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Coldiretti: “Distribuzione specula sulla crisi a danno di agricoltori e famiglie”

Chiamamicitta.it dopo l’intervista a Davide Ortalli, direttore di CNA Rimini, a Enrica Cavalli Presidente di Banca Malatestiana, Mirco Pari, Direttore di Confesercenti Rimini, prosegue il giro di opinioni fra i responsabili dei vari settori economici della nostra area provinciale in questa fase particolarmente difficile. Questa volta la parola a Cleto Malara, direttore di Coldiretti della Romagna.

Anacleto Malara (Cleto), ha 64 anni, è di Lugo ed è direttore di Coldiretti Forlì- Cesena e Rimini dal 2009; Consigliere Delegato per la Romagna della Società di Servizi di Coldiretti “Impresa Verde Romagna s.r.l,”, è membro di Giunta della Camera di Commercio della Romagna.

Cleto Malara

L’agricoltura riminese, nonostante l’ampia riduzione dei terreni produttivi degli ultimi decenni, non è la cenerentola della nostra economia. Parto da questa affermazione per chiederti: quante sono le aziende agricole, quanti sono i produttori agricoli nel riminese, quanti addetti occupano, che percentuale di reddito producono su quello complessivo della Provincia?

«La Provincia di Rimini ha perso negli ultimi 30 anni oltre il 30% del suo terreno agricolo. L’occupazione continua ed irreversibile del suolo rurale ha comportato alterazioni dell’assetto territoriale con notevoli variazioni nei bilanci ambientali, prodotti da cementificazione e impermeabilizzazione del suolo. Nonostante questa situazione che vede Rimini fra le prime province di Italia per la perdita di terreno agricolo, a favore di quello urbanizzato, nella nostra provincia sono presenti circa 2500 imprese agricole attive, pari al 7% delle imprese totali iscritte alla Camera di Commercio. Esistono inoltre alcune centinaia di microaziende condotte da hobbisti o/e da operatori part-time. Il trend segna un leggero calo del numero delle aziende agricole dovuto in particolare all’abbandono delle imprese che non hanno al proprio interno giovani che possono continuare l’attività dei genitori. Il destino di queste aziende che chiudono è solitamente indirizzato verso l’accorpamento aziendale con altre imprese attive limitrofe. Questo fenomeno ha permesso nel tempo l’aumento costante della superficie media aziendale. Per quanto riguarda il numero dei produttori agricoli si osserva che le aziende sono quasi nella totalità a conduzione diretta a carattere familiare con circa 1,7 addetti per azienda, che è poco al disotto della media regionale. Le giornate di manodopera esterna lavorate nel settore agroalimentare si attestano intorno alle 280.000. La Produzione Lorda Vendibile (PLV) agricola si avvicina ai 110 milioni di euro in sostanziale equilibrio con il medio periodo. Anche il comparto pesca fa parte del settore agricolo e conta quasi 200 aziende attive con un valore del pescato di circa 10 milioni di euro annui. Gli occupati sono il 10% degli addetti totali».

Quali sono le produzioni più rilevanti dal punto di vista economico? Vino, olio, prodotti orticoli, frutta e cosa altro?

«Le produzioni agricole della provincia di Rimini sono tendenzialmente da dividere in 3 grandi gruppi: ortofrutta, colture erbacee e zootecnia. Se si considera come zootecnia la filiera zootecnica-foraggera, si può delineare che l’agricoltura della provincia di Rimini esprima una PLV zootecnica pari a quasi il 50% del totale. Questo incremento che si sta consolidando da una decina di anni, è dovuto principalmente all’entrata in Romagna dei sette comuni pesaresi. Infatti la prevalenza produttiva dei comuni del Montefeltro e Valmarecchia è squisitamente zootecnica con la presenza di allevamenti bovini da carne ad alta genealogia. Mentre la zootecnia minore soprattutto quella ovina sta pian piano azzerandosi per colpa della indisturbata presenza del lupo. Le colture più rilevanti dell’ortofrutta vedono una buona presenza di orticole anche da foglia oltre che fragole, pesche e alcune grandi realtà produttive specializzate nei funghi. Tra le produzioni tradizionali in ascesa per prodotto e superficie è importante ricordare l’olivo con l’olio extravergine dal quale nasce l’unica Denominazione d’Origine Protetta della Provincia: DOP Colline di Romagna. Il settore del vino vede cantine cooperative, ma anche realtà private a conduzione familiare. Sono aziende molto dinamiche che valorizzano in particolare in zona collinare, i vitigni autoctoni».

Quanta della produzione agricola riminese viene consumata in loco, a km 0 come si dice oggi?

«Non è facile determinare con esattezza l’ammontare del consumo a km 0. Certamente una parte del prodotto ortofrutticolo locale viene veduto tramite il CAAR: Centro Agroalimentare Riminese. Questa è una delle più evolute “piattaforme” per la distribuzione dei prodotti locali al settore turistico e commerciale. Inoltre ricordo che è presente su tutto il territorio provinciale una realtà, ormai radicata nel tempo, di mercatini gestiti direttamente dai produttori locali. Un esempio virtuoso è la rete dei Mercati di Campagna Amica e anche la vendita diretta aziendale che conta decine di imprese agricole dedicate. Anche gli oltre 80 agriturismi concorrono a vendere e a far conoscere le produzioni del territorio sia come prodotto fresco che come prodotto enogastronomico».

