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Biagio Cenni, “comunista miliardario” e galantuomo vero per il bene di Riccione

Nei primi mesi del 1946 Biagio Cenni rimetteva piede a Riccione. Vi mancava da molti anni. L’aveva lasciata nel 1936, a venti anni, per il servizio militare. Ma poi, per lui, una guerra fascista dietro l’altra, con il grado di sergente: gli ultimi mesi degli scontri in Etiopia nella primavera del 1936, poi nell’aprile 1939 l’occupazione dell’Albania, nell’ottobre 1940 l’invasione della Grecia e nell’agosto 1941 la partecipazione, a fianco degli alleati tedeschi, nell’aggressione al territorio russo. A fine dicembre 1942 le truppe italiane dell’8.a Armata vennero travolte dalla controffensiva russa sul Don, messa in atto per respingere il tentativo tedesco di liberare le armate intrappolate a Stalingrado. Cenni, e con lui altre migliaia di soldati italiani, venne catturato dai russi.

Nell’inverno 1942-1943 l’Armata Rossa catturò circa 70.000 soldati italiani, di cui 22.000 non arrivarono mai ai campi di prigionia in Siberia, morti nelle lunghe marce di trasferimento (le famose “marce del davaj”) a causa di sfinimento, inedia e percosse delle guardie sovietiche; tra coloro che arrivarono nei campi di prigionia, ne morirono almeno altri 38.000. Questi erano stati costretti a marciare per centinaia di chilometri e poi a viaggiare su carri bestiame per settimane, in condizioni allucinanti, senza mangiare, senza poter riposare la notte con temperature siberiane. Coloro che riuscirono a raggiungere i lager di smistamento – improvvisati, disorganizzati, con condizioni igieniche medievali – erano talmente denutriti e debilitati che le epidemie di tifo e dissenteria ne falciarono ben presto la maggior parte. Dalla documentazione russa risulta la presenza di italiani in 400 diversi campi di prigionia in Siberia; i più tristemente famosi sono quelli di Tambov – dove morirono circa 10.000 italiani – quelli di Miciurinsk, di Khrinovoje, di Oranki , di Tiomnikov.

Le operazioni di rimpatrio della maggioranza dei prigionieri (anzi, dei sopravvissuti) si svolsero fra il settembre 1945 e il maggio 1946, tranne che per alcune decine di prigionieri che saranno liberati negli anni successivi. Alla fine quelli che riuscirono a tornare in Italia furono esattamente 10.032 soldati dell’ARMIR, dei 70.000 presi prigionieri.

28 febbraio 1966. Riccione. Il campione brasiliano Pelè in viaggio di nozze. Da sin. Pelè, la moglie Rosemeri dos Reis Cholbi, William Pesaresi, Arturo Antonelli, Biagio Cenni (con gli occhiali). Dietro a destra Gualtiero Masi. Pelè tornò a Riccione l’anno successivo in tourneè con la sua squadra, il Santos

Cenni fra il 1936 e il 1946 era tornato a casa saltuariamente. Prima di partire aveva però completato gli studi per l’ottenimento di un diploma professionale. Al suo rientro a marzo 1946, dopo oltre tre anni di prigionia nei gulag russi in Siberia, pesava 38 chilogrammi. Prese in mano l’attività commerciale del padre Attilio, morto nel settembre 1944 durante la battaglia per lo sfondamento della Linea Gotica, e mandata avanti sino al suo ritorno dalla zia.

Dalla prigionia russa Cenni, come molti altri soldati italiani, tornò comunista. Del resto la propaganda e la politica furono i caratteri dominanti e determinanti della prigionia dei militari italiani in Russia. Ciò è testimoniato dalla memorialistica di tanti reduci: sia i contrari che i favorevoli all’ideologia marxista spesso hanno tralasciato nei loro scritti la descrizione della vita nei campi per dedicarsi con dovizia di particolari all’argomento politico. I figli di Biagio Cenni hanno conservato il diario da lui scritto in prigionia. E’ inedito, ma da questo probabilmente si potrebbe conoscere il percorso dell’odissea da lui vissuta negli anni in Siberia perché le notizie che lo riguardano in proposito sono, nella memoria dei figli e degli amici, un po’ vaghe e non molto precise.

Biagio Cenni, per l’anagrafe risulta essere nato il 27 gennaio 1916 a Las Liebos, in Argentina, dove il padre era emigrato. In realtà era nato, per sua dichiarazione, nell’ottobre 1915, ma siccome il luogo dove viveva la famiglia non aveva un registro civile e quello più vicino distava centinaia di chilometri, il padre lo registrò oltre tre mesi dopo la nascita.

