svolgimento della propria attività e neppure l’IRAP.
Andando a considerare anche le imposte indirette, che il sig. Marco assolve consumando il proprio reddito esattamente come il dipendente Marco, si nota come la pressione tributaria salga al 40,2% e la pressione fiscale complessiva esploda sino a portare l’entità di imposte e contributi prelevati dallo stato al 63%.
In altre parole, il sig. Marco lavorerà per ben 229 giorni all’anno, per poter pagare le imposte (come lo scorso anno!). Considerando una settimana lavorativa di cinque giorni, significano 45.8 settimane.
Quest’anno ha lavorato fino al 17 agosto per pagare le tasse (come lo scorso anno).

Senza arrivare a citare Winston Chirchill (“Le uniche statistiche di cui mi fido sono quelle che abbiamo falsificato noi”), certamente questi balletti di cifre e di calendari – dove fra l’altro è frequente la confusione fra tasse vere e proprie e contributi previdenziali, che invece fanno parte della retribuzione – convergono su di un fatto, quello sì inoppugnabile: in Italia si pagano troppe tasse.  Anche se nel 1990 si diceva già la stessa cosa.

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