Come ho viaggiato in Indonesia con l’intelligenza artificiale in tasca
30 Maggio 2026 / Redazione
In tarda mattinata, davanti a Prambanan, il grande complesso di templi indù a Giava, in Indonesia, io e il mio amico ci siamo divisi un paio di cuffie bluetooth. Avevo aperto l’applicazione di ChatGPT sul telefono, lanciato la modalità vocale con telecamera attiva e inquadrato il bassorilievo davanti a noi. Una voce in italiano ha cominciato a spiegarci quello che stavamo guardando: le scene scolpite, i personaggi, la storia che raccontavano. Ogni tanto la interrompevamo per chiederle un dettaglio, un significato nascosto, un collegamento.

Non era qualcosa che avevamo pianificato. È venuto da sé, davanti a un’opera che ci interessava e di cui non capivamo niente. Che con un’intelligenza artificiale in tasca il modo di viaggiare stia cambiando lo si sa da tempo; noi l’avevamo già usata prima ancora di partire, per organizzare l’itinerario. Ma una cosa è saperlo, un’altra è viverlo in tanti momenti diversi del viaggio. Provo a raccontarlo qui, partendo da quello che abbiamo fatto davvero.
Una guida fatta in casa, davanti al tempio
Quello che è successo a Prambanan è come costruirsi un’audioguida personalizzata, mentre camminavamo. E “personalizzata” è la vera svolta. Le audioguide che troviamo hanno spesso una scaletta e una durata decise da qualcun altro, velocità e voce fissa, e se vi incuriosisce qualcosa di non previsto tocca arrangiarsi. Con questo, tutto è tarato su di voi: inquadrate quello che volete sapere, fate la domanda che vi viene in mente, ottenete una risposta… Che magari vi innesca un’altra curiosità e un’altra domanda.
Se qualcosa non vi interessa, potete prenderlo da un altro angolo. Soffermarvi sui dettagli o sui collegamenti che vi interessano. A noi, per esempio, interessava qualche accenno storico e soprattutto il significato dei simboli che vedevamo scolpiti, e come si legavano alla cultura e ai valori di chi quei templi li aveva costruiti. Ed è esattamente quello che abbiamo avuto. Durata, registro, livello di approfondimento, perfino l’angolo con cui un argomento viene affrontato: si adattano al livello di interesse di chi ascolta fa le domande in quel momento.
Non sto parlando di sostituire una guida umana competente. Una persona che il posto lo conosce, che ha visto le reazioni di centinaia di visitatori, che racconta una cosa partendo da un’altra solo per come è fatta lei, il suo percorso e i suoi aneddoti personali, porta una dimensione che un’intelligenza artificiale non ha. Il confronto giusto, per quello che sto descrivendo, è con le audioguide tradizionali e con le ricerche affannate su Google.
Le piccole curiosità che altrimenti si perdono
Una cosa che ho fatto spesso, durante quelle due settimane, è chiedere all’assistente AI cose che vedevo per strada e di cui non capivo il significato. Un esempio: a Bali, ogni mattina, davanti a tante case e negozi, perfino sui marciapiedi delle strade trafficate, ci sono dei piccoli cestini quadrati di foglie di palma intrecciate, riempiti di petali colorati, riso, qualche volta un biscotto o altro ancora. Si chiamano canang sari, delle offerte quotidiane che i balinesi preparano a mano e dispongono per ringraziare le divinità e mantenere in equilibrio le forze del bene e del male. Scatta la curiosità: “è ancora una tradizione sentita o folklore per turisti?”, si interroga l’AI e da quel punto di partenza si finisce per parlare e scoprire il rapporto dell’isola con la religione. Sono le piccole cose che cambiano il rapporto con il posto in cui ti trovi.

Tradurre, e capire
Un terzo uso, meno scenografico ma molto pratico: tradurre quello che non si capisce. Detto così sembra ovvio: lo fanno bene anche Google Translate e i traduttori che usavamo già da anni. Quello che cambia con un assistente AI generativo è un livello in più, che vale la pena considerare: il contesto culturale.
Una sera, in un piccolo ristorante di Ubud, sul menu c’era scritto babi guling. Un traduttore istantaneo me lo avrebbe restituito come “arrosto di maiale”. Tecnicamente corretto, ma povero. ChatGPT (Gemini, Claude e Copilot fanno lo stesso) alla mia domanda mi ha spiegato che nasce come un piatto cerimoniale balinese, preparato tradizionalmente per le grandi occasioni religiose e familiari, con una marinatura di radici, spezie e foglie particolari, cotto allo spiedo per ore. Non era solo una traduzione: era una contestualizzazione. La differenza fra sapere cosa si sta mangiando e capire anche cosa rappresenta.
Questa cosa, gli assistenti AI generativi la fanno bene perché non si limitano a cercare una corrispondenza letterale tra parole, ma possono collegare il termine al contesto linguistico, culturale e pratico in cui viene usato. È un vantaggio reale rispetto ai traduttori automatici tradizionali.
Gli altri due usi, di passaggio
Restano due usi che ho fatto e che vale la pena citare. Il primo è il traduttore vocale dal vivo, cioè chiedere all’assistente di tradurre in tempo reale fra italiano e indonesiano per parlare con qualcuno. Nelle zone dove siamo stati noi in Indonesia ci è servito meno del previsto, perché trovavamo spesso delle persone che parlavano l’inglese; sicuramente più prezioso in zone più remote o meno turistiche. Il secondo invece l’ho usato eccome, e in due momenti diversi.
Prima di partire, per costruire l’itinerario di massima: dirgli i posti che volevo vedere, il tempo a disposizione, le esigenze di spostamento, e farmi suggerire un ordine sensato (volo o treno per Yogyakarta, quante notti a Ubud). Quella prima bozza è stata poi rifinita e migliorata dalla mia compagna, che fa l’agente di viaggio e ha saputo cogliere sfumature che si vedono solo con l’esperienza.
In vacanza, per le decisioni dell’ultimo momento: “Siamo a Ubud, piove da un’ora, abbiamo due ore prima della cena, non vogliamo guidare, cosa facciamo?”. Risposte rapide, filtrate sui nostri criteri; più sono stretti i vincoli, più alto è il valore aggiunto.
Cosa cambia, davvero
Una nota prima di chiudere: do per scontato che qualcosa di quello che mi ha raccontato fosse sbagliato. Con i modelli generativi purtroppo capita, e in vacanza non avevo voglia di verificare ogni dettaglio. Ho preferito aver scoperto molte più cose. È un compromesso che ognuno sente a modo suo; a me ha aperto curiosità su cose che altrimenti mi sarebbero sfuggite.
Davanti a una statua, davanti a un piatto, davanti a una scritta su un muro, c’era la possibilità di chiedere e di scoprire qualcosa. Se vi capita di partire, provateci: con un auricolare, a voce, mentre camminate.
Stefano Stambazzi
Stefano Stambazzi vive a Rimini e si occupa di innovazione digitale per le piccole e medie imprese. Svolge consulenze e formazioni sull’intelligenza artificiale generativa e tiene laboratori nelle scuole, con studenti e docenti. Se avete domane o curiosità potete scrivere a questo indirizzo: