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Cosa deve dire la sinistra agli operai che non la votano più

Si dovrebbe aprire il dibattito sul voto operaio. Già circola una prima analisi sui flussi fornita da SWG che però non dice cosa intende per “operaio” (lavoratore dipendente, manuale, subappaltatore, terzista, ecc.). L’analisi fornita vede il voto degli operai orientato in prevalenza sull’astensione (che è stata del 45% in crescita del 9): sulla Lega (13%, più 9%), su FdI (21%), su FI (11%, più 3) e sui 5 Stelle ( 21%, più 6%). Solo il 18% avrebbe votato PD ed è in calo. Il metalmeccanico del Nord iscritto alla Fiom Cgil votava Lega già da alcuni anni, oggi si astiene o vota FdI.

Il dibattito non si è ancora aperto, dovrà però aprirsi in vista del Congresso del PD o della Costituente di una nuova forza del lavoro. A meno che non si voglia lasciare questo (grande) pezzo di società alla destra.

Non esiste più l’operaio “fordista”, quello di Chaplin in “Tempi moderni” per capirci, perché l’applicazione del digitale alla fabbrica ha parcellizzato il lavoro: la condizione operaia ha perso parte della sua identità, l’individualismo sociale ha prevalso, colui che lavora accanto a noi ha una qualifica, un salario e forse uno status contrattuale diverso dal nostro. Magari lo percepiamo come un competitore, magari è il socio di una cooperativa che gestisce un subappalto, un extracomunitario che ha sostituito un compagno andato in pensione, un precario che pensa di aprire un pub, ecc. ecc..

Non a caso in Italia ci sono quasi 900 tipi di contratti di lavoro. Siamo tutti produttori di plusvalore, ma ci siamo convinti che sia “naturale” che il plusvalore appartenga tutto al proprietario delle macchine con le quali produciamo molto di più di dieci anni fa. Facciamo sempre le nostre 40 ore , ma se dieci anni fa il prodotto era “dieci”, ora è “venti o trenta”!

Intanto il nostro salario è diventato fra i più bassi d’Europa, anzi, fra inflazione e bollette, continua a scendere. Magari, se protestiamo chiedendo orari più bassi e salari più alti, la fabbrica delocalizza in India dove col digitale sono più bravi di noi e il lavoro costa la metà. Oppure coloro che mi dovrebbero rappresentare in politica smantellano lo scudo dello Statuto dei Lavoratori e votano il Jobs Act.

Allora ci asteniamo o votiamo a destra perché a sinistra non troviamo obiettivi raggiungibili (i diritti elementari, la socialdemocrazia, una società giusta, il comunismo, ecc. ecc.). O forse perché la destra ci dà l’illusione di una scalata sociale disponibile e alla nostra portata.

La rottura del patto fra sinistra e classe operaia deriva da una serie di processi storici che non possiamo ignorare, come la crisi dell’Urss, la fame (quella vera) di paesi immensi come la Cina, l’India, l’Africa, l’abbandono dell’eurocomunismo basato su libertà e giustizia sociale, la oggettiva difficoltà a individuare percorsi economici autonomi dentro il mainstream della finanza globale, il debito pubblico che ci consegna ai nostri creditori, ecc. ecc.

Poi, dobbiamo esserne consapevoli, si aggiungono gli errori della sinistra e la timidezza a “rappresentare” i bisogni operai e a far crescere nella società una rapporto virtuoso fra lavoro e impresa.

Questi processi peseranno sulla soggettività degli individui finché non si riannodano i fili di una soggettività collettiva. Che significa “riannodare i fili”? Significa capire che sia io che il mio vicino di lavoro che viene da lontano, o il subappaltatore poco più in là, siamo dentro lo stesso sistema di produzione, uguali nella sostanza anche se diversi per mansioni, salario, status sociale, ecc. Anche quelli che stanno fuori dalla fabbrica sono legati al filo da riannodare.

Si chiama biocapitalismo perché capace di mettere a valore la vita delle persone: la casalinga immersa nel patriarcato che lavora gratis alla riproduzione sociale, il ragazzetto con il palmare che alimenta gli algoritmi di Amazon, l’intellettuale che produce il pensiero necessario a tenere sempre al top la produzione, i dj chiamati a produrre l’illusione di libertà a buon mercato.

Gramsci chiamava tutto ciò “produzione di egemonia”, oggi possiamo chiamarlo “imprinting”, un’impronta sociale grazie alla quale il ciclo produzione/riproduzione appare immutabile, anche perché nessuno più riesce a metterne in luce le conseguenze sociali e le tensioni monopolistiche che lo animano.
Ecco il ruolo di un partito di sinistra, ecco il ruolo di un sindacato di sinistra. Ci tremano i polsi al pensiero di un compito così impervio?

Giuseppe Chicchi

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