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BIENNALE DEL DISEGNO, SE 29 MOSTRE VI SEMBRAN POCHE

La Biennale dei Disegno è ormai alla fine della sua seconda edizione ed è quindi ora di tirare le prime somme. Lo facciamo con il suo ideatore, l’assessore alla cultura del comune di Rimini – appena riconfermato – Massimo Pulini.

Assessore, cosa non ha funzionato e dove invece siete riusciti a migliorarvi rispetto a un anno fa?
«Siamo molto soddisfatti – parlo al plurale, nonostante sia in realtà un piccolo gruppo di curatori che ha messo in piedi questa iniziativa. Il riscontro sia di pubblico che di critica e stampa, ma anche all’interno del difficile settore delle arti visive, è del tutto positivo. Non ho adesso numeri precisi perché negli ultimi tempi ho avuto inevitabilmente un periodo di pausa dovuto alle elezioni, ma i nostri obiettivi appaiono raggiunti. Soprattutto, stanno arrivando delle proposte a livello internazionale: ad esempio i curatori di Wopart – la prima edizione di un’importante rassegna d’arte legata alle opere su carta che avrà luogo a Lugano in settembre – sono venuti a vedere le 29 mostre rimanendo, devo dire, molto impressionati dal lavoro che abbiamo fatto, come qualità e come dimensioni. Tant’è che ci hanno invitati ad essere presenti non solo nel comitato scientifico, ma ci hanno anche offerto uno spazio espositivo gratuito. Poi un’importante scuola d’arte per stranieri che ha sede a Firenze ci ha offerto la possibilità, all’interno del loro spazio, di creare degli appuntamenti espositivi durante l’anno firmati Biennale Disegno Rimini. Questi sono, per esempio, due riscontri a livello internazionale molto importanti, oltre ad una rassegna stampa di tutto rispetto, che ci confortano a continuare in questa avventura».

A proposito di bilanci: riguardo la polemica riguardo i costi, da qualcuno ritenuti eccessivi rispetto ai visitatori della Biennale, cosa si sente di dichiarare a riguardo ora che la manifestazione volge ormai al termine?
«Non so se si è notato, ma io non avevo risposto a delle polemiche che ritenevo assolutamente pretestuose, frutto di una reazione di un consigliere che il giorno prima non aveva ricevuto l’appoggio a una sua proposta in consiglio comunale e che, il giorno dopo, era uscito come reazione a questa cosa, andando a prendere dei dati che non erano reali. Infatti, due anni fa, avevamo concepito questa rassegna in senso gratuito, e c’era a pagamento una sola sede; in sostanza, per via di questa iniziativa – che si innestava in una politica di gratuità espositiva che abbiamo sempre dimostrato a Rimini – mancava un monitoraggio di tutte le sedi e, quindi, i numeri sulla carta risultavano inferiori a quelli effettivi. Quest’anno abbiamo fatto una politica diversa, di monitoraggio, e verranno fuori numeri diversi. Ciò a chiarimento di questa cosa. Preferisco non essere polemico e rispondere con i fatti… però, appunto, c’è l’abitudine generale, quando si muovono delle cose in campo culturale ed artistico, di tirare fuori sempre la polemica “del perché non spendere quei soldi da un’altra parte”, ma la nostra civiltà, le qualità della nostra vita, si misurano anche in campo culturale».

A suo avviso, cos’è che ha frenato a livello nazionale, negli ultimi anni, l’idea di un’esposizione dinamica interattiva, piena di attività e laboratori come la Biennale? Perché si spende più volentieri per una manifestazione “tradizionale” rispetto ad una più “originale”?
«In questi anni dominati dal tema della crisi, si è usato questo termine per tagliare ulteriormente un settore che è sempre stato poco considerato. In realtà noi stiamo dimostrano che si possono fare anche cose importanti, vaste, con dei fondi molto contenuti: se uno va a confrontare le spese reali di un’iniziativa di questo tipo, con i resoconti delle mostre che anche la stessa Rimini ha avuto negli anni passati, sono assolutamente imparagonabili: noi abbiamo speso intorno ai 350.000€ per 29 mostre quando a volte venivano spesi milioni di euro per una mostra sola. È chiaro che le 29 mostre non possono avere la stessa fila di una sola mostra che viene pubblicizzata: la suddivisione in 29 sedi impedisce di avere il clamore delle file al botteghino. In realtà, se uno va a vedere sia la frequenza che la qualità dei riscontri – basterebbe sfogliare il libri di sala che raccolgono le firme e i commenti dei visitatori – non si trovano che commenti positivi».