La famiglia Cenni rientrò a Riccione probabilmente nel 1928, quando Biagio aveva circa tredici anni. Il padre tornò in Italia con un discreto gruzzolo guadagnato duramente in Argentina. Con esso aprì la sua attività di commercio dei vini, ma soprattutto investì acquistando grandi aree nella zona marina di Alba di Riccione, allora una landa desolata, che divennero preziose con l’esplodere del turismo. Degli anni giovanili non sappiamo molto altro. Ma ripartiamo dal 1946, dal suo rientro a Riccione.

Settembre 1967. Riccione. Da sinistra: Mario Masi, Luigi Longo, Biagio Cenni, Francesco Alici

Biagio si buttò ad ampliare l’attività commerciale ereditata dal padre, intuì ed accompagnò l’avvio della crescita turistica della città ampliando i settori d’interesse. In particolare, oltre alla vendita del vino, si affermò nella commercializzazione della birra. Furono anni frenetici, di ricostruzione di Riccione dalle rovine della guerra e del formarsi di una nuova imprenditoria rampante nel turismo. Cenni era fra questi, la sua fortuna economica crebbe e si consolidò, ma non nascose mai la sua militanza comunista. Alle elezioni del 27 maggio 1951 il partito lo inserì in lista e venne eletto. Rimarrà in Consiglio Comunale per quasi trent’anni, sino al giugno 1980.

Il 23 dicembre 1946 sposò la fidanzata, a cui era legato sin da prima della guerra, Delta Cesarini (1912-1994), da cui ebbe tre figli: Maddalena (nata nel 1947), Attilio (nato nel 1949) e Paolo (nato nel 1950).

Il PCI alla elezioni del 27 maggio 1951 ottenne il 44,54% dei voti ed elesse 14 consiglieri su 30. Il 16 giugno 1951 il Sindaco comunista Nicola Casali, alla guida di una coalizione PCI-PSI, lo chiamò a far parte della Giunta comunale con la delega al commercio e alla Polizia Municipale (delega che mantenne sino al 1963). Venne riconfermato dal nuovo Sindaco Tommaso Enio Della Rosa (sempre del PCI) subentrato il 6 ottobre 1953 al dimissionario Casali.
Alle elezioni del 23 aprile 1956 la lista comunista perse un po’ di voti (ottenne il 41,73%), ma mantenne 14 consiglieri. Sindaco, sempre alla guida di una coalizione PCI-PSI, venne riconfermato Della Rosa e Cenni rimase in Giunta per tutto il quadriennio, nonostante l’avvicendarsi di più Sindaci: Della Rosa si dimise il 3 novembre 1957 a seguito di un avviso di garanzia, sostituito da Dante Tosi che ricoprì l’incarico sino al 7 dicembre 1959. Della Rosa, risolta positivamente la sua vertenza giudiziaria, ritornò ad essere Sindaco sino alla fine del mandato.
Il 31 ottobre 1960 il PCI aumentò i suoi voti (45,95%) ed elesse 15 consiglieri su 30. Sul tavolo degli accordi riminesi fra i due partiti della sinistra Sindaco divenne il socialista Giovanni Petrucciani. Ancora una volta Cenni entrò a far parte della Giunta comunale.

Cenni uscì dalla Giunta il 19 aprile 1963 per andare a fare sino ad ottobre 1964 il Presidente dell’Ospedale Ceccarini, un’esperienza che lo coinvolse profondamente e lo maturò nel suo agire politico. E le sue azioni alla direzione dell’Ente in quell’anno e mezzo gli fecero raccogliere ampi consensi.

Settembre 1967. Riccione. Da sinistra: (?) Tiziano Solfrini, Biagio Cenni, Luigi Longo, Marcello Casadei, Francesco Alici, Gastone Casadei, Gualtiero Masi

Si arrivò alle elezioni del 22 novembre 1964. Il Comitato Comunale del PCI riccionese aveva indicato a marzo come candidato Sindaco ancora Della Rosa, ma questa indicazione venne ribaltata dall’azione delle sezioni comuniste a favore di Biagio Cenni per dargli un maggior numero di preferenze rispetto al candidato indicato dal Partito. Cenni ne ottenne 497, Della Rosa 396. Numeri alti per gli elettori di un partito che in quegli anni non erano abituati a dare preferenze, ma votavano il simbolo. Per questo esito, determinante fu il contributo della Sezione “Corbelli” di San Lorenzo.

