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Chissà perché a Santarcangelo nascono i poeti

In questi giorni apre a Santarcangelo di Romagna, il “Cantiere Poetico”, una manifestazione che parla dei poeti di questa città e delle loro opere, quest’anno dedicata a Giuliana Rocchi.

Chissà perché proprio questa città ha dato i natali ad una così vasta ed importante schiera di poeti.
Francamente non lo so.
Purtroppo non sono stato contagiato da questa aria che si respira.
Vorrei dire però alcune cose sulla poesia; cose da profano; cose da chi non è ” pratico”.

Non pensate che la poesia sia una cosa sorpassata ed inutile.
La poesia è la sintesi estrema della vita, la liofilizzazione della letteratura.
Dove al romanziere occorre un libro per narrare una storia, al poeta occorrono pochi versi.
La poesia è fatta di sensazioni, di profumi e di ricordi che passano nell’aria. Sono di tutti. Bisogna essere abbastanza abili da raggiungerli.

Per fare capire meglio cosa sia la poesia, voglio fare una cosa che non dovrebbe essere mai fatta.
Voglio fare il percorso inverso.
Voglio slabbrare il verso, estenderlo, tirarlo, banalizzarlo e renderlo visibile e tangibile agli occhi meno attenti.
Per farlo prendo a prestito una meraviglia.
“La Mèstra ad S.Ermàid” di Raffaello Baldini.
Do per scontato che tutti capiscano il dialetto. Per quelli non avvezzi, la traduzione è a fondo pagina.

Dal vólti, e’ dopmezdè,
la s céud tla cambra e la zènd una Giubek.
La n fómma.
Stuglèda sòura e’ lèt
la guèrda ch’la s cunsómma.
U i pis l’udòur.
Dal vólti u i vén da pianz.

Non trovate che sia magnifica?
Io non riesco a scorgere il volto della maestra.
Potrebbe essere chiunque. Giovane, vecchia? Probabilmente di mezza età.
Vedo però la stanza.
Essenziale, quasi spoglia, neorealistica.
Con un letto da un lato ed il comodino, con il ripiano in marmo.
E’ il suo rifugio. Dopo la scuola, quasi tutti i pomeriggi.
Si chiude dentro e si stende sul letto (“stugleda” è un verbo che esprime magnificamente il giacere senza sonno, che stimola i pensieri e purtroppo non ha traduzioni calzanti in italiano),

Il mondo è chiuso fuori, così come i suoi rumori e le sue ansie.
E lì, in questa atmosfera ovattata, la maestra accende una sigaretta. Una Giubeca.
Non fuma, la maestra. Non ha vizi.
Le piace solo l’odore ed il fumo che sale, confondendosi nel pulviscolo della luce.

A cosa pensa la Maestra mentre assapora l’odore della sigaretta che brucia?
A me piace immaginare che pensi alla sua vita, con un pensiero pacato e casto.
Non immagina nemmeno che ci possa essere una vita diversa da quella che le ha dato il destino.
Però ognuno di noi può caricare i pensieri che più ritiene opportuni.

In fondo il bello della poesia è che ti lascia libero di interpretare, di gonfiare di significato ogni verso.
Anche il pianto che alla fine sgorga dai suoi occhi, a me piace immaginarlo, senza una motivazione specifica.

Un bisogno, uno sfogo di cui nemmeno lei si rende conto, perché in fondo lei lo sa.
Lo sa che la vita che l’aspetta è quella e non ce ne è un’altra possibile.
Ecco, la poesia è questa insignificante, insostituibile robetta.

È la capacità di raccontare la vita.

Stefano PellizzolaLa maestra di Sant’Ermete
delle volte, il pomeriggio,
si chiude in camera e accende una Giubek.
Non fuma.
Sdraiata sul letto
la guarda consumarsi.
Le piace l’odore.
Delle volte le viene da piangere.
(Raffaello Baldini 1938, in La Nàiva Furistír Ciacri, Torino, Einaudi 2000, p. 14)

Stefano Pellizzola

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