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Contrasto mafia in Riviera: Sarà Rimini intervista il Sostituto Procuratore Marco Forte

Le notizie di cronaca che si susseguono da mesi contribuiscono a mantenere alta l’attenzione della città sui temi della legalità, delle infiltrazioni mafiose, dei pericoli che la criminalità organizzata porta con sé quando si stabilisce su un territorio. Per comprendere meglio la situazione e capire cosa possa fare la cittadinanza a tutela del tessuto sociale sano di Rimini, Sarà ha dialogato con Marco Forte, Sostituto Procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, che ha competenza su tutto il territorio regionale e conosce molto bene la realtà della Riviera. Anche alla luce delle ultime notizie sul boss Calvaruso, secondo Marco Forte “nessuno ora può più dire che non sapeva”.

Ecco l’intervista che condividiamo con voi.

1) L’analisi condotta recentemente da Saviano parla di una camorra che ha fatto un salto di qualità. Dopo aver tentato, senza successo, la scalata ai grandi alberghi della riviera, ora mira a farli capitolare attraverso una concorrenza spietata. Esistono già inchieste che mirano a disinnescare questo perverso meccanismo? E soprattutto si riescono ad individuare questi fenomeni?

La risposta la abbiamo tutti i giorni apprendendo dagli organi di informazioni di operazioni di polizia delle D.D.A. particolarmente estese, che vedono numerosi esponenti della criminalità organizzata arrestati nei territori del nord e nella nostra Regione.

La risposta alla domanda, deve necessariamente partire dal ricordare come in una società commercialmente evoluta, la differenza del COSTO DEL DENARO sia il punto di partenza.

Se il denaro di provenienza illecita costa meno di quello di provenienza lecita automaticamente si falsano le regole del mercato ottenendo due risultati devastanti:

  1. Strangolando l’imprenditore che non accede a questo tipo di finanziamenti e che si trova ad operare nello stesso settore commerciale dell’imprenditore che usufruisce di denaro a costo zeroin quanto proveniente da attività illecite e quindi necessariamente destinato ad esser immesso sul mercato per poterlo “ripulire”;
  2. Costringendo anche l’imprenditore che non vorrebbe avere alcun rapporto con denaro di “dubbia provenienza” a cedere a questo tipo di compromesso trasformandolo in un imprenditore al servizio della criminalità organizzata nei fatti provocando l’impoverimento complessivo del territorio in quanto nel lungo periodo destinato ad esautorare l’originario imprenditore e sostituirlo con persone di assoluta affidabilità per la criminalità, che necessariamente ove investe denaro vuole anche l’assoluto controllo dei mezzi di produzione.

Il fenomeno della concorrenza sleale da minor costo del denaro o della mano d’opera è purtroppo fenomeno ben conosciuto sul territorio romagnolo, si pensi ad esempio a tutto il settore degli artigiani “dell’imbottito” del comparto forlivese travolti dalle aziende che, utilizzando personale non in regola e non protetto dal punto di vista sindacale (normalmente di etnia cinese) ha potuto soppiantare di fatto l’originario locale tessuto produttivo.

Non si tratta ovviamente di criminalità organizzata in senso stretto (anche se poco sappiamo di quella che prolifera all’interno di quella comunità asiatica tradizionalmente silente e composta da grandi lavoratori), ma l’effetto perverso dal punto di vista economico è stato riscontrato nell’ambito di un articolato processo svoltosi innanzi al Tribunale di Forlì ove si è anche analizzata proprio la ricaduta commerciale di detto fenomeno criminale (sul punto vi è stata anche approfondita analisi in una puntata dedicata della testata giornalistica Report).

Tutto ciò ovviamente comporterà un complessivo allargarsi del fenomeno criminale, che si autoalimenterà ed occuperà più o meno definitivamente interi settori imprenditoriali, influenzando la vita di tutti i cittadini che in qualche modo si dovranno rapportare con quel contesto, così creando un  progressivo impoverimento delle loro garanzie; non credo di dover spiegare – in quanto evidenti-  come difficilmente si potrà ottenere da quel tipo di imprenditore il rispetto delle regole poste a tutela non solo dei lavoratori, ma anche dei semplici cittadini-consumatori, che avranno a che fare con quella realtà economica che trae le proprie ragioni di vita dal crimine e dall’idea che il profitto giustificherà qualunque condotta anche la più aggressiva e violenta.

