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Perché “Chiamami col tuo nome” merita davvero di giocarsi l’Oscar

Il 4 marzo, alla Notte degli Oscar, tutti noi dovremmo fare il tifo per Chiamami col tuo nome del regista italiano Luca Guadagnino, che ha ottenuto ben 4 Nomination, tra cui miglior film e miglior attore protagonista (Timothée Chalamet).

Devo ammettere che ho nutrito un forte pregiudizio nei confronti di questo film: avevo l’impressione che l’omosessualità (molto pubblicizzata dai media) fosse trattata in modo superficiale e interessato, puntando a sensibilizzare un’Accademia sempre più attenta all’impegno politico e civile – basta pensare agli ultimi due Oscar come miglior film: Spotlight (meritatissimo) nel 2016, che tratta la problematica della pedofilia nella Chiesa; e Moonlight nel 2017, che tratta due tematiche d’estrema attualità come quella del razzismo e dei diritti LGBT, ma che probabilmente non avrebbe mai vinto se non fosse stato eletto un presidente come Donald Trump.

Avevo sbagliato tutto: ancora una volta, ce ne fosse stato il bisogno, ho avuto conferma che il pregiudizio è davvero uno dei peggiori aspetti dell’uomo: Chiamami col tuo nome non affronta l’omosessualità, ma la Sessualità in tutta la sua complessità e incoerenza, e lo fa con una tale delicatezza, e profonda discrezione, da offrirci un dono preziosissimo per il nostro tempo, in cui la sessualità sta assumendo sempre più una dimensione virtuale, dove la pornografia e il cyber sex, solipsistici, regnano da padroni perché meno impegnativi di un rapporto in carne ed ossa, privando di significato un’esperienza fondamentale come quella sessuale.

Siamo in un’estate degli ormai mitici anni Ottanta (di cui tanto si è scritto ultimamente), in qualche parte dell’Italia settentrionale. Ma in realtà potremmo essere in qualsiasi altro tempo e spazio, a patto di rimanerne comunque al di fuori, al di qua dello stretto cancello di casa che il regista ha saputo valorizzare perfettamente a livello cinematografico: in qualche locus amoenus dell’antica Grecia, ad esempio, oppure in un hortus conclusus della romanità, o anche, volendo, negli Orti Oricellari del Rinascimento fiorentino. In questo film si respira infatti un profumo di autentico classicismo, si percepisce la fiducia di una civiltà che crede ancora nelle buone maniere, il legame di una vera e propria philia greca che Guadagnino non si esime dal mostrare esplicitamente.

È un’Italia, quella che ci mostra Guadagnino, che suscitava ancora una profonda ammirazione all’estero, eterna meta di un immancabile Grand Tour. E dall’altra parte un’America, incarnata da Oliver (Armie Hammer), che rappresentava ancora un mondo velato da un alone magico e attraente, che solo a pronunciarne il nome si iniziava a sognare ad occhi aperti. Nulla più distante – ahimé – dal Bel Paese e dagli Stati Uniti che conosciamo noi oggi – non è per fare i disfattisti (anche perché io non c’ero, negli anni Ottanta), ma la regia di Gaudagnino vuole portarci proprio a queste melanconiche considerazioni.

Come con la Lucy di Io ballo da sola (1996) di Bernardo Bertolucci, la macchina narrativa è avviata dall’arrivo dell’Americano, quasi fosse più un concetto astratto che un bel ragazzo biondo e muscoloso: il Professor Perlman (Michael Stuhlbarg), infatti, ha chiamato dagli Stati Uniti un giovane studente che possa fargli da assistente nelle sue ricerche archeologiche. Rimarrà per 6 settimane nella casa estiva di famiglia, in cui avrà modo di conoscere il figlio del professore, Elio (Timothée Chalamet), insieme a tutti i suoi amici.

Immersi in una natura sensuale e panteista, dannunziana, tra corpi nudi, costumi da bagno e occhiali da sole, pesche non solo da mangiare  (no spoiler!), camicie sbottonate e nervi accavallati, biciclette e statue antiche che riemergono dal Lago di Garda, baci travolgenti, libri e rivoli d’acqua, musica e sigarette, sesso orale, ripostigli segreti (tipico topos della letteratura giovanile: I ragazzi della via Pal, I tormenti del giovane Törless ecc.), assistiamo alla lenta e tormentata e irresistibile “costruzione di un amore”, per dirla con Fossati.

Un amore nel quale Elio si sente sbagliato, incompleto, “malato”, come a un certo punto dirà egli stesso; ma finirà per accorgersi di non essere incompleto come pensava, ma semplicemente giovane, come ci ha insegnato Calvino. E a farglielo capire è proprio suo padre, che nonostante la sua fede ebraica (vedi, per contrappasso, l’opera di Philip Roth) dimostra un’incredibile sensibilità affettiva nei confronti del figlio, forse perché proprio lui, da giovane, non aveva trovato dall’altra parte una famiglia che gli avesse permesso di dare spazio ai propri sentimenti, di farli durare.

Chiamami col tuo nome è davvero grande cinema d’autore, nonostante rimanga piuttosto piacevole per più di due ore – forse sta proprio qui la grandezza di Guadagnino. Il finale, se proprio devo fare un’annotazione, forse non funziona come dovrebbe: secondo me sarebbe stato molto più potente farlo coincidere con il bellissimo discorso che il padre fa ad Elio, tagliando gli ultimi dieci minuti.

In ogni modo bisogna ammettere che gli americani ci hanno visto lungo: c’è del Bertolucci (regista al quale, non a caso, ha sempre dichiarato di ispirarsi) in Luca Gaudagnino, come c’è del Fellini in Paolo Sorrentino. È proprio per questo che questi due nostri registi, così diversi fra loro, piacciono tanto oltre i confini nazionali; e proprio per questo dovremmo fare in modo di supportarli con tutte le nostre forze, e non di ostacolarli lungo il loro percorso di crescita – non dimentichiamoci che sono entrambi, infatti, autori ancora quarantenni.

Non sappiamo che futuro politico ci aspetterà dopo le elezioni del 4 marzo, ma almeno sappiamo che il cinema italiano – almeno il cinema – promette bene.

Edoardo Bassetti

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