Perché in Italia, più che in altri Paesi, discostarsi dall’idea di un museo statico e serioso sembra privare le opere esposte del loro valore? Da cosa nasce questo stereotipo?
«È questa una tematica molto ampia e interessante, aggiornata sui movimenti anche istituzionali di questo periodo. Noi veniamo da un’importante e lunga stagione dove si è privilegiata la conservazione. Oltre alla protezione del patrimonio (assolutamente importante), per molti anni è stata affidata alle Sovraintendenze anche la componente espositiva e propositiva: è chiaro che l’impostazione di studiosi formatisi appunto per studiare, conoscere, conservare le cose, abbia un ritmo che è tipico dell’approfondimento e della costatazione del patrimonio. Proprio questo ritmo ha segnato il passo al dinamismo necessario a certe istituzioni museali; non mi riferisco solo alle grandi istituzioni, come quelle che sono state rinnovate recentemente tramite concorso internazionale, dagli Uffizi ad Urbino, che hanno prodotto questi 20 manager. In realtà, io vorrei che le due nature trovino un dialogo, una relazione molto più stretta di quella attuale: adesso si sta passando dall’impianto conservativo a quello manageriale senza un necessario passaggio di informazioni di tutto quello che è stato il lavoro di studio, di filologia, che stava alla base delle Sovraintendenze».

Come è possibile far dialogare a distanza un pittore e incisore del Settecento, come Canaletto, ed un’artista contemporanea come Kiki Smith, apparentemente così distanti? In che modo il disegno può essere punto di raccordo tra l’antico e il nuovo?
«Una domanda perfetta. La risposta sta negli elementi ancora semplici che muovono il tema del disegno: infondo disegnare ancora oggi è lasciare una traccia, anche con un elemento primordiale come il carbone o la grafite su carta, una superficie piana, di natura vegetale. Anche laddove si usano tecniche contemporanee, – penso a determinate tecniche a computer, lavagne tematiche – esse riproducono comunque ancora l’idea di una traccia, di un segno, di una linea, che si esprime in una superficie. Questo accomuna cose apparentemente molto distanti. Ci sono minimi comun denominatori molto più intensi rispetto ad esempio alla pittura. Il disegno in sé è un terreno che mette in pace l’antico con il contemporaneo. Il terreno continua ad essere lo stesso: una traccia del primo pensiero che trova forma all’interno di una superficie. C’è una sincerità e una verità primaria che continua a sopravvivere, che essa sia nelle mani di una giovane artista contemporanea, o in quelle di un genio della pittura del Settecento».

La dimensione social è divenuta ormai prerogativa immancabile anche negli eventi culturali, e la Biennale non ha perso l’occasione di lanciare un Photocontest su Instagram. Quale pensa possa essere il valore aggiunto dei social network a questo genere di manifestazioni?
«Io credo che sia una frontiera importantissima. Se si legge la trama di quello che abbiamo prodotto, nel tentativo di trattare l’argomento del disegno con un ventaglio estremamente ampio e vasto – dal fumetto al design, dall’architettura al disegno preparatorio per la pittura –, si può realizzare come abbiamo cercato di parlare di illustrazione e di giovani con linguaggi il più possibile diversificati».

Quanto è importante, al giorno d’oggi, una narrazione adeguata ai tempi? Uno storytelling che sappia toccare sempre più i giusti tasti?
«Appunto leggendo la trama, che sta dietro a tutto questo lavoro, è chiaro come abbiamo cercato diramazioni più ampie possibili. Il giusto rapporto con i social network, e con un racconto adeguato di quello che si sta facendo è importantissimo. L’argomento del disegno innesca davvero infinite relazioni possibili, piene di simboli, di segni, che possono essere tradotte benissimo all’interno di questi canali. Proprio questi canali, tra l’altro, possono dare anche a noi curatori nuovi riscontri: una linfa di rinnovamento per le idee che saranno necessarie, da qui in avanti, a questo progetto».

 

Edoardo Bassetti

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