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Chicchi: “Cara Manuela, il tuo problema è che prendi male la mira”

Manuela, ti voglio bene, se tu non esistessi bisognerebbe inventarti perché ne ho visti pochi di interpreti del “risentimento universale” bravi come te. Mi succede, per contrasto, di pensare a te quando devo capire se una persona rientra nelle consuetudini della vita civile.

Il tuo problema però è che spesso prendi male la mira.

A proposito di mira c’è un bellissimo detto romagnolo che potrebbe spiegare qualcosa del tuo carattere. Quando una persona è aggressiva, polemica, incline a dare sempre colpa agli altri e mai a se stessa, la saggezza popolare dice che “l’a psé te batesmi”, cioè che il bimbo, portato al fonte battesimale, sbagliando mira, abbia orinato nell’acqua santa.

Una blasfemia involontaria in grado di caratterizzare un’intera esistenza.

Comunque, per risolvere il problema del ticket, domani, se lo incontro, dirò al mio amico “negro” di venire da te per risolvere il problema delle sue analisi. Magari potresti telefonare a Bonaccini per presentargli il caso di un mendicante che non ha soldi per pagare il ticket, che non ha l’Isee perché non ha reddito in chiaro, magari è anche irregolare e non parla una parola di italiano. Il tuo appellarti all’Isee assomiglia un po’ alla storia di Lodi, di quei bimbi esclusi dalla mensa perché non potevano dimostrare di non avere palazzi in Africa!

Incidentalmente noto in te una certa insofferenza per “negri”, “bengalesi” e “ucraini” che sporcano le tue scale. Devi avere pazienza, forse non sono proprio come noi!

Confesso però che ti credevo leggermente più favorevole all’integrazione in quanto ti so da sempre paladina dei diritti civili. Ma si sa, lo spirito è forte e la carne debole.

Suggerisco infine di lasciar perdere le storie personali altrimenti mi succede di ricordare che tu provieni da una famiglia più che benestante, quella degli industriali della famosa Fornace. Al contrario, nel difficile dopoguerra italiano, quella santa donna di mia madre, maestra elementare, vedova a 29 anni di un piccolo artigiano morto nel ’44 per cause di guerra, sgobbava per crescere tre figli fra mille sacrifici.

Mi viene anche da aggiungere che se ho una laurea è perché ho lavorato mentre studiavo, che se ho una pensione è perché ho sostenuto e vinto dei concorsi, se ho un piccolo vitalizio regionale è perché ho sostenuto e vinto molti scontri elettorali e forse ho fatto anche qualcosa di utile per la nostra gente, se ho dei figli in gamba forse è perché ho insegnato loro qualcosa.

Un tiepido abbraccio.

Giuseppe Chicchi

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