2) Quanto è importante “formare” gli imprenditori e gli operatori economici, per renderli consapevoli e capaci di difendersi quando la criminalità bussa alle loro porte?

Credo sinceramente che nel 2021 la questione non sia più quella di “formare” qualcuno al fine di renderlo edotto dai rischi di un simile abbraccio; non siamo più nel primo dopoguerra del secolo scorso ove la Mafia la potevamo considerare solo un fenomeno stanziale destinato a proliferare nelle realtà agricole del sud e che mai avremmo incontrato nella nostra vita nel resto del territorio nazionale. Oggi possiamo dire che la realtà criminale  interna ed internazionale è ben nota a tutti e non si può far finta di non sapere quando la si incontra in una trattativa commerciale!

L’imprenditore, ma anche e soprattutto il professionista (notaio, commercialista, consulente del lavoro, avvocato d’affari, banchiere, etc.), che vuole sfuggire a questi contatti ha le conoscenze e dovrebbe avere le capacità etiche proprie della sua professione che gli consentono sempre di rifuggire dal fare affari e/o prestare supporto professionale a persone che rappresentano gli interessi delle “imprese criminali”.

Non a caso, dal punto di vista penale-repressivo, negli ultimi anni abbiamo statisticamente sempre più notato aumentare l’estensione di misure cautelari e/o imputazioni a carico di appartenenti a dette categorie professionali, sia nelle forme del concorso nelle attività criminali che in quelle di fiancheggiatori di vere e proprie associazioni a delinquere di stampo mafioso.

L’etica delle singole professioni, oltre che i numerosi richiami deontologici delle Associazioni di categoria e degli Ordini professionali, sono divenuti man mano sempre più pregnanti sul punto; in sostanza si è cercato di far comprendere e ricordare ai propri associati che – prima di tutto sono cittadini della Repubblica – e che, a fronte di un immediato vantaggio economico personale, non si può far finta di non vedere o volutamente ignorare i rischi che si scaricano col proprio operato sulla collettività intera di un determinato territorio salvo poi non potersi lamentare dell’azione repressiva degli inquirenti che porterà in molti casi a sequestri di profitti di tale portata da travolgere per sempre anche la vita privata delle persone che si son poste al servizio degli imprenditori-criminali.

3) Come coniugare la semplificazione burocratica con l’attività di controllo?

Questo è il tema principale di confronto pratico e non ci sono soluzioni semplici per un problema così complesso; sicuramente si deve partire dalla necessità di studiare e ripensare tutto il sistema dei controlli che si è negli anni radicato nel nostro ordinamento, affrontando il problema in ambito generale ed in ottica complessiva per trovare il necessario punto di equilibrio tra il diritto di fare impresa (garantito dalla Costituzione) ed il dovere di controllo dello Stato nell’interesse collettivo dei cittadini.

Il problema sorge, e si è terribilmente complicato negli anni, in quanto da un sistema burocratico centralizzato ereditato dal Regno d’Italia che si rifaceva al sistema francese-napoleonico, la Repubblica si è trasformata, nel rispetto dei principi costituzionali, passando al sistema delocalizzato con l’ampliamento di poteri degli Enti Locali (Regione, Provincia e Comune).

In tal modo si è delegata e trasferita quindi anche buona parte dei sistemi burocratici di controllo con creazione di altri autonomi centri di potere e controllo delocalizzati, a volte senza abolire quelli centralizzati, così creando di fatto un meccanismo perverso per il quale spesso si manifesta la moltiplicazione dei sistemi burocratici di controllo che si intrecciano tra loro senza alcuna logica e con ripetizione assoluta di competenze, così creando inutile  intralcio e disagio non giustificabile rispetto al cittadino che si deve destreggiare necessariamente in un dedalo di burocrazia, potendosi al più appoggiare a varie figure tecniche di consulenti e/o patronati sindacali e di categoria,  che ovviamente vengono a loro volta ad incidere sul costo finale delle operazioni imprenditoriali – ed in generale nella quotidianità  del cittadino – quasi come una “gabella medievale”.