Va detto che i contrasti interni al Partito in quegli anni furono notevoli. Ricordò Gianni Baldinini nel volume “Viale don Minzoni 1. Il Partito Comunista Italiano. Riccione” (edito da la Casa del Popolo di Riccione/La Piazza, 2015) che dalla fine degli anni ’50 al 1965 diresse il Comitato Comunale del PCI di Riccione: “La Federazione pensò di proporre il mio nome per aiutare i compagni a mettersi d’accordo. La scelta cadde sul sottoscritto perché ero il meno settario e dai compagni riccionesi ero visto come ‘il meno riminese’. Accettarono il mio nominativo ritenendomi, non dico super parte, ma capace di non influire, come riminese, nelle questioni dell’Amministrazione e del Comitato Comunale. Era difficile creare un gruppo omogeneo che si imponesse nel partito, che comunque aveva una grande forza nella città”.

La Federazione comunista riminese guidata da Francesco Alici, visti i risultati, appoggiò la nomina di Cenni a Sindaco
Inoltre si consumò in quegli anni la definitiva rottura con Gianni Quondamatteo, il primo Sindaco della città dopo la Liberazione. Le sue pesanti accuse, in particolare contro Della Rosa (ritenute però infondate da gran parte dei dirigenti e dei militanti comunisti), influirono comunque sull’azione della Sezione di San Lorenzo che fu determinante per il ribaltamento della decisione del Comitato Comunale per la candidatura a Sindaco.

Maggio 1970. Riccione. Comizio per la campagna elettorale per il rinnovo dell’Amministrazione Comunale e per la elezione del primo Consiglio Regionale. Al microfono Guido Fanti, candidato alla Presidenza della Regione Emilia-Romagna. Sulla destra Biagio Cenni, Mario Masi, (?). A sinistra: Tiziano Solfrini

Il PCI il 22 novembre ottenne il 49,49% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi (17 su 30). Si ruppe l’alleanza con il PSI, che venne sostituito dal PSIUP. Sindaco divenne Biagio Cenni. Della Rosa entrò in Giunta (su precisa richiesta di Cenni), ma vi rimase poco più di un anno (si dimise il 9 dicembre 1965) con la motivazione che la sua nuova attività imprenditoriale (la gestione del delphinarium) lo impegnava completamente.

Cenni venne eletto Sindaco il 12 gennaio 1965. Tiziano Solfrini a nome del gruppo comunista lo candidò e presentandolo si limitò a dire: “Il Gruppo Comunista voterà ed invita a votare per la elezione del Sindaco il compagno Biagio Cenni, esperto e capace amministratore”. Null’altro.
La sua Giunta era composta da quattro comunisti (Domenico Lotti all’urbanistica, Tommaso Enio Della Rosa ai lavori pubblici, Gastone Casadei al bilancio, Marcello Casadei al commercio e alla Polizia Municipale) e due psiuppini (Dino Capelli vice-sindaco, Cleto Bagli alla pubblica istruzione). Il 9 dicembre 1965 si dimise Della Rosa e venne sostituito da Novello Nanni (PCI). L’1 dicembre 1966 si dimise Lotti e venne sostituito da Tiziano Solfrini (PCI) anche nella delega all’urbanistica.

Nel Programma dei comunisti riccionesi per le elezioni del 1964 si rivendicava un maggiore potere autonomo dei Comuni: “una programmazione che parta dal basso e arrivi a determinare un assetto statale più democratico, si scontra con la visione e l’opera della destra, interna ed esterna della D.C. che vuole estendere ed allargare il potere accentratore dello Stato (…). E’ la difesa ad oltranza della vecchia concezione dello Stato che vuole togliere mezzi e possibilità di agire alle Assemblee Elettive per farne cellule che realizzino supinamente la politica del Governo, anche mediante l’opera dell’istituto Prefettizio. Da qui nasce la nostra riaffermazione dell’autonomia degli Enti locali, dell’esigenza – prevista dalla Costituzione – del decentramento e la rivendicazione della partecipazione di tutta la popolazione alla gestione e alla direzione della cosa pubblica, attraverso una chiara linea di programmazione democratica”.

