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Chicchi dopo la sconfitta della sinistra: “La Costituzione ancora ci parla”

Una cosa è certa: ci vorrà tempo per recuperare una sconfitta che ha marginalizzato la sinistra italiana. Nulla accade per caso. Se l’onda della protesta sociale ha scavalcato le tradizioni politiche del novecento, il motivo è che queste tradizioni non sanno rappresentare, non dico le speranze, ma almeno i bisogni di una società che è cambiata velocemente.

Liberi e Uguali ha visto passare l’onda sopra la propria testa e non è consolante pensare che l’aveva previsto.

In questa crisi di rappresentanza, iniziata con l’avvento della moderna forma del capitalismo (finanziarizzazione dell’economia, rivoluzione digitale, globalizzazione), la sinistra può però ripartire da due fattori positivi:

a) la società è in movimento, non è rassegnata, non è sottomessa, mantiene confusamente tracce di “alterità”, guarda ancora all’eguaglianza come ad un orizzonte desiderabile;

b) il ceppo della tradizione non ha del tutto asciugato le radici se è vero che le forze di centrosinistra, più o meno divise, raccolgono comunque un risultato vicino al 26%; purché qualcuno sappia farle dialogare fra loro.

C’è un punto debole, anzi debolissimo: la sinistra non produce più egemonia culturale, è subalterna (è ancora “anticapitalista”?), ha separato la politica dalla cultura (“professoroni”!), ha perso di vista la dimensione storica degli eventi di oggi, ha dimenticato l’originalità della nostra Costituzione.

Il richiamo alla Costituzione non è casuale. Perché è tanto “amata” dagli italiani?

Perché non esprime un ritratto fotografico, statico, del funzionamento della Repubblica. E’ dinamica, indica obiettivi da perseguire. Obiettivi che rappresentano l’essenza di quella “democrazia progressiva” su cui le forze antifasciste, sia di matrice cattolica, sia comunista, si incontrarono e si sfidarono nel dopoguerra italiano.

Per il PCI (e per Togliatti) la Costituzione fu anche qualcosa di più: una strategia politica innovativa nel panorama della Guerra Fredda, basata sull’espansione della “democrazia come fine”, democrazia come forza dirompente per “riformare” il capitalismo immettendo nel circuito decisionale le istanze popolari e di classe attraverso la loro rappresentanza politica.

Per dimostrare il carattere progressivo della Costituzione, mi capita spesso di citare l’articolo 41:”L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana…”
Questo non fa pensare all’Ilva di Taranto?

Da lì deriva, nel dopoguerra italiano, l’idea del “partito di massa”, diffuso, “sociale” nel senso di promotore di pensiero critico capillare, con articolazioni economiche e produttive, arricchito di corpi intermedi, radicato nelle istituzioni territoriali per produrre welfare.
Il “moderno principe” di Antonio Gramsci.

Da questo pensiero deriva quel particolare intreccio fra economia e politica che ha caratterizzato lo sviluppo dell’Emilia Romagna, una regione con standard europei che ci parla di “democrazia progressiva”. Ma che nel 2014 ha portato al voto solo il 37% degli aventi diritto senza che ciò provocasse riflessioni di rilievo.

Se il PD ha perso oltre due terzi dei propri iscritti in pochi anni è perché si è pensato che quella organizzazione capillare, quella presenza nel sociale, fosse ormai inutile. Si è pensato che un leader “forte”, mediatico, fosse sufficiente a tenere insieme un popolo.

Invece il popolo, abbandonato a se stesso, privo di “reti civiche” di riferimento, popolo di individui, ha preso la scorciatoia del populismo e si presenta ignaro a chiedere il reddito di cittadinanza perché non c’è più nessuno che gli dice che ci vuole una legge compatibile con i conti pubblici.

Si può tornare al passato? No di certo, ma si deve prendere dal passato ciò che serve per organizzare il futuro. La Costituzione, con i suoi obiettivi, è ancora lì a parlarci.

Giuseppe Chicchi

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