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Bandersnatch: ci piaccia o no siamo in un videogame e dobbiamo imparare a giocare

Molto si è parlato della recente uscita del film interattivo Bandersnatch all’interno della celebre serie televisiva Black Mirror – ovviamente, manco a dirlo, prodotto da Netflix. Un’opera che, pur non facendo ricorso a innovazioni così rivoluzionarie sia a livello tecnologico (far comparire delle domande) che di soggetto (persino Topolino aveva già pensato a delle storie a bivi), ha avuto un’accoglienza molto contrastante, suscitando la tipica reazione di amore/odio che solo una novità è capace di generare. E di qualcosa di nuovo effettivamente si tratta, ma non credo nel senso in cui spesso si legge in giro.

Per una fortunata coincidenza mi è capitato di vederlo (in compagnia, per altro: Bandersnatch offre infatti una trama perfetta da seguire insieme a un piccolo gruppo di amici, che a turno possono decidere sull’evoluzione della storia – destabilizzando qualsiasi retorica sulla fruizione individualista dei contenuti on demand) negli stessi giorni in cui ho finito di leggere The Game, il nuovo saggio di Alessadro Baricco, di cui avevo già ascoltato la presentazione in anteprima a giugno, in occasione di RepIdee18 a Bologna.

Già c’è stato – ahimé – qualcuno che l’ha citato dovendo recensire Bandersnatch, e tra l’altro in un giornale – come Open – fondato proprio con l’intento di stabilire una nuova concezione di giornalismo digitale. Ecco, l’idea che muove questo articolo nasce proprio dalla volontà di andare oltre quella mera citazione, e sviluppare una possibile interpretazione di Bandersnatch usando The Game come vera e propria chiave di lettura.

Non mi dilungherò quindi nel ripercorrere la trama o la mappatura delle possibili scelte, che potete tranquillamente trovare spiegate sicuramente meglio altrove, e neppure nello stabilire se Bandersnatch sia solo un film, l’episodio di una serie, un film nella serie o una serie nel film. Se proprio volete trovare un’etichetta, io direi che si tratta piuttosto di un vero e proprio Easter egg – come del resto è esplicitamente suggerito in uno dei possibili finali.

Per chi come me non lo sapesse già, l’espressione Easter egg (letteralmente “uovo di Pasqua”) è utilizzata in informatica per indicare un contenuto, spesso un codice criptato in forma bizzarra e scherzosa, che i progettisti o gli sviluppatori di un software nascondono all’interno del software stesso. Prendete questa definizione e sostituite “contenuto” con Bandersnatch e “prodotto” con Netflix: ebbene, a mio avviso siamo di fronte a un Easter egg dall’inizio alla fine, in sé e per sé, e non solo nella musichetta conclusiva di uno dei possibili finali. E ora cerco di spiegarvi perché.

Chi di noi non ha provato quella maledetta sensazione di sentirsi violato nella propria intimità dai suggerimenti di Google, Facebook, Spotify o Netflix? Ci sentiamo tracciati, ed è effettivamente così. L’inaccessibilità degli algoritmi che regolano queste dinamiche, poi, contribuisce ad alimentare il nostro endemico cospirazionismo – più che legittimo, aggiungerei. Tuttavia siamo pronti a passarci sopra perché in effetti – ed è proprio qui che si regge tutto – i suggerimenti sono quasi sempre azzeccati. “Erano proprio le scarpe/canzoni/informazioni/negozi/serie televisive che stavo cercando”, quante volte l’abbiamo pensato?

È come se il web conoscesse meglio di noi stessi i nostri gusti, e non riuscissimo a spiegarci il perché. Semplice: perché è proprio il web (o meglio, un suo uso interessato e spesso commercialmente geniale) che dopo averli tracciati (vedi cookies) finisce poi a sua volta per generarli. Ai fantomatici algoritmi bastano due o tre nostre scelte (Bandersnatch, sei tu?) per capire chi siamo, e proporci poi chi saremo domani.

