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Cooperativa Cento Fiori: “Dall’accoglienza alla protezione, con inventiva”

Dall’accoglienza alla protezione, con inventiva: nell’emergenza Covid-19 le strutture e i dipendenti della Cento Fiori tra tutela degli ospiti, intrattenimento, impegno e responsabilità.

«L’emergenza Covid-19 ci ha visti impegnati su più fronti fin dal suo primo insorgere. La prima necessità è stata di proteggere utenti e strutture. Anche prima del cosiddetto “lockdown”. L’equipe della Comunità Terapeutica di Vallecchio, dei due Centri Osservazione e Diagnosi, del Centro Diurno e dei gruppi appartamento hanno optato per varare l’isolamento cautelativo dei pazienti e delle strutture. Niente più visite di parenti, niente più uscite degli utenti, forte attenzione alle modalità di ingresso di persone e merci nelle strutture». Gabriella Maggioli, vicepresidente della Cooperativa Sociale Cento Fiori, ripercorre con la mente gli ultimi mesi di lavoro. Non si è ancora abbassata la guardia contro l’emergenza Codiv-19, a Vallecchio di Montescudo dove c’è la Comunità Terapeutica e il Centro Osservazione e Diagnosi omonimi, come in tutte le strutture di accoglienza – dedicate alle dipendenze patologiche o all’ospitalità dei richiedenti asilo – che gestisce la Cooperativa Sociale Cento Fiori ad Argenta, a Rimini, a Riccione, a Santarcangelo.

Ora si guarda con maggior fiducia al futuro, ma in Cento Fiori non si dimentica il febbraio scorso, quando in equipe si decise di andare in “lockdown”, termine diventato poi di uso comune dapprima a Codogno e poi in tutta Italia. «Abbiamo “chiuso tutto” con due settimane di anticipo – ricorda Cristina Rinaldi, la coordinatrice degli educatori della Comunità Terapeutica e del Centro Osservazione e Diagnosi (Cod) di Vallecchio – Procedure da adottare… Mascherine… Distanza dai ragazzi… Noi educatori abbiamo avuto, come dire, un attimo disorientamento, perché lavoriamo molto con la relazione. Un disorientamento che è durato poco, perché quando senti che è la cosa giusta da fare, la fai».

«Uno degli scogli maggiori è stato il reperimento dei dispositivi di protezione individuale e dei prodotti per la sanificazione, un aspetto non facile sin dai primi giorni dell’epidemia. – dice Cristian Tamagnini, presidente della Cooperativa Sociale Cento Fiori– Il reperimento delle mascherine protettive è stato quello che ci ha visti più impegnati. Oltre al canale di approvvigionamento attivato da Legacoop, ci siamo attrezzati aprendo due canali diretti con imprese all’estero per acquistare mascherine sia chirurgiche sia di tipo kn95 o ffp2. Per non parlare del gel disinfettante, dei guanti, delle tute protettive: uno sforzo notevole in termini di risorse economiche e di ricerca, che ha visto impegnati con inventiva diversi colleghi nei settori, non solo il management della cooperativa».

Il “lockdown” non è stato un passaggio naturale per gli utenti. «All’inizio hanno avuto un po’ di resistenza. Non è durata tantissimo – dice Cristina Rinaldi – poi hanno capito dai giornali che la situazione era grave e che quello che stavamo facendo era per la loro tutela. E ci sono venuti dietro, ci hanno aiutato nelle procedure, nella distanza. Non è stato facile: ci mancavano i gruppi, ci mancavano i colloqui (che non erano facili con la mascherina), niente più incontri di calcetto, non più piscina al lunedì o altre attività esterne come mangiare fuori, fare shopping. Tutte quelle attività che danno energia agli utenti o dove potevano parlare dei loro problemi, eliminate».

Alfredo Pellegrini, educatore presso il Cod L’Airone di Argenta: «abbiamo cercato di dare una maggiore forza alla coesione al gruppo operativo e al gruppo dell’utenza, con un distacco meno marcato rispetto ai ruoli. Abbiamo cercato di inventarci delle attività in questo senso, cose anche semplici, come l’orto nel quale hanno coltivato il prezzemolo, le melanzane, pomodori, zucchine, peperoncini piccanti. Non tutti gli ospiti avevano il pollice verde, ma in diversi hanno dato una mano».

«Abbiamo cercato di integrare quel che a loro è venuto mancare. Sempre stando attenti perché noi educatori potevamo essere dei portatori di virus – dice ancora Cristina Rinaldi – a Vallecchio abbiamo creato attività all’aria aperta: ginnastica, meditazione, cinema. In cucina abbiamo proposto un menù un po’ più ricco di dolci, più elaborato con nuove ricette. Per Pasqua e per il 25 aprile abbiamo fatto un pranzo all’aperto, con grigliata e pizza».

Lo sforzo degli educatori è stato corale. Dice Cristina Rinaldi che «sono stati molto disponibili, abbiamo ridotto i turni, le equipe da remoto. Per molti tutto ciò non è stato considerato un dovere ma un mettersi a disposizione, con la consapevolezza del momento e delle esigenze che comportava. Tutti hanno lavorato con amore. Ho sentito un gruppo molto unito. Ci abbiamo messo anche le nostre paure e le ansie. Un minimo di contatto con l’esterno noi educatori lo avevamo, anche solo per fare la spesa e quindi potenzialmente sentivamo il peso di essere ancora più attenti a non diventare noi i portatori del virus. Oppure quando per emergenze dovevamo recarci nelle strutture ospedaliere dopo che è scattata la zona rossa. Ma nonostante tutto, nessuno si è tirato indietro, tutti hanno fatto il loro lavoro con scrupolo e abilità».

«Ha colpito molto gli educatori del settore Migranti l’atteggiamento dei richiedenti asilo, davvero esemplare sotto tutti gli aspetti. Dall’inizio dell’epidemia non hanno atteso alcuna disposizione, hanno scelto di tutelarsi attraverso l’isolamento sociale con molto rigore, in tutte le strutture. – racconta Monica Ciavatta, responsabile area Migranti – E’ da segnalare, inoltre, che gli ospiti dei plessi riccionesi hanno avviato una colletta per donare due tablet ai pazienti dei reparti covid-19 dell’ospedale di Rimini, per permettere ai malati di comunicare con le famiglie. Un gesto che nasce dal cuore e dall’esperienza. Nella lettera che accompagnava i tablet, infatti, i giovani richiedenti asilo hanno scritto, tra le altre cose, “Conosciamo bene il dolore e l’angoscia che si prova quando sei costretto a stare lontano dalla tua famiglia. Quello che a noi ci ha aiutati è stato un telefono con cui poter chiamare casa e così vedere gli occhi delle nostre mamme, i visi dei nostri figli, poter dire loro che stavamo bene e che eravamo ancora vivi. Per questo abbiamo pensato a questi tablet”».

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