“Bar Zeta chiude ancora: la colpa? Trasmettere la partita di basket”
30 Maggio 2026 / Redazione
Sono lo stesso cliente storico dello Zeta che vi scrisse a novembre scorso, quando il Questore dispose la chiusura di 15 giorni del bar in applicazione dell’articolo 100 del TULPS.
Allora mi arrabbiai, e lo dissi senza troppi giri di parole. Allora feci anche un paragone provocatorio: perché non si chiude il bar della stazione, dove negli anni sono accaduti episodi gravi, accoltellamenti, risse con feriti anche tra le Forze dell’Ordine, e dove chiunque potrebbe scommettere che individuare occasionalmente frequentatori con precedenti penali non sarebbe impresa difficile? La risposta che mi davo da solo era ovvia: perché sarebbe una cosa folle chiuderlo. Esatto. E allora perché è meno folle chiudere il bar Zeta?
Oggi mi ritrovo a scrivere di nuovo perché è accaduto qualcosa che ha dell’incredibile e anche questa volta parlo del bar Zeta: cinque giorni di sospensione della licenza, disposti dal Questore di Rimini. E anche questa volta, più leggo più mi arrabbio.
Ricostruiamo i fatti, perché meritano di essere raccontati con ordine.
Il 19 maggio scorso nella zona Ina Casa, tra via Luigi Nicolò e le strade limitrofe, è scoppiata una vera e propria guerriglia urbana: una quarantina di persone legate al tifo organizzato riminese si sono affrontate in strada con bastoni, spranghe e bottiglie. Una scena da film di guerra avvenuta all’aperto in un quartiere residenziale, non dentro un bar, non dietro un bancone ma in strada.
Quel giorno il bar Zeta stava facendo una cosa normalissima, anzi una cosa bellissima per un locale di quartiere: stava trasmettendo in televisione la partita di basket tra Rimini e Pesaro, gara decisiva dei quarti di finale dei playoff promozione; clienti e tifosi erano lì per tifare la propria squadra davanti a uno schermo, niente di più e niente di meno.
Nel mentre, fuori, più precisamente sulla sponda destra del torrente Ausa quindi nella incolpevole prossimità del locale, parte lo scontro tra le persone legate al mondo della tifoseria organizzata e, dopo le prime fasi degli scontri, alcuni dei partecipanti alla rissa sono entrati nel locale nel tentativo di confondersi tra gli altri avventori e sottrarsi ai controlli delle forze dell’ordine. La polizia ha effettuato verifiche all’interno, identificando una ventina di persone: circa la metà di loro risultava avere precedenti, compresi alcuni già segnalati per episodi legati alle manifestazioni sportive. E proprio su questa base, tenuto conto del precedente provvedimento già emesso, il Questore ha disposto una nuova sospensione della licenza.
Mi fermo un attimo e faccio la domanda ovvia, la domanda della domande: cosa avrebbe dovuto fare il gestore del locale?
Avrebbe dovuto non trasmettere la partita? Forse, così nessuno si sarebbe fermato a guardare e il locale sarebbe rimasto vuoto. Avrebbe dovuto tenere la porta chiusa mentre fuori c’era una rissa? Impossibile: un pubblico esercizio non può e non deve sbarrare la porta ai clienti durante l’orario di apertura. Avrebbe dovuto riconoscere in tempo reale chi stava rientrando come un fuggitivo dalla rissa e cacciarlo fuori? Ma il gestore non è un agente della DIGOS, non ha accesso ai fascicoli penali di nessuno, non ha poteri coercitivi di sorta. Avrebbe dovuto chiamare la polizia? Inutile, le forze di polizia erano già sopraggiunte ma anche fosse questo il caso quella chiamata, ammesso ci fosse stato il tempo, non avrebbe comunque cambiato l’esito: i precedenti di quegli avventori c’erano già, non si trattava di prevenire nulla, e infatti il provvedimento è arrivato lo stesso.
Allora non c’era nulla da fare, il destino del locale era già segnato nel momento in cui qualcuno, altrove, in strada, con le spranghe aveva deciso di fare a botte.Ecco il paradosso che questa norma, applicata così, produce: non si puniscono solo i quaranta che si sono affrontati in strada ma si punisce la proprietà del locale e i dipendenti che stavano servendo caffè e trasmettendo una partita di basket. Si chiude il locale, si mandano a casa i dipendenti per cinque giorni per colpa di qualcuno che non hanno invitato, non conoscevano e non potevano fermare.
E i proprietari e i dipendenti, quelli che dietro quel bancone ci campano, cosa devono fare? Come si difendono? Da cosa, poi? Da una rissa che è avvenuta fuori, organizzata da altri, consumata altrove?
A novembre mi ero fermato a ragionare per assurdo sulla situazione del bar della stazione, oggi mi spingo oltre con una riflessione che spero non si avveri mai ma che, alla luce di quanto accaduto, non mi sembra più tanto irreale: se nei prossimi mesi dovesse essere rubata una bicicletta in zona Ina Casa e se dagli accertamenti successivi dovesse emergere che il responsabile è poi entrato nel bar Zeta, cosa succederà? Sulla base della logica fin qui applicata temo di saperlo già: il locale c’era, il locale risponde. Non importa il contesto, non importa il nesso causale, non importa se il gestore poteva fare qualcosa di diverso.
Questa non è sicurezza urbana. Questa è la delega silenziosa della sicurezza pubblica sulle spalle dei commercianti: senza risorse, senza poteri, senza strumenti legali e con la spada di Damocle di un nuovo provvedimento sempre appesa sopra la testa.
Basta colpire chi lavora onestamente, basta far pagare a chi serve il caffè i conti di chi spacca le bottiglie in strada! Presidiate il territorio prima che scoppi la guerriglia, non dopo. Perseguite i quaranta con le spranghe, non il gestore con la macchinetta del caffè.
Un cliente storico dello Zeta, ancora arrabbiato,
Gabriele Colonna