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Cosa pensa Salvini del Salvini che elogia Lamorgese?

Nel giro di pochi giorni ho bruciato una pentola e un tegame, perché mi ero dimenticato di avervi messo a cuocere nell’una dei fagiolini, nell’altro il preparato per un sugo di piselli.

Come se non bastasse, ieri ho armeggiato per qualche minuto alla porta di casa, prima di accorgerrmi che stavo cercando di aprirla con la chiave dell’auto.

Spero che tutto questo non lo venga mai a sapere Toti (non Francesco, l’idolo della tifoseria romanista che di t ne ha invece due, ma Giovanni, l’obeso Presidente della Liguria che quando parla ricorda un po’ Massimo Boldi, sia nel timbro della voce che per le cose che dice).

Temo infatti che queste mie sventurate performances rafforzino la convinzione, da lui espressa alcuni giorni fa, dell’inutilità di continuare a vivere dopo i settant’anni, quando si è «persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese». Un po’ come dire che all’individuale irrilevanza di cascuno di noi settantenni, si debba pure aggiungere il fastidio che procuriamo alla società: insomma dei pesi morti, che in tempo di covid «vanno però tutelati».

Non c’è bisogno di essere Freud per cogliere il senso di contrarietà insito in quel «però»… “dal sen sfuggito”, che discende da quanto ci ricorda Toti: «Dobbiamo tener conto che solo ieri, tra i 25 deceduti della Liguria, 23 erano pazienti anziani». Il che sottintende un pensiero più o meno così riassumibile: “Si intasano le terapie intensive con tutti questi anziani, che «però» passeranno a miglior vita nel giro di poco tempo; bisognerebbe impedirlo, «però» come si fa?”

Chissà come sarà rimasto contento delle carinerie di Toti l’improduttivo Presidente della Repubblica, il settantanovenne Sergio Mattarella che proprio quel giorno, anziché starsene rintanato al Quirinale con un plaid sulle ginocchia e la borsa dell’acqua calda, è volato al cimitero di Castegnato a dare metaforicamente dell’infame all’idiota che aveva rubato la croce posta sulla lapide commemorativa delle 2751 vittime del coronavirus che ha subito la provincia di Brescia. Che dire poi dell’ottantatreenne Papa Francesco e dell’ottantaquattrenne Silvio Berlusconi, suo “padrone politico”?

Perfino Salvini ha preso le distanze dal “fastidio anagrafico” manifestato da Toti. L’ha fatto con una di quelle sdolcinatezze a cui fa ricorso ogni qualvolta avverta l’esigenza di dover abbandonare per un attimo il suo innato bullismo: «I nostri genitori e i nostri nonni hanno cresciuto, difeso e reso grandi noi e l’Italia… obbligatorio rispettarli ed onorarli». (E degli zii o degli eventuali cugini settantenni che ne facciamo? Li lasciamo in balia del “lodo Toti”?)

Ma in questa sua esibizione da finto Libro Cuore Salvini sa di andare sul sicuro, poiché in cima alla lista dei suoi attuali nemici c’è una signora ancora lontana dal compiere settant’anni: la Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese.

A sentire lui, parrebbe quasi che sia stata Lamorgese a chiamare a Lampedusa il terrorista tunisino che giorni fa ha insanguinato Parigi, a favorirne prima il dileguamento, poi l’entrata clandestina in Francia. Quando invece, come gli ha ricordato lei stessa, sono stati i suoi famigerati “decreti sicurezza” ad aver creato insicurezza, poiché ha obbligato gli immigrati a uscire da un giorno all’altro dal centro di accoglienza.

È davvero esilarante che oggi il boss leghista aggredisca con le peggiori parole la sua successora Lamorgese, di cui aveva invece intessuto sperticate lodi nel pubblico saluto che da Ministro dell’Interno le rivolse al termine del suo mandato di Prefetta di Milano: «Voglio esprimere un grande grazie a Luciana Lamorgese per tutto ciò che ha fatto, in particolare per il gran lavoro di coordinamento e di ascolto. Lascia un buon terreno di lavoro a chi arriverà dopo di lei… Il calo dei reati dell’8,7% vuol dire che il territorio è ascoltato, è presidiato, è seguito. E questo lo dobbiamo anche e soprattutto a Luciana Lamorgese». Consegnandole poi una targa con su scritto: «Con l’affettuosa gratitudine per l’impegno intelligente e appassionato, al servizio dello Stato e dell’Amministrazione dell’Interno».

Con un pizzico di onestà intellettuale, a questo punto Salvini dovrebbe però mettersi d’accordo con se stesso e di qualcosa pentirsi. O pentirsi di stare oggi infamando la stessa Lamorgese che solo due anni fa aveva riempito di complimenti; o pentirsi di avere solo due anni fa riempito di lodi la stessa Lamorgese che oggi sta infamando.

Anche perchè il “mea maxima culpa” – ma basterebbe anche il “mea minima culpa” – dovrebbe rappresentare l’abc per il buon cattolico che millanta di essere, girando sempre con il crocefisso in una tasca, il Bignami delle Sacre Scritture nell’altra, la “corona pronto uso” nel taschino. E senza che nel bagaglio delle sue trasferte manchi mai un’acqua santiera portatile.

Nando Piccari

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