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C’era una volta un’Italia che scommetteva sulla scuola

Onestamente: sai che sforzo sentire il senso del sacro nelle chiese. Silenzio, incenso, stucchi e ori, una suorina che attraversa la navata in punta di piedi tipo Young Pope, il sacrestano che si inginocchia in fretta davanti all’altar maggiore, la vecchietta che ripete le litanie della Vergine, antichissimo esempio di white rap: anche un ateo razionalista come Piergiorgio Odifreddi avrebbe un brivido mistico.

La persona veramente spirituale vede il divino quando entra in certi edifici scolastici (fuori dall’orario delle lezioni, così da non distrarsi guardando quanto sono belli certi studenti e studentesse). No, non è retorica deamicisiana – anche se quell’Italia postunitaria ultralaica ma col cuore in mano forse andrebbe riscoperta – ma stupore.

Intanto non tutte le scuole sono ciancicate come quelli che vanno a finire sui media. O meglio: quelle pubbliche sono tutte un pochino ciancicate, un vetro rotto e una porta sfasciata non mancano mai, specie nei bagni. Certo, a volte si va oltre il limite del ciancicamento, come nella sede del biennio del nostro liceo linguistico, in via del Pino, che, con le bandiere italiana ed europea pendule sulla facciata grigia e crepata, sembra una prima pagina di Libero sulla crisi dell’Ue.

Ma certi istituti ti commuovono con una grandezza architettonica che ti fa pensare che, accidenti, perfino nella seconda metà del secolo scorso qualcuno in Italia ha veramente scommesso sulla scuola, e con un titanico sforzo di immaginazione, ha progettato qualcosa che supera l’estetica da parcheggio coperto cui tende gran parte degli istituti scolastici italiani, e dà a chi li frequenta, per studiare o insegnare, l’impressione di contare davvero qualcosa per il suo Paese.

L’Istituto per Geometri «Belluzzi», ad esempio: rispetto al liceo classico Giulio Cesare, che il mercoledì e il sabato emerge dal suq di bancarelle tipo vecchio municipio coloniale in una borgata del Marocco, sembra la Trump Tower. Gli scientifici Einstein e i Serpieri sono illusioni di campus anglosassone, struggenti in un Paese in cui scuola e ricerca sono le cenerentole del bilancio statale.

E ora? Il piano per l’edilizia scolastica voluto da Matteo Renzi farà la fine del suo governo? Aspettiamo con fiducia che Beppe Grillo ci spieghi nel suo blog come fabbricare per intero scuole stupende con una stampante in 3D.

Lia Celi 

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