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Ch’la m ne màza un chél!

Finito il fermo pesca? Bene!
Riprendiamo con gusto e piacere la buona abitudine di preparare il pesce del nostro mare. E se si tratta di prodotto freschissimo, come dovrebbe essere ora, non servono tanti condimenti e salsine.

Un esempio per tutti? L’aragosta “de noantri”, cioè la cannocchia.
Premettendo che la stagione migliore sarebbe quella più fredda, era tanta la voglia di questo crostaceo nostrano, che non abbiamo potuto aspettare.

Prima le abbiamo studiate, sul banco della pescheria, per valutarne la freschezza. Si muovevano, quindi erano giuste per noi.

E ogni volta, in questa situazione, viene alla mente una scenetta scritta da Giovanna Pulzoni, nota autrice e regista di commedie in dialetto riminese.
Eccola.
La scena si svolge in pescheria, fra un’avventrice (a) e una pescivendola (b):
a: «Sgnóra, cum ëla cal canöci al n à e’ prëz cumpàgn, che quèlli al cösta diés e quèlli zìnc?».
b: «Ah, mö perchè quèlli li s möv, agl’è vìvi!».
a: «Alóra ch’la m fàza un piasér, ch’la m ne màza un chél!»

(a: «Signora, com’è che quelle canocchie non hanno lo stesso prezzo, che quelle costano dieci e quelle cinque?».
b: «Ah, ma perché quelle si muovono, sono vive!».
a: «Allora mi faccia un piacere: me ne ammazzi un chilo!»)

Quindi, se abbiamo la fortuna di trovarle vive, si possono preparare nel modo più naturale possibile: gettate in acqua bollente e lasciate lì per qualche minuto. Scolate e, una volta fredde, pulite tagliando zampette, occhi, guscio e ammennicoli vari.
Si potrebbero condire con sale, pepe, olio e limone… Ma le nostre erano belle polpose e fresche, quindi le abbiamo assaporate così, “nature”

Ma cosa dice in proposito il “Dizionario Romagnolo Ragionato” di Gianni Quondamatteo?
Canòcia – ittiol: cannocchia, cicala, pannocchia (Squilla Mantis). E’ quel noto crostaceo, di forma allungata, che richiede abilità e prudenza quando lo si lavora. Lessata, sgusciata e condita con olio, sale, pepe e prezzemolo fresco, è gustosissima e va giustamente ‘di moda’. E’ ottima anche arrosto, sulla brace, mentre per il brodetto suscita perplessità in alcuni, Vero è che nel passato, fra i pescatori, era usata per il brodetto ‘alla poverina’, cioè per un brudèt snà ad canòci, di sole cannocchie. La stagione propizia è quella dei mesi invernali, quando la femmina è ricca di uova, la cosiddetta zera, cera (che non a tutti piace), che viene a deporre a riva durante lo scuro di luna, periodo ritenuto da taluni essere quello della cosiddetta canucèra. Svuotatasi delle uova, la cannocchia è detta anche scartòzCanòcia sta ad indicare anche qualcosa che non ha niente a che fare con il gustoso crostaceo. L’è ‘na camòcia dicesi di una ragazza smilza, secca, niente affatto prosperosa. Peggio ancora l’è una canòcia smulachèda, svuotata di ogni sostanza. Di persona dal viso di colore verdognolo dicesi l’ha la faza cumé la pènza dna canòcia perché, talora, questo crostaceo assume questo colore.”
Un’ultima curiosità. Il regista Federico Fellini, raccontando che nella sua gioventù riminese non frequentava la spiaggia come i suoi coetanei, raccontava:
“Siccome ero magro e avevo il complesso d’esser magro – mi chiamavano Gandhi o canòcia – non mi mettevo mai in costume.”

 Maria Cristina Muccioli

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