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Cara sinistra, si fa presto a dire manette agli evasori

La Sinistra italiana ha con il Fisco lo stesso rapporto che hanno gli adolescenti con il concetto di Amore: ci si limita ad idealizzarne il concetto, senza indagare le difficoltà quotidiane che la realizzazione di quel concetto porta con sé. Questo disincanto deriva dal fatto che con le tasse si riesce, in un ordinamento moderno, a realizzare una forma di redistribuzione che porta a una giustizia sociale. Banalizzando, le tasse sono l’unico modo, in un sistema capitalistico e democratico, per realizzare una sorta di uguaglianza di stampo marxista.

Tutto ciò non è affatto disdicevole. Oltre, però, all’enunciazione la Sinistra non è andata e si sempre disinteressata sulla sua realizzazione pratica. Questo disinteresse ha contribuito ad alimentare, nel tempo, quel brodo di coltura in cui la destra ha sguazzato per vent’anni, facendo della difesa dell’evasore la sua fortuna elettorale e accusando i governi progressisti come quelli appassionati di tasse e balzelli vari. Chi non ricorda, ad esempio, l’immagine di Vincenzo Visco affiancata a quella di Dracula?

Certamente l’italiano, storicamente, non è popolo fiscalmente fedele. Basti pensare che all’indomani dell’Unità di Italia il funzionario del Fisco viveva isolato, era circondato da cattiva fama e, soprattutto, rischiava la vita. Quintino Sella, una volta, su questo punto ebbe a lamentarsi della facilità con cui gli italiani piuttosto che pagare le tasse preferivano uccidere gli esattori fiscali. Fortunatamente oggi, complice il progresso culturale del nostro Paese, i funzionari dell’Agenzia delle Entrate se la passano un po’ meglio sia sul piano dell’immagine pubblica sia sul piano dell’incolumità personale.

Vero è, però, che l’accertamento dell’evasione nel nostro Paese funziona male e non riesce a inculcare nel contribuente quel sentimento di giustizia che è l’obiettivo di qualsiasi tipo di sistema sanzionatorio. Al contrario, il contribuente, di fronte a un avviso di accertamento, si sente vittima di un sistema iniquo e la reazione che ne consegue è quella di giustificare l’evasione quale unico strumento di difesa nei confronti di uno Stato vessatorio.

Questo malfunzionamento deriva dal fatto che il Fisco spesso non ricerca l’evasore basandosi sull’analisi di documenti, fatture, accertamenti bancari o accessi nei locali dove si svolge l’attività, ma bensì utilizzando delle semplici presunzioni che derivano da determinati fatti o atti compiuti dal contribuente che invertono l’onere della prova dall’accusatore all’accusato.

Questa imperfezione nel sistema accertativo, che contraddice il principio di presunta innocenza di qualsiasi evoluto sistema giudiziario, assume maggior importanza quando si parla di “manette agli evasori”. E’ giusto colpire chi commette reati che nascono da comportamenti dolosi come l’utilizzo di fatture false e di documenti fittizi oppure la realizzazione di operazioni prive di sostanza economica volte unicamente a non pagare le tasse.

Merita, invece, una cautela in più l’inasprimento delle pene che riguardano il reato di dichiarazione infedele, cioè una dichiarazione con un imponibile più basso di quello effettivo, in quanto non necessariamente è un reato di origine dolosa. Anzi, a volte il contribuente non sa nemmeno di avere compilato una dichiarazione errata. Lo scopre solo in seguito ad un accertamento presuntivo fatto dall’Agenzia delle Entrate.

Forse è utile un esempio per chiarire meglio quest’ultimo concetto, con l’avvertenza, però che ciò che si andrà ad illustrare è una prassi accertativa che è stata ampiamente abusata dal Fisco fino al 2015, quando il Governo è dovuto intervenire, tramite una norma di interpretazione autentica, per porne un freno. Oggigiorno, quindi, è quasi caduta in disuso ma è utile, comunque, illustrarla in quanto paradigmatica di come funzionano gli accertamenti presuntivi e su quali pericoli si corrono nel voler aumentare la sanzioni penali in materia tributaria.

Prendiamo un contribuente che ha ricevuto in eredità un terreno edificabile e che decide di rivenderlo a una società immobiliare la quale, al momento del rogito notarile, sulla transazione paga l’imposta di registro. Da subito nasce il primo problema: l’imposta di registro è una tassa maledetta, perché non viene calcolata sulla base del prezzo di vendita ma bensì sul valore del bene oggetto della vendita, che non necessariamente può coincidere.

Può capitare, infatti, che si decida di vendere una cosa a un valore inferiore a quello effettivo perché, ad esempio, si ha una necessità impellente di liquidità. Se l’Agenzia, nel caso dell’esempio di cui sopra, ritiene, sulla base di un giudizio meramente soggettivo, che il valore del terreno sia superiore a quello di vendita, emette un avviso di accertamento chiedendo di saldare la maggior imposta.

Già qui ci troviamo di fronte a un evasore che è tale in ragione solo di una diversa valutazione soggettiva del Fisco e non su sua cosciente convinzione. Il compratore, di fronte a questa richiesta, fatti due conti, scopre che conviene pagare piuttosto che fare ricorso, in quanto la cifra richiesta, rapportata al complesso dell’operazione immobiliare da realizzare, non è esorbitante.

Purtroppo, in questo caso, chi rimane con il cerino in mano è il venditore. Infatti l’Agenzia delle Entrate presume che la differenza fra il maggior valore accertato al compratore e il prezzo dichiarato nell’atto di vendita sia da considerare un provento in nero che il venditore stesso ha occultato e, di conseguenza, emette l’avviso di accertamento per il suo recupero a tassazione.

Tecnicamente parlando ci troviamo di fronte a una dichiarazione infedele. Si può, però, affermare che chi ha venduto il terreno sia dolosamente consapevole di aver fatto del nero? Certamente no, diventa evasore solo successivamente e anche stavolta sulla base di un processo logico unicamente proprio dell’Agenzia delle Entrate, che non si premura nemmeno di reperire altre evidenze per rafforzare la sua tesi.

Se ci si limita a un ambito puramente patrimoniale, si può accettare una certa imprecisione, come in questo caso, nel perseguire l’evasione. Non è accettabile, al contrario, questa imprecisione se porta, come conseguenza, dei provvedimenti che limitano la libertà personale. Ecco perché la crociata a favore delle “manette agli evasori” merita un approfondimento maggiore e non una sola mera enunciazione di principio.

La sfida che ha di fronte la Sinistra, in materia fiscale, nei prossimi anni è quella di mettere in campo un sistema fiscale che, oltreché essere equo, sia anche effettivamente giusto e cioè che sia in grado di colpire chi effettivamente evade e non chi presumibilmente lo fa. Per fare questo occorre passare da un sistema fiscale di repressione a un sistema fiscale di condivisione, facendo cioè maturare nel contribuente l’idea che il Fisco, nel suo agire, sia giusto e non vessatorio.

Giovanni Benaglia

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