Caro carburante, la pesca si ferma: 25 pescherecci restano in porto
3 Giugno 2026 / Redazione
Venticinque pescherecci riminesi restano in porto per protestare contro il mancato arrivo dei contributi statali destinati al settore. La mobilitazione, promossa dalla Cooperativa lavoratori del mare, è iniziata questa settimana e proseguirà almeno fino a domenica. Lunedì gli armatori si riuniranno per valutare la situazione e decidere se riprendere l’attività o prolungare il fermo.
Alla base della protesta ci sono due questioni ancora irrisolte: il mancato pagamento dei contributi per il fermo pesca relativi al 2024 e al 2025 e l’assenza del credito d’imposta sul carburante per i mesi di marzo, aprile e maggio.
«Andare avanti così è praticamente impossibile», afferma il presidente della cooperativa Mauro Zangoli. «Per ogni imbarcazione mancano all’appello dai 3 mila ai 12 mila euro per il fermo pesca. A questi si aggiunge il credito d’imposta sul gasolio, che varia dai 10 mila ai 30 mila euro a seconda delle dimensioni della barca. In totale ogni peschereccio aspetta tra i 13 mila e i 42 mila euro».
Secondo Zangoli, si tratta di risorse fondamentali per garantire la continuità delle attività e sostenere le famiglie che vivono di pesca. «Su ogni barca lavorano cinque o sei pescatori. Questi soldi servono per pagare stipendi, manutenzioni e fornitori».
A pesare ulteriormente sui bilanci delle imprese ittiche è l’aumento del costo del carburante. «A inizio marzo il gasolio costava circa 60 centesimi al litro. Dopo le tensioni internazionali e il conflitto in Medio Oriente il prezzo è salito fino agli attuali 1,20 euro al litro», spiega il presidente della cooperativa. «Per chi lavora in mare il carburante rappresenta una voce di spesa decisiva e il credito d’imposta diventa indispensabile».
L’impennata dei costi ha già prodotto effetti concreti sull’attività della flotta riminese. «Abbiamo dovuto ridurre le uscite in mare da quattro giorni alla settimana a due o tre. Oggi facciamo una decina di giornate al mese, quanto basta per coprire le spese e pagare i marinai. Non si lavora per guadagnare, ma per riuscire a mantenere in piedi il servizio».
Gli effetti si riflettono anche sui redditi degli equipaggi. «Gli stipendi, in base al pescato, vanno da circa 1.200-1.300 euro netti fino a 2 mila euro al mese», evidenzia Zangoli.
La crisi, aggiunge, non riguarda soltanto gli equipaggi. «Quando le barche restano ferme arriva meno pesce locale ai mercati, alle pescherie e ai ristoranti. Tutto l’indotto ne risente».
La protesta non coinvolge soltanto Rimini. Anche altre marinerie dell’Alto Adriatico, tra cui Chioggia, Goro e Comacchio, stanno manifestando lo stesso disagio. «Ci siamo confrontati con le altre realtà del settore e la situazione è identica ovunque», conclude Zangoli. «Non chiediamo favori, ma il pagamento di somme già previste. Senza questi sostegni, uscire in mare diventa una scommessa persa in partenza».
Per il momento il blocco è confermato fino a domenica. Se nei prossimi giorni non arriveranno segnali concreti dal Governo sul pagamento delle somme attese, la protesta potrebbe essere prorogata anche nella settimana successiva.