Siamo passati a un secondo step dell’era digitale: il digitale non è più la semplice “scannerizzazione” del vecchio mondo analogico (come erroneamente qualcuno continua ancora oggi a pensare), ma brilla a tutti gli effetti di luce propria, ed anzi influenza pesantemente anche ciò che digitale non è. In tal senso, non mi sorprenderebbe scoprire che se in Bandersnatch scegliessimo di non scegliere, lasciando fare al software, ci ritroveremmo con il finale che più si addice al nostro profilo (romantico, horror, comico, drammatico ecc.) come fosse un raffinatissimo e insospettabile esperimento pubblicitario, in cui la veste narrativa cela l’interesse commerciale.

Un Easter egg, di per sé, non ha alcun valore esplicativo, e infatti Bandersnatch può essere legittimamente visto solo come un film interattivo. Se però, dopo aver avanzato questa metafora azzardata, proviamo ad inserirlo all’interno di una piattaforma come Netflix, e andiamo a rivederlo alla luce del saggio di Baricco, ecco che diventa anche una chiave di lettura per capire come diavolo funzionano questi maledetti algoritmi: una delle primissime volte in cui un colosso del digitale come Netlix esce allo scoperto, e cerca di delineare una teoria a ciò che in pratica avviene già da anni, attraverso un linguaggio meta-narrativo, meta-televisivo, meta-cinematografico, meta-imprenditoriale e straordinariamente auto-ironico.

Geniale, in tal senso, è la scena d’azione cui conduce la scelta “Netflix”, che in pratica, cliccando, ammettiamo placidamente etero-guidare il nostro quotidiano – credo sia chiaro, infatti, come la domanda non sia rivolta solo a Stefan, ma anche a noi che stiamo guardando.

Ogni epoca ha avuto il suo paradigma, il simbolo che metaforicamente ne ha incarnato lo spirito del tempo. L’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande del Seicento, in mezzo ai quali l’uomo scopre, smarrito, di non essere più al centro del Creato fra il cannocchiale di Galileo o I Pensieri di Pascal: un’inquietudine che ritroviamo cristallizzata, in arte, nella deformazione dell’ellisse barocca che subentra alla perfezione del cerchio rinascimentale. Il Settecento, poi, con i suoi Lumi e il suo Enciclopedismo; per non parlare poi del Sublime romantico, o del mito dell’artista maledetto, e infine del treno come emblema del Progresso nell’Ottocento. Il Novecento, infine, secolo corto o secolo lungo, con il tramonto dell’Eurocentrismo, le sue guerre e la bipartizione fra blocco sovietico e blocco statunitense andata in frantumi insieme al muro di Berlino.

E il Duemila? Per anni ci siamo detti che non sono stati ancora elaborati paradigmi capaci di interpretare i cambiamenti dirompenti dei nostri anni, che quella digitale è stata l’unica rivoluzione della storia a non aver avuto alle spalle un chiaro disegno teorico ed ideologico. In realtà qualcosa è stato scritto, invece, in questi ultimi decenni, e il saggio di Baricco non nasce certo dal nulla – basti pensare che Homo Ludens di Huizinga è addirittura del 1938. Lo scrittore torinese, consapevole di come i suoi stessi spunti debbano ancora essere elaborati sistematicamente, ha però l’innegabile merito di aver colto proprio nel Videogame la struttura portante del nostro tempo, che al concetto di innovazione tecnologica ha unito per la prima volta anche quello di divertimento.

L’uscita ravvicinata di The Game e Bandersnatch alle soglie del nuovo anno è quindi molto significativa, e apre nuovi interessanti scenari per il futuro. Una coincidenza che ci offre, forse, uno dei primi paradigmi attraverso il quale indagare e comprendere il nostro tempo: il Videogame.

E, vi piaccia o no, dobbiamo imparare presto a giocarci dentro.

Edoardo Bassetti

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