1973 ca. Riccione. Da sinistra: il Sindaco Biagio Cenni, Pier Paolo Pasolini, il Presidente dell’Azienda di soggiorno avv. Giuseppe Mengozzi (PSI) (foto di Pico Zangheri)

Quanto affermato nel programma servì a Cenni per rivendicare un “fare” molto spinto nei suoi due mandati da Sindaco, per dotare la città delle infrastrutture e dei servizi necessari al boom turistico in corso. Fognature, viabilità, acquedotto, pubblica illuminazione, verde pubblico, biblioteca comunale, impianti sportivi, darsena, nuovo cimitero, farmacie comunali, municipalizzata per la raccolta rifiuti e l’erogazione del gas, depuratore, moderne scuole. Del resto Riccione, in un decennio, era cresciuta di seimila abitanti (dai 24.166 del 1964 ai 30.061 del 1974). Il consuntivo delle attività svolte fatto dall’Amministrazione Comunale nel 1975 affermava: “l’esposizione fornisce la misura dello sforzo imponente con cui l’Amministrazione Comunale ha affrontato e risolto taluni dei problemi di più vitale importanza per l’economia della città, da quello delle infrastrutture a quello dei servizi”. Mentre invece il consuntivo del mandato fatto dai consiglieri comunisti affermava che “nei cinque anni (71-75) gli investimenti per opere straordinarie assommano a oltre dieci miliardi di lire”.

1973. Riccione. Al microfono il Sindaco Biagio Cenni

Nelle elezioni del 7 giugno 1970 il PCI raccolse il 50,09% dei consensi elettorali, eleggendo 18 consiglieri su 30. Cenni venne riconfermato Sindaco il 31 luglio 1970, alla guida di una Giunta comunale composta da PCI-PSI-PSIUP. Tre erano i comunisti (Tommaso Enio Della Rosa al bilancio, Tiziano Solfrini all’urbanistica, Novello Nanni ai lavori pubblici), due psiuppini (Dino Capelli vice-sindaco, Cleto Bagli alla pubblica istruzione), un socialista (Ortensio Gessaroli al commercio e alla polizia municipale). Il 23 settembre 1970 Capelli venne sostituito da Armando Nicoletti (PSIUP). Il 18 settembre 1972 Alver Colombari (PSI) sostituì il dimissionario Gessaroli. Il 2 aprile 1973 rientrò Dino Capelli (PSIUP) al posto del dimissionario Nicoletti. Il 27 maggio 1974 Solfrini si dimise per andare alla Presidenza dell’Azienda di Soggiorno e lo sostituì Nello Bernabè (PCI).

Nelle elezioni del 15 giugno 1975 il PCI raggiunse il suo massimo storico di voti (il 57,46%) ed elesse 19 consiglieri su 30. Il 21 luglio 1975 veniva eletto Sindaco, a guida di una Giunta PCI-PSI, Terzo Pierani, ex-segretario della Camera del Lavoro riccionese. Biagio Cenni era stato rieletto per la sesta volta in Consiglio Comunale ed aveva contribuito con la sua presenza in lista al grande successo comunista.

1973. Riccione. Da destra: Renato Lenisa, Terzo Pierani, Biagio Cenni, al microfono On. Gino Mattarelli

Cenni è stato un Sindaco importante nella storia amministrativa di Riccione. E’ stato un ottimo caposquadra di giunte con uomini capaci di realizzare gli ambiziosi programmi elettorali: nel settore ambientale con l’operazione “mare pulito” (la separazione degli impianti fognari e primo comune in Italia a mettere in funzione un depuratore) e il soddisfacimento delle esigenze idriche; nel settore urbanistico mettendo ordine allo sviluppo edilizio impetuoso sia a mare della ferrovia che sopra (il primo PRG della città approvato nel 1968); la realizzazione dei nuovi edifici scolastici, per le materne, le elementari e le medie e l’approvazione di progetti educativi che fecero delle scuole riccionesi, assieme a quelle di Modena, un punto di riferimento europeo; le gestione della promozione turistica e delle iniziative cultural/mondane ad alto livello tanto da fare di Riccione uno dei luoghi “in” del turismo nazionale.

Il Sindaco Cenni seppe inoltre circondarsi di dirigenti comunali di prim’ordine: dal capo della sua segreteria Italo Nicoletti al Segretario Comunale (prima Antonio Caruso e poi Tonino Antonioli), al dirigente delle scuole Lorenzo Campioni, al responsabile delle pubbliche relazioni Edmo Vandi, al dirigente dell’Ufficio Tecnico ing. Enzo Mancini, all’economo comunale Gualtiero Masi.