Si possono indicare in linea di massima solo i principi da seguire per coniugare questa doppia esigenze di semplificazione burocratica con il controllo – fastidioso ma necessario – senza alcuna presunzione di esaustività degli esempi che seguono:

  1.    Suddivisione di competenze chiare e nette tra poteri centrali e poteri locali, riconducendo quindi i controlli della burocrazia esclusivamente all’Ente centrale o periferico di derivazione senza alcuna duplicazione degli stessi;
  2.    Condivisione tra i vari organi della Pubblica Amministrazione delle banche dati già in essere al fine di estrapolare i dati necessari dalle stesse senza obbligare il cittadino ogni volta a dover certificare od autocertificare fatti e circostanze che già dovrebbero esser noti all’Amministrazione pubblica (centrale o locale); si pensi ad esempio a quella dell’anagrafe tributaria, ove ogni cittadino di fatto è già censito e “profilato” come tipologia di contribuente (anche tenendo conto di probabili redditi non dichiarati), a fronte delle autocertificazioni ISEE richieste al privato che necessita dell’accesso agevolato alle prestazione del Welfare dello Stato;
  3.    Abolizione di centri burocratici volti a gestire parte del patrimonio pubblicorispetto alle esigenze dei cittadini bisognosi e sostituzione degli stessi con sistemi diretti di supporto economico (penso ad esempio al sistema delle “case popolari” gestito da Enti pubblici economici regionali in Italia – spesso opaco e foriero di indagini penali – mentre in Germania i cittadini sotto una certa fascia di reddito si vedono semplicemente riconoscere mensilmente un contributo economico che copre percentualmente l’affitto dell’appartamento acquisito a seguito di trattativa tra privati);
  4.    Ripensare alle pene accessorie per i delitti che oltraggiano l’Erario(reati tributari, truffe in danno dello Stato, etc.) con la sanzione dell’essere esclusi per anni – se non per sempre nei casi più gravi – da qualunque beneficio di Welfare economico.

 

4) Qual è la burocrazia “inutile” che potremmo eliminare tendendo a velocità di erogazione e controllo al contempo? 

Certamente non vi sono soluzioni univoche dovendo valutare caso per caso. Credo che il sistema dell’autocertificazione senza preventivi controlli che consente intanto di ottenere finanziamenti pubblici sia molto pericoloso in quanto foriero di innumerevoli truffe in danno dell’Erario che, seppur scoperte tempestivamente, difficilmente consentiranno di recuperare alla collettività il denaro già illecitamente elargito.

Per intenderci con un esempio concreto, se si concede il reddito di cittadinanza (ovvero similari prestazioni INPS) sulla base di autodichiarazioni, riservando i controlli ad un secondo momento storico, il rischio di truffe e/o illecite dazioni – anche ad esponenti della criminalità – che ho paventato si moltiplica in  modo esponenziale; se al contrario a fronte della richiesta del cittadino si interrogano preventivamente le banche dati al fine di accertare se sussistano i presupposti di legge (ad esempio che non sia attinto da condanne penali ostative al riconoscimento di detti benefici), verrebbe quasi automaticamente escluso il rischio odioso di aver elargito soldi pubblici a soggetti che non lo meritano o peggio che appartengono alla criminalità organizzata.

5) Esistono dei protocolli di legalità, tra istituti di credito e prefetture, ad esempio, cui potremmo tendere? Quale può essere il ruolo dell’amministrazione comunale?

Certamente esistono, ma soprattutto vorrei ricordare che esiste una Legge  – la n. 231/2007 – che ha rivoluzionato il concetto stesso di segretezza nelle trattative commerciali, imponendo ad una serie di soggetti professionisti del settore (banche, assicurazioni, istituti di finanziamento per il credito al consumo, notai, commercialisti, avvocati, etc.) che dovessero riscontrare nella loro attività delle anomalie per la natura commerciale del cliente e/o per le operazioni da questi proposte, L’OBBLIGO di segnalare la circostanza agli organi preposti ai controlli.

In estrema sintesi, oggi l’adeguata verifica della clientela è il fulcro del sistema per tutti i paesi dell’Occidente assolutamente necessario per poter efficacemente contrastare il reimpiego di denaro proveniente dal mondo della criminalità organizzata e/o dal terrorismo internazionale; essa consiste ad esempio per gli Istituti di credito ed altri assimilabili nell’identificazione del cliente e nella verifica dei dati acquisiti, cui fa seguito la raccolta delle informazioni sullo scopo e la natura del rapporto posto in essere dallo stesso ed il controllo continuo nel corso del rapporto stesso.

