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Che Rimini avremmo se ci fossero ancora i quartieri?

Prendo ad esempio il nuovo senso unico in via Sacramora. Non entro nel merito se sia giusto o sbagliato, non è questo il punto. La vera domanda è: ma se c’erano ancora i quartieri, sarebbe stato approvato? Avrebbe sicuramente avuto una gestazione differente, con tesi a favore e contro e poi la democrazia avrebbe vinto. Soprattutto si sarebbe discusso PRIMA di farlo, non dopo. Non si sarebbe saputo dai giornali e gli assessori sarebbe venuti a discutere del tragitto e non a comunicare la grandezza dei cartelli di divieto.

Un altro esempio la palazzina Iat di via Dati. Mi chiedo ogni giorno se con i quartieri attivi si sarebbe arrivati a quasi 20 anni di disuso oppure si sarebbe messo in moto un processo democratico per rivedere e rivalutare quella struttura? Per nota di integrazione: a 2 mesi dall’indagine di mercato a cui Q5 ha partecipato con un progetto condiviso dal territorio, tutto tace.

Un altro esempio è via Celli con il centro ambiente. Nato per essere un punto di raccolta per privati con percorso educativo al riciclo e all’importanza dell’impronta ambientale, è diventato a tutti gli effetti un Hub di smistamento senza averne un requisito fondamentale: la viabilità. Anche qui la domanda nasce spontanea: Se ci fosse stato il quartiere, quante interrogazioni ci sarebbero state per chiedere spiegazioni e sollecitare una soluzione?

Da alcuni anni purtroppo non esiste un contatto con chi amministra il nostro territorio. Le cose se non vengono proposte da persone gradite non vengono prese in considerazione. Poco importa la bontà delle idee. Il terrore di cedere “paternità ideologica” ad altre entità sociali frena e limita i nostri politici locali.

Gli eredi del partito che fu di Berlinguer osteggiano in maniera continua la società civile, quella che si impegna in maniera attiva per il territorio. Lo fanno perché non capiscono o forse non ricordano il valore del “fare per la comunità”. Visto che il loro pensiero è sempre e solo rivolto alla sfida elettorale, pensano che anche gli altri abbiano questa visione miope delle cose, riducendo ogni discussione ad una sfida quinquennale all’antico gioco di chi ha il pene più lungo.

Ogni cosa che per un’amministrazione dovrebbe essere normale, come ad esempio l’inaugurazione di un parcheggio di 20 macchine davanti ad una scuola elementare, diventa un evento di propaganda sulla enorme capacità di amministrare il territorio. Di contro altare, ogni segnalazione di una necessità o una critica su un intervento diventa un’accusa sull’operato del politburo.

Non è possibile sviluppare un’idea se non si è organici al sistema, perché la mania di controllo vince sulla bontà o meno di un’iniziativa.

In conclusione credo sia necessario per affrontare le sfide future restituire un punto di informazione ai cittadini, che siano i quartieri o altri luoghi deputati al dialogo vero, non alla semplice divulgazione delle decisioni già prese.

I cittadini devono poter dire la loro su ogni questione che li riguarda da vicino, non apprendere dai giornali cosa avviene attorno alla loro vita. Questa è la vera sfida del futuro: riportare le persone ad informarsi e a vivere attivamente il proprio territorio e la propria comunità proponendo e migliorando il proprio territorio.

Stefano Benaglia

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