Ma fu, sempre, un debolissimo uomo politico. Spesso nelle riunioni preconsigliari del gruppo comunista quando si discutevano le varie pratiche, Cenni veniva messo in difficoltà. Lui reagiva di frequente, di fronte a queste situazioni, rimanendo a casa nei giorni successivi. Il suo segretario Nicoletti ed il segretario del Partito Mario Masi dovevano andare a convincerlo a ritornare in Comune.

16-17-18 dicembre 1977. Riccione. Conferenza di Organizzazione del PCI riccionese. Da sinistra: Tommaso Enio Della Rosa, Biagio Cenni, Terzo Pierani

Il suo referente politico fu per tutta la durata del suo mandato da Sindaco il segretario del Partito Mario Masi (1939-2013), che era stato nominato nella carica alla fine del 1965 e la occupò sino al 1976. Mario Masi fu il segretario che riuscì finalmente a mettere un po’ d’ordine nella complessa organizzazione comunista riccionese. Cenni fu per un quarantennio nella direzione del Comitato comunale riccionese (pochissime le occasioni in cui intervenne), ma non fece mai parte degli organismi dirigenti della Federazione. Non era un oratore, non tenne mai un comizio ad una Festa dell’Unità. Non ho trovato una sua intervista, ma diversi amici mi hanno detto che lui si rifiutò sempre di rilasciarne.

Anche in Consiglio preferiva quasi sempre far parlare i suoi assessori. Non sempre i suoi rapporti con dirigenti di partito furono tranquilli, ma con la base comunista seppe sempre relazionarsi positivamente. Essere comunista miliardario, come spesso veniva detto, non doveva essere semplice anche per lui. Ma, come ricordano con affetto diversi suoi assessori, Cenni non si tirò mai indietro nel combattere e sostenere battaglie anche difficili come quella dell’approvazione del primo PRG che metteva fine al far west edilizio riccionese: affiancò Pietro Ingrao quando fu chiamato a Riccione per sostenere la giustezza di una pianificazione urbanistica regolatrice. Fu uno dei firmatari per l’acquisto e la costruzione della casa del popolo in Via Ceccarini nel 1950, e, come Sindaco, appoggiò e condivise la scelta di cedere il terreno in diritto di superficie alla CGIL nel 1972 per costruire la sede. E fu sul palco con Luciano Lama il giorno della sua inaugurazione. Come Sindaco i rimborsi dei soldi delle trasferte a Bologna o a Roma li girava all’ECA, l’ente di assistenza comunale. Nel libro curato da Daniele Montebelli e Ezio Venturi (“Viale don Minzoni”, 1, cit.) sul decennio di Biagio Cenni alla guida del Comune non c’è quasi nulla, forse a conferma del poco peso da lui avuto all’interno delle vicende del PCI riccionese.

Gennaio 1982. Il secondo da sinistra è Biagio Cenni. Al centro l’on. Sergio Flamigni. Poi Arnaldo Cesarini, Terzo Pierani

Cenni fu decisamente un galantuomo che operò con amore per la sua Riccione, senza voglia di protagonismo e di ribalta, nonostante avesse potuto tranquillamente farlo. Ma capace però di fare i suoi affari, senza mai che alcuno potesse sollevasse ombre e dubbi sulla sua correttezza di pubblico amministratore.

Verso la fine del suo secondo mandato Cenni si ritrovò sulle prime pagine di tutti i giornali nazionali. Una banda di balordi aveva messo in piedi per la serata del 25 marzo 1975 il suo sequestro per chiedere un riscatto. Riprendiamo da L’Unità del 28 marzo 1975: “Tre arrestati mentre tendevano l’agguato al compagno Cenni. Volevano rapire il Sindaco di Riccione. Dopo una serie di missive minacciose firmate SAM erano stati avvertiti i carabinieri. I malviventi sorpresi con la lettera nella quale chiedevano un riscatto di 300 milioni. Uno di loro è notoriamente legato ad ambienti fascisti”.

28 marzo 1975. L’Unità. Articolo di Edmo Vandi sul tentato sequestro del Sindaco Biagio Cenni a Riccione

Cenni, abbandonata dopo il 1980 ogni attività politica, tornò ad occuparsi della sua azienda assieme ai figli. Ma sul finire del decennio si ammalò di alzheimer e pian piano perse ogni capacità di relazione. Morì l’1 marzo 1998, a 83 anni.

Paolo Zaghini

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