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Basta col technicolor pandemico

Le donne lo sanno: quando si è incerte davanti al guardaroba per un evento importante, col bianco e nero non si sbaglia mai. I due colori-non colori, uno che li nega tutti, l’altro che li riassume, l’alfa e l’omega della scala cromatica, sono la soluzione di ogni dubbio in fatto di look.  E il grigio, in tutte le sue sfumature dall’antracite al perla all’argento, passando dalle nuances zoologiche come il grigio talpa e il grigio topo, è il colore “fine” per antonomasia.

Anche dal parrucchiere il grigio oggi è il massimo dello chic fra le tinture per capelli, tutto sta a trovare la gradazione che ci dà classe senza invecchiarci – esattamente come nel Settecento, quando bianco-grigie erano le parrucche della nobiltà. E l’eleganza delle foto in bianco e nero, che hanno una dignità da documento storico anche quando sono banali scatti di vacanze al mare? Per non parlare del cinema, dove bianco e nero è sinonimo di antica gloria o di pensosa ricerca artistica.

Dove va a parare questo palloso preambolo? Lo avrete capito. Al fatto che della vita a colori – rosso, rosso scuro, arancione, giallo, e mettiamoci pure il verde delle nostre tasche – ne abbiamo tutti le scatole piene. Fra gli effetti del maledetto Covid non c’è solo la perdita del gusto e dell’olfatto. A un anno dall’esplosione della pandemia, cominciamo ad avere problemi anche con la percezione dei colori, che da mesi evocano limitazioni, restrizioni, divieti di circolazione, attesa spasmodica di decreti contraddittori.

Lo scorso Natale il rosso non era l’allegro e tradizionale colore degli addobbi, dei pacchetti e della giubba di Santa Claus, era soprattutto quello dei “no” – alla socialità, ai viaggi, alle feste. Poi siamo diventati arancioni – non nel senso di Hare Krishna, e neanche di tifosi dell’Olanda, e nemmeno di carcerati americani – e uno dei colori più belli dell’iride e dei più benefici in cromoterapia ha perso tutto il suo fascino. Dovrebbe trasmettere energia e vitalità, e invece ci ammoscia. Perfino le arance ci piacciono di meno, e probabilmente ci fanno meno bene.

Da domani la nostra regione diventa gialla – e qui si vede come il Covid ci abbia proiettato in un mondo alla rovescia, perché di solito uno diventa giallo perché sta male, mentre ora si diventa gialli quando si sta migliorando. Quindi, il colore storicamente legato alle brutte malattie, alla quarantena delle navi, alla stella che contrassegnava gli ebrei durante il nazismo, ai misteri insoluti, adesso viene guardato con sollievo e simpatia. Evviva il giallo!

Senonché nella mappa del contagio del Centro europeo per il controllo delle malattie l’Emilia Romagna non risultava né arancione né rossa, ma addirittura era diventata per qualche ora rosso scuro. Almeno fino alla rettifica a rosso semplice: orientarsi fra i colori non deve essere facile nemmeno a Bruxelles. Peccato, perchè il bordò è un colore molto amato dagli arredatori, rende una stanza accogliente, specie se ravvivato da qualche tocco di color crema, ma che usato sulla mappa epidemiologica indica che l’Emilia Romagna ora come ora è molto accogliente, ma solo per il coronavirus. 

Basta col technicolor pandemico. Dopo un anno di “Conte comanda color” abbiamo bisogno di tinte neutre, sbiadite, seppiate. Magari non il bianco ospedaliero, ne abbiamo avuto abbastanza, ma quello più morbido e mangereccio, il bianco burro, il vaniglia, il panna. O anche il felpato grigio, o il beige bon-ton, spento ma così rassicurante, rilassante. L’optimum sarebbe la via di mezzo, il greige, che fa così Armani, uno dei colori must-have per la primavera 2021. Sì, vogliamo al più presto un’Emilia Romagna greige. In salute ma con stile.

Lia Celi

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