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Il clochard bruciato in piazza a Rimini: “Un padre è venuto scusarsi”

Sono tornato a incontrare Giuseppe, il “barbone” cui alcuni ragazzi, qualche giorno fa, hanno bruciato una mano. Sotto il portico del Comune di Rimini, in piazza Cavour.

Sono curioso di conoscere la sua storia e lui – gliel’ho chiesto più di una volta – non si ritrae. Lo invito per un caffè e ci sediamo in un bar. Ha 61 anni, la barba bianca, comunque ordinata, gli occhi infossati, rossi e qualche dente mancante. L’abbigliamento è il solito che vedo almeno da un mese, in testa un berretto bicolore con una fascia beige.

Abbiamo iniziato la chiacchierata ritornando sull’episodio con i ragazzini. 

Sì, sono stato al Pronto Soccorso, mi hanno medicato. Poi ho continuato da solo, con l’acqua ossigenata, il cambio della fasciatura… Per fortuna la parte bruciata in profondità è piccola, ma la pelle, quella se ne è andata in diverse parti delle mani!”.

Una cosa importante è successa – continua – è venuto a trovarmi il padre di uno di questi ragazzini… il figlio gliel’ha raccontato, gli ha detto che si era ubriacato”.

Mi ha chiesto scusa – prosegue – anche lui ha i suoi problemi con il figlio… con l’alcol, magari parlano poco… si fa fatica, oggi, con i ragazzi…  Mi ha detto che in questi giorni lo avrebbe portato con sé, a caccia, per starci un po’ insieme…”.

Questi ragazzi non sono molto seguiti dai genitori”, aggiunge. 

E colgo quasi una complicità con il genitore, come a giustificare – con i problemi che gli ha raccontato il padre nel rapporto con il figlio – l’atto che il ragazzino ha fatto nei suoi confronti, che da vittima sia diventato lui, Giuseppe, il “carnefice”.

Raccontami perché sei qui, in queste condizioni… dall’inizio…

Tutto è cominciato con qualche spinello – avrò avuto nemmeno vent’anni – e poi sono passato all’eroina. Sono finito a San Patrignano, poi mi hanno arrestato alla terza macchina che ho rubato, una 500. Ho fatto un mese e mezzo ai Casetti. Sono stati bravi là dentro, sono riuscito a disintossicarmi. Pensa – mi dice – che spesso si comincia in carcere, io sono riuscito a smettere. 

“Quando sono uscito ho lavorato per un anno con Nicola Maria Salerno, facevo il falegname. Poi lui ha avuto problemi e mi sono trovato a lavorare da Tullio. Ho riparato biciclette e motorini per tre anni, ne avevo 22”. E facevo quello che mi capitava. L’imbianchino, il muratore e sono arrivato così fino a quattro anni fa, da quando non faccio più niente”.

E’ un fiume in piena,  Giuseppe. Ha voglia di raccontare e di raccontarsi, quasi che nessuno fino ad oggi lo abbia ascoltato. E ogni tanto mi ripete: “Non ho ammazzato nessuno”. 

Poi quando non mi ha chiamato più nessuno per fare dei piccoli lavori, non ho pagato l’affitto e mi sono trovato in mezzo ad una strada”. 

E dove dormi, Giuseppe?

Per dormire vado bene – risponde – vado a dormire in una specie di garage, insomma un vano sotto le scuole Panzini, al riparo”. 

“Ma il vero problema è il freddo – dice rispondendo alla domanda che gli ho fatto sul suo stato di salute – Non dò fastidio a nessuno e nessuno mi da fastidio. Quanto al mangiare vado quasi sempre alla Caritas, a San Giuliano, da don Gradara”.

E i servizi sociali, ti danno qualche aiuto?

Non ci sono mai andato, mi vergogno”.

E il tempo, come ti passa?

In giro, chiacchierando con qualche amico, un marocchino, un altro riminese, stando seduto sulle panchine oppure lì”. E indica la panca di marmo sotto il portico del Comune..

E cosa pensi di fare adesso?

Non lo so, vorrei andare a raccogliere le pere o le mele, in Trentino”.

La vita da barbone è dura, molto dura. Sempre alla ricerca di un tetto o di un piatto caldo. Ma la cosa che forse fa più male – e la chiacchierata con Giuseppe me lo conferma – è che ti scansano per strada e la società pensa sempre il peggio di te.

Ma Giuseppe non è un barbone, è stato solo sfortunato, è un uomo e prova vergogna.

Pietroneno Capitani

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