Detto sistema generalizzato ed anticipato di controllo prevede infatti l’utilizzo di una banca dati denominata Archivio Unico Informatico ove vengono registrati tutti i rapporti commerciali in ambito bancario, così da rendere disponibile a tutto il sistema antiriciclaggio (e da ultimo anche agli inquirenti), le informazioni in modo strutturato e secondo standard tecnici omogenei per tutti gli operatori.

Una volta censita quindi la tipologia di cliente sulla base di standard commerciali sarà evidentemente molto semplice osservare eventuali operazioni commercialmente anomale da questi effettuate che, in quanto tali, devono essere segnalate agli organi preposti al controllo e diventano quindi patrimonio di prevenzione con rapidi interventi da parte degli inquirenti. Risulta pertanto evidente che anche l’Amministrazione Comunale (agevolata ovviamente nel raccogliere informazioni in realtà medio piccole), se viene a conoscenza di indici di anomalia sul proprio territorio, rispetto ad esempio all’acquisizione di beni commercialmente rilevanti da parte di soggetti che destano sospetto e/o curiosità, può – e dovrebbe sempre farlo – informare dei propri dubbi l’Ufficio di Pubblica Sicurezza presente sul territorio, ovvero anche lo stesso Prefetto quale organo amministrativo che ha suoi autonomi poteri interdittivi nell’ambito delle attività commerciali del territorio provinciale.

L’Ente locale ha compiti fondamentali quale “sentinella” del proprio territorio e non deve mai sottovalutare segnalazioni e/o osservazioni che possono giungere dai propri cittadini; una segnalazione tempestiva, anche in forma verbale, non costa in fondo nulla e consente agli investigatori di allertarsi ed effettuare riservatamente i propri preventivi controlli sul territorio.

In estrema sintesi, un’architettura ampia delle funzioni di controllo circa le movimentazioni commerciali sul territorio comunale e che si coordini con le forze di polizia locali attraverso l’abitudine di fornire idonee informazioni, consente di mantenere alto il sistema di prevenzione dalle infiltrazioni della criminalità organizzata.

6) Cosa può fare la società civile per contribuire al contrasto alla criminalità?

Non nascondere la testa sotto la sabbia, non voltarsi dall’altra parte pensando che tanto il problema non ci riguarda, anche perché il problema prima o poi verrà a chiederci conto delle nostre azioni e/o omissioni!

In sostanza ognuno di noi che venga a conoscenza o rilevi situazioni anomale può sempre come persona dotata di normale senso civico, e senza necessità di esporsi:

  1.    Osservare i fenomeni del proprio territorio;
  2. Riferire anche informalmente quanto appreso ad un comando di polizia (non sarà esposto ad alcun rischio trattandosi di fonte confidenziale di polizia giudiziaria il cui nome mai comparirà in atti processuali);
  3. Chiederne conto agli Organi dello Stato preposti alla tutela pubblica.

Non si deve infatti dimenticare che l’Emilia Romagna è Regione di grande interesse commerciale per il reimpiego di illeciti capitali della criminalità organizzata, e che è nostro primario interesse che l’economia locale non venga inquinata prima, e strangolata poi, dal riciclaggio di detti denari; fenomeno oramai ben noto e conosciuto che secondo i commenti dei più attenti osservatori genera gravi distorsioni nell’economia legale, alterando le condizioni di concorrenza, il corretto funzionamento dei mercati e i meccanismi fisiologici di allocazione delle risorse, con riflessi, in definitiva, sulla stessa stabilità ed efficienza del sistema economico.

Non a caso alcuni studi della Banca d’Italia hanno evidenziato che nelle aree nazionali a forte presenza criminale la crescita economica risulta compressa, le imprese pagano più caro il credito, gli investimenti sono disincentivati e “in quelle aree è più rovinosa la distruzione di capitale sociale dovuta all’inquinamento della politica locale. Il rischio quindi di ricaduta complessiva del fenomeno su tutti i cittadini diviene notevole – a fronte dei vantaggi economici limitati ad una ristretta cerchia di persone.

Marco Forte, Sostituto Procuratore presso la DDA di Bologna ed Associazione Sara. Rimini al Futuro

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