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Basta un po’ di colore per far rivivere i nostri nonni: soffrendo il caldo anche per loro

E’ pazzesco come un tocco di colore possa cambiare la percezione del passato. Chi ha visto su RaiStoria i filmati restaurati della Grande guerra si è reso conto come sia il bianco e nero a rendere quei volti e quei paesaggi così distanti da noi. Quando le facce diventano rosee, le divise blu e grigioverdi e il cielo azzurro, gli spezzoni di battaglie vecchie di un secolo sembrano usciti dai tiggì che vediamo all’ora di cena, quei soldatini diventano improvvisamente ragazzi come i nostri, solo un po’ più magri e sparuti.

E anche le riprese girate lontano dai campi di battaglia, nelle strade e nei giardini delle case, ci dànno un brivido: le famiglie sorridenti, sullo sfondo del più sanguinoso e insensato conflitto della storia, assomigliano alla nostra e sembrano molto più moderne e naturali dei personaggi di una serie in costume di Netflix o di Sky. Erano padri, madri e figli che, nei limiti del possibile, si godevano la vita e gli affetti e, in un’estate normale, facevano gite e andavano in vacanza, anzi, in villeggiatura.

Il turismo non era ancora di massa, ma non era già più appannaggio di pochi privilegiati: il sole e i bagni di mare erano considerati non solo un piacere, ma anche una terapia e una profilassi per tubercolosi e rachitismo. Mi è capitato di vedere un filmato d’epoca ricolorato risalente al 1896 e girato nientemeno che dai fratelli Lumiere, gli inventori del cinema, che mostra un gruppo di villeggianti su un non meglio definito bagnasciuga. Ragazzi e ragazze con sottane e calzoni rimboccati setacciano l’acqua bassa con i retini in cerca di conchiglie, sotto lo sguardo vigile di signore in gonna lunga, camicetta impeccabile stretta in vita e cappellino di paglia.

Il colore e il restauro tolgono ai movimenti delle persone l’artificiosità e l’andatura da marionetta che siamo abituati a collegare al cinema muto, e così quei ragazzi e quelle signore diventano nostri contemporanei, soltanto molto più vestiti di noi. Poveretti, come facevano a godersi il mare con tutta quella roba addosso? Non trovavano fastidiosi gli indumenti bagnati e insabbiati appiccicati alle gambe? E chissà che caldo sotto quegli strati di sottovesti e mutandoni, per non parlare di calze e stivaletti inzuppati.

Eppure quegli europei di centovent’anni fa non erano selvaggi, probabilmente leggevano più di noi, studiavano in ottime scuole e ogni giorno leggevano sui giornali notizie di mirabolanti innovazioni tecnologiche – anzi, nella fattispecie stavano sperimentando una delle ultime conquiste del progresso, il cinema.

Ma l’abbigliamento non si era ancora evoluto alla stessa velocità, le persone beneducate, specialmente le signore, non scoprivano il corpo nemmeno al mare con trenta gradi all’ombra, qualche deroga era concessa solo ai fanciulli. Ci sono volute due guerre e varie rivoluzioni socio-culturali, compresa quella femminista, perché potessimo circolare in spiaggia praticamente nudi e godere del sole e del mare nella mise più vicina alla natura – e poterci spogliare della maggior parte dei vestiti, con tutte le implicazioni del caso, dalle più edeniche a quelle meno innocenti, è uno degli aspetti che rende la vacanza al mare più apprezzata di quella in montagna.

Anche il burkini – e se ne vede qualcuno anche sulle nostre spiagge – racconta un dialogo complesso fra pudore, tradizione e voglia di libertà, con tempi e modi diversi dai nostri. E non in un filmato appiattito sul bianco e nero, ma in un presente dalle mille e complesse sfumature.

Lia Celi

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