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Benvenuti nell’era delle post-verità

In politica non è di tutti l’attitudine a dire scempiaggini facendole però apparire come dei ragionamenti, ancorché discutibili o criticabili. C’è infatti qualcuno che, quando apre bocca, difficilmente ti fa capire se a fuoruscirgli siano dei concetti o soltanto dei rumori molesti, tipo quelli che certi maleducati “mangiatori seriali” non si preoccupano di trattenere a tavola.

Può così succedere che un consigliere comunale legaiolo al Comune di Rimini, tal Zuccarato, per dimostrare «le elevate capacità comunicative» di cui mena vanto nel suo curriculum, arrivi a definire la Città di Rimini «una discarica» a causa dei profughi che il Comune accetta di accogliere, anziché cacciarli a pedate.

Intendiamoci, non è che una maggiore tolleranza verso quei disgraziati la stia manifestando il suo collega forzitaliota Rufo Spina, che anzi è arrivato ad emettere un’azzimata bi-scomunica a Papa Bergoglio e al Vescovo Lambiasi, colpevoli di eccessivo “buonismo”; il che ha provocato costernazione e imbarazzo nella “frangia credente” dei berlusconiani locali. Ma lui, di civile, ha almeno usato il linguaggio e la terminologia. Così come va riconosciuto che Gioenzo Renzi, pur non essendo propriamente un patito dell’accoglienza verso gli immigrati, mai si sognerebbe di abbinare al rozzo e offensivo epiteto di “discarica” il nome della città alla quale, sia pure a modo suo, vuole bene.

Stia dunque tranquillo Zuccarato: Rimini ha troppo poca presenza della Lega per essere considerata una discarica. Se è per questo che si trova male nella città dove pure lui risulta essere immigrato, può sempre tornarsene nella Padova natìa e nel suo Veneto, dove il lezzo leghista ammorba il palazzo di quel Comune e la sede della Regione.

Ma ora basta di prendermela con costui, perché non vorrei ci rimanesse male qualche suo civettuolo “alleato del no referendario” che alberga sui banchi del PD in Consiglio Comunale.

A proposito di referendum, non posso certo dire che il mio precedente corsivo… sia passato inosservato. Da “amici e compagni del sì”, insieme a tantissime attestazioni di consenso, ho ricevuto anche qualche rilievo per… non avere contato fino a dieci prima di mettermi a scrivere (l’ho fatto per una vita! Mi è consentito avervi una volta tanto derogato?).

Dal “no di sinistra”, in modo diretto mi è arrivato solo il severo rimbrotto di Grazia Nardi, alla quale continuo purtuttavia a volere bene. Mi dicono che anche sul web vi sia qualche mugugno per “i toni usati”, ma la cosa non mi riguarda, sia perché non bazzicando i social continuo a considerare miei interlocutori solo quelli con cui ci scriviamo, ci telefoniamo o ci parliamo di persona; sia perché provenendo da chi ha avuto il fegato di allearsi con Grillo e Salvini, farei fatica in ogni caso ad accettarli.

È impressionante come il dopo-referendum sia diventato un privilegiato terreno di coltura di quella perversa cavolata che l’Oxford English Dictionary ha di recente nobilitato, eleggendola a parola dell’anno 2016: la “post-verità”. Vale a dire una falsità che, fatta girare vorticosamente in rete migliaia e migliaia di volte, diventa a tutti gli effetti “la verità” per i tanti che affidano ai social non soltanto la sfiziosa funzione di giocattoloni, ma soprattutto l’illusorio e nefasto ruolo di “fonti di informazione”.

Dall’ambito del PD e dintorni proviene una post-verità coniata da Bersani e ripetuta a iosa da altri: «Votando no, abbiamo impedito che la destra si intestasse il successo del referendum».

Non c’è bisogno di essere Freud per dedurre che se nel 2013 Bersani avesse condotto una campagna elettorale vittoriosa anziché dividersi fra il “cerchiolino magico” di Migliavacca & c. e le serate in TV a smacchiare il giaguaro, oggi non avrebbe avuto problemi ad intestarsi lui, come Segretario del PD e Presidente del Consiglio, quel “basta bicameralismo perfetto” che, non a caso, lui stesso ed i suoi seguaci hanno votato tre volte in questo Parlamento, prima di sputacchiarci sopra quel loro inaspettato no al referendum, che ha calpestato uno dei capisaldi programmatici dell’Ulivo.

Né ci vuol molto a immaginare che se Renzi avesse mandato in Europa D’Alema al posto della Mogherini, oltre ad aver fatto bene – date le sue indiscusse capacità, unite ad una buona dose di perfidia e ad un po’ di puzza sotto il naso, che in politica estera non guastano – ora riceverebbe i complimenti di “Baffino” per aver portato a termine l’impresa a lui non riuscita con la Bicamerale del 1997-98.

Concludo aggiungendo che il vantarsi di chi, in casa PD, sostiene che il suo no avrebbe «impedito alla destra di intestarsi la vittoria», m’ispira un divertito paragone calcistico, che in modo bonariamente emblematico vorrei dedicare a Roberto Biagini, il quale è stato nella “sua prima vita” un ottimo calciatore.
Nei tanti anni passati a calpestare il manto erboso sarà senz’altro capitato, se non a lui a qualche suo compagno o avversario, di segnare un autogol decisivo per la sconfitta della propria squadra. Ecco, dubito che a fine gara costui, con aria soddisfatta, abbia poi rivolto ai suoi inferociti compagni questo serioso ammonimento: «Ma cosa v’incazzate? Dovreste invece ringraziarmi, che ho impedito all’avversario di intestarsi il gol della vittoria!».

Post Scriptum: Titanica superstizione ministeriale
Dalla vicina Repubblica di San Marino arriva una notizia sconcertante e insieme esilarante: il nuovissimo Ministro alla Sanità non ha vaccinato i figli, perché contrario alle vaccinazioni! In compenso, però, ci tiene a tranquillizzare le eventuali vittime del procurato contagio: «Abbiamo fatto una assicurazione, come prevede la normativa».

Se tanto mi dà tanto, non vorrei che quel Governo comprendesse anche un ministro dell’istruzione contrario all’obbligo scolastico; un ministro dei trasporti teorizzatore dell‘inutilità della patente automobilistica; un ministro alle finanze convinto assertore del ritorno al baratto, in sostituzione dell’uso del denaro.

Nando Piccari

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