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Carim, non abbiamo più una banca

La settimana scorsa si è chiusa l’operazione di salvataggio della Cassa di Risparmio di Rimini. Un annuncio scontato, per come si era svolta la trattativa nei mesi scorsi tra Fondo Interbancario, Atlante2, Credit Agricole e Governo. Era l’ultimo salvataggio di banche da chiudere, tre banche importanti per i rispettivi territori: Rimini, San Miniato e Cesena. Due banche della Romagna ed una della Toscana.

Ma si tratta di un’operazione importante anche a livello nazionale. Come scrive La Repubblica, «Con l’ultimo tassello, la cessione delle tre Casse (Rimini, San Miniato e Cesena) al Crédit Agricole Cariparma, il triennio del terrore per le banche italiane dovrebbe essere archiviato (dando per scontato che la ripatrimonializzazione di Carige – appena partita – andrà in porto con gli interventi degli azionisti privati e degli obbligazionisti).
Dal 2015 alla scorsa settimana le crisi bancarie hanno bruciato oltre 61 miliardi di euro (cifra arrotondata per difetto). Questa montagna di denaro è pesata per un terzo sui contribuenti (considerando anche il valore delle garanzie prestate, che magari non diventeranno esborsi). Il resto l’hanno pagato azionisti e obbligazionisti subordinati, che hanno visto bruciati buona parte del valore originario dei lori titoli (quando non tutto). Ma anche il sistema ha avuto il suo conto salato da pagare: circa 10 miliardi che le altre banche hanno versato, a vario titolo, nel falò dei salvataggi».  

Insomma, un segnale importante per l’uscita dell’Italia dalla crisi, ma che come altre operazioni che avevano lo stesso obiettivo non è stata certo indolore. Ma l’alternativa era la liquidazione delle banche in crisi, cioè un bagno di sangue dal quale non si sarebbero salvati neppure i conti correnti.

Da parte sua Cariparma (o meglio, Crédit Agricole) ha sempre avuto una strategia chiara per il mercato italiano: “banca universale di prossimità al servizio di un’ambizione di sviluppo riaffermata”. Ambizione scritta a chiare lettere nel suo piano strategico battezzato “Ambition Stratégique 2020”, che fissa come obiettivi un incremento di 2 milioni di clienti, una crescita intorno al 3% annuo del margine di intermediazione, un rapporto costi-benefici intorno al 55% e livello di investimenti complessivo a 625 milioni di euro. L’Italia è oggi per il gruppo francese il secondo mercato per importanza, dopo la stessa Francia, nel segmento della banca al dettaglio. Più in generale, il Piano punta a una «crescita equilibrata dei quattro segmenti di attività» del gruppo Credit Agricole: banca al dettaglio, asset management e previdenza, servizi finanziari specializzati e grande clientela. Per sostenere questa crescita la società si impegna a investire 7,7 miliardi di euro, di cui 4,9 per lo sviluppo delle attività e la trasformazione digitale.

L’acquisizione delle tre Casse è coerente al piano strategico e d’altra parte l’operazione si è chiusa con la totalità delle sofferenze delle tre banche interessate deconsolidate, inoltre le banche oggetto di acquisizione sono chiaramente in eccesso di depositi di clientela». Questa l’operazione dal punto di vista dei francesi.

E dal punto di vista dei territori interessati? la riflessione è più articolata e problematica. Si è salvata Carim, si mantengono i livelli occupazionali (o almeno così sono gli impegni), salvaguardati i correntisti. Diversa la sorte degli azionisti, che con questa operazione vedono praticamente azzerati i valori. Carim entra in un grande gruppo bancario internazionale: Credit Agricole è la prima banca mutualistica in Europa ed in Francia è la terza banca per capitalizzazione.
Questa, in soldoni, l’attuale situazione.

Il quadro è stato ben sintetizzato anche dal sindaco di Riccione Renata Tosi  (“una scelta dolorosa ma l’unica possibile”), così come il sindaco di Rimini Andrea Gnassi ha sottolineato la missione che la nuova Carim deve mantenere , quella di banca del territorio. Queste dichiarazioni sono state precedute da quelle del Presidente Carim Sido Bonfatti, che ha ringraziato i soci ed il Governo per la chiusura dell’operazione.

Parafrasando la famosa frase, si potrebbe dire: “Non abbiamo più una banca” .

Manca ancora una presa di posizione importante. Quella di un ente autorevole e strategico in oltre 20 anni di sua attività per il territorio: la Fondazione Cassa di Risparmio. Fino alla settimana scorsa era la proprietaria di Carim con oltre il 52% di azioni.

Ora quali sono le prospettive della Fondazione? La sua partecipazione nella nuova Carim è di circa il 2,5%. Praticamente nulla. Negli anni passati la Fondazione ha sempre contribuito in modo importante alle attività sociali, culturali, istruzione e volontariato del territorio. Solo nel 2014 sono stati investiti 1,9 milioni di euro in progetti finalizzati ridotti a 918.772 euro nel 2016 di cui 710 mila euro per Uni.Rimini. Il finanziamento per il polo universitario per il 2017 è stato ridotto a 500 mila euro. Facile pensare l’azzeramento (o quasi) per il 2018 del fondo per gli interventi sul territorio, tra cui appunto Uni.Rimini.

Un territorio che quindi vorrà sapere dalla Fondazione di fare chiarezza sulla sua attuale situazione patrimoniale mobiliare ed immobiliare e su quali prospettive intende darsi.

Stefano Cicchetti

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