C’è grande preoccupazione fra i consumatori per l’impennata dei prezzi di queste ultime settimane per verdura e frutta. Dipende dai produttori o invece fa capo alla rete commerciale?

«Confermo che i prezzi al dettaglio nelle ultime settimane sono decisamente lievitati a causa delle distorsioni della filiera, che vede una speculazione a monte, ai danni dei produttori, ai quali vengono proposti tagli insostenibili dei prezzi, a volte al di sotto dei costi di produzione. Per contro si assiste a forti speculazioni sui prezzi al dettaglio (anche di beni di prima necessità) che mettono a dura prova la capacità delle famiglie di sostenere questo ingiustificato aumento. Anche nella nostra provincia da parte di commercianti senza scrupoli e in parte anche dalla GDO (Grande Distribuzione Organizzata) si sono verificati tentativi speculativi che hanno ulteriormente messo in difficoltà un settore provato dalla chiusura forzata del canale della ristorazione e delle mancate vendite legate al turismo».

Il Governo negli ultimi provvedimenti economici ha previsto qualche intervento per l’agricoltura? Se sì, per quali settori? Inoltre ha previsto la regolarizzazione per sei mesi dei lavoratori extracomunitari necessari all’agricoltura. Era un provvedimento necessario ed utile anche per il riminese?

«Gli interventi del governo per sostenere l’agricoltura danneggiata dal Covid 19 rispecchiano in gran parte i meccanismi messi in opera per tutti i settori, mi riferisco in particolare ai provvedimenti finanziari e a quelli di posticipazioni delle scadenze. Però le preoccupazioni più grosse sono rivolte alle tempistiche della UE per lo sblocco delle risorse per fronteggiare l’emergenza Covid 19, perché il regolamento prevede che questi fondi potranno essere utilizzabili non prima del 2022. Ad assommarsi alla crisi contingente ci sono purtroppo in Romagna i danni dovuti alle tristemente note gelate tardive, che hanno interessato anche molti comuni riminesi. La nostra richiesta si incentra sulla deroga al decreto legge 102/2004 sulle calamità naturali, che prevede indennizzi alle aziende agricole che hanno subito danni da avversità atmosferiche. La modifica consiste nella possibilità di riconoscere il danno anche alle colture assicurabili, ordinariamente non ammesso, rifinanziandola, così come richiesto al Ministro dall’Assessore Regionale all’Agricoltura Alessio Mammi. La motivazione della richiesta si basa sull’impossibilità, causa il virus, di accedere alle assicurazioni da parte degli imprenditori, viste le restrizioni e la pericolosità a muoversi».

«Per quanto concerne la seconda parte della domanda sulla regolarizzazione dei migranti, si può tranquillamente affermare che non è risolutiva dei problemi del mondo agricolo, anche per i tempi che non combaciano con quelli delle imprese. Nelle campagne le esigenze sono immediate, mentre per le regolarizzazioni ci vorrà tempo. Per questo sarebbe stato più opportuno, anche per la nostra provincia, una radicale semplificazione del voucher “agricolo” per ridurre la burocrazia e consentire anche a studenti, pensionati e ai tanti lavoratori attualmente in cassa integrazione lo svolgimento dei lavori in campagna».

Con la soppressione delle deleghe alle province, il vostro primo interlocutore è oggi la Regione Emilia-Romagna. Funziona questo rapporto?

«Il rapporto con la Regione Emilia Romagna è un rapporto collaborativo e di franco confronto. In particolare per quanto riguarda l’emergenza Covid-19, abbiamo concordato nel corso dell’ultima Consulta Agricola Regionale del 19 maggio scorso le proposte in merito alle filiere che necessitano interventi più urgenti. Nello specifico abbiamo chiesto l’attivazione del Fondo d’emergenza per i seguenti settori andati in crisi a seguito della pandemia: lattiero caseario, agriturismi e fattorie didattiche, florovivaismo, ortofrutta, vitivinicolo, suinicolo, pesca e fondi ISMEA».

La pandemia di Covid19 sta cambiando molte cose nel nostro Paese. Il rischio di una recessione economica nei prossimi mesi è fortissimo. Il settore agricolo come si sta preparando a far fronte a questo difficile momento?

«Il settore agricolo ha bisogno di rafforzare la propria identità continuando ad investire nel Made in Italy, nel Km 0 e nelle produzioni con l’obbligo dell’indicazione di origine. Oltre al ritardo dei finanziamenti previsti dal Quadro Finanziario Pluriennale per la Politica Agricola Comune che aggrava la sofferenza per il settore, oggi dobbiamo lavorare più di ieri affinché le politiche europee siano guidate dal principio di “reciprocità”. Non possiamo più accettare che vengano attuate regole restrittive sulle imprese agricole a livello Europeo e poi sistematicamente si faciliti l’importazione di prodotti provenienti da altri Paesi che queste regole non le rispettano».

Paolo Zaghini

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