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Rosita Copioli: “Gli occhi di Fellini” – Vallecchi

Il 20 gennaio 1920 nasceva a Rimini Federico Fellini (e moriva a Roma il 31 ottobre 1993), considerato uno dei più grandi registi della storia del cinema. Per quarant’anni (il suo primo film, “Luci del varietà” è del 1950, l’ultimo “La voce della luna” del 1990) il suo genio creativo ha illuminato la fantasia dei sognatori di tutto il mondo.

Il centenario della sua nascita doveva essere festeggiato con innumerevoli appuntamenti in tutto il mondo, ed invece l’annus horribilis, il 2020, con la pandemia covid, ha impedito la realizzazione di tantissime iniziative. A Rimini a gennaio di quest’anno la bella mostra “Fellini 100. Genio immortale” allestita a Castel Sismondo come anticipazione della realizzazione del futuro Museo a Lui dedicato, alla fine è stato l’evento più importante.

Per contro, in tutto il mondo, sono usciti decine e decine su Fellini: nel 2020 una trentina solo in Italia. Fra questi il volume di Rosita Copioli spicca per la ricchezza, labirintica, delle citazioni letterarie frammiste ai ricordi personali del suo rapporto con il regista riminese (assai intenso, seppur conosciuto tardi, solo a fine agosto 1989). Nelle quasi 400 pagine la Copioli racconta la biblioteca di Fellini raccolta nella sua casa di Roma in Corso Italia. Quasi 2.000 libri che oggi sono a Rimini, depositati prima presso la Fondazione Fellini, poi tornati alla nipote Francesca Fabbri Fellini, che ne è l’erede. Ma soprattutto, attraverso le fonti letterarie, la Copioli, dimostrando grande conoscenza della produzione filmica felliniana, traccia un percorso critico originalissimo film per film.

Scrive Pietro Citati nella post-fazione: “Presto la Copioli si accorse che Fellini – malgrado la sua bonomia, era molto colto. Aveva letto infiniti libri, estremamente difficili e rari, che gli altri scrittori di rado conoscevano”. In comune “avevano la consapevolezza che, in letteratura, non esistono codici”; amavano entrambi “Kafka, Petrarca, Yeats, poli della poesia antica e moderna; l’amore per una città, come Venezia, fatta d’acqua”. Ma grandi erano anche le differenze: “Il mostruoso mito di Casanova era totalmente estraneo alla Copioli”. Così come Rosita, in occasione del funerale a Rimini di Fellini, a differenza dell’altro comune amico, Sergio Zavoli, che “da uomo pubblico sente il dovere della cerimonia, del rito”, rifugge da ciò: “Troppa era in me l’indignazione per il passato. Mai avrei potuto perdonare la mancanza di un rapporto vero, l’esplosione della commozione di massa, per ciò che non c’era mai stato, e la presenza di tutti i tromboni ed esibizionisti di turno. Non mi pareva affatto che quello fosse il momento dell’’abbraccio’ e della ‘riconciliazione’”.

“Fellini gioca con i libri”. “I film di Fellini sono libri” dice Rosita, dopo essersi posta la domanda: “Cosa significano i libri per Federico Fellini? Sebbene pensasse ai propri film come pitture create dalla luce i libri li nutrono. Il mondo dell’immaginazione letteraria non è solo parole, ma storie e immagini, con le quali nasce. E’ rapporto con gli scrittori vivi e morti, ma anche con il mondo del passato e del presente, uno scambio senza pareti, trasparente e misterioso, come quello dei sogni, dalla chiarezza indecifrabile”.

Nel libro Rosita racconta la ricchezza culturale della vita di Fellini, fatta sì di libri, ma anche di incontri e frequentazioni con numerosi amici scrittori (da Pasolini ad Arbasino, da Buzzati a Calvino, da Cavazzoni a Zanzotto, da Landolfi a Flaiano, da Kundera a Simenon, a Evtuschenko), artisti (da Mastroianni a Totò, da Villaggio alla Ekberg), musicisti (da Nino Rota a Nicola Piovani). Ma anche il costante intreccio del trio riminese a Roma: Fellini, Zavoli, Guerra. E ora che non sono più tra noi, come non ricordare con un indicibile affetto la battuta di Federico a Sergio, timoroso di morire: “Ma non sei curioso di vedere coma va a finire?”. Chissà cosa stanno immaginando e combinando lassù!!

Piluccando qua e là dalle pagine del libro di Rosita.
Quando Claudio Castellucci, sul Corriere della Sera del 30 marzo 1993, gli chiede se mai avesse pensato di diventare un aggettivo, “felliniano”, Federico così rispose: “Eccome no. Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo. Ne sono lusingato. Cosa intendano gli americani con ‘felliniano’ posso immaginarlo: opulento, stravagante, onirico, bizzarro, nevrotico, fregnacciaro. Ecco, fregnacciaro è il termine giusto”.

“Anche dalle interviste sappiamo che Federico Fellini parlava un italiano meraviglioso e soprattutto immaginifico. Nella singola parola inventata, nei nomi dei personaggi o nei nomignoli di fantasia, si concentra con la pura intensità della fonologia la capacità di onirismo verbale che Fellini spargeva nelle frasi, nelle proposizioni, nei toni di voce”. Non è splendida, ad esempio, la scelta del nome del re nella “Città delle donne” “Katzone”?
“I personaggi di Fellini sono ridicoli, nella loro tragicità”. Il benestante e affermato Steiner in “La dolce vita” “si ammazza dicendo solennemente delle stupidaggini”.

“La visione di ‘Amarcord’ è ferma a quella ripetizione di gesti e macchiette, che si identifica nella provincia di stampo fascista. Non nella provincia che ha fondato il paesaggio o l’arte italiana: la campagna toscana o il Trecento riminese, ma la sua riduzione immeschinita, involgarita, eccessiva, smargiassa e ridicola, velleitaria in ogni manifestazione psicologica; un insieme di pessime qualità incarnate senza modificazioni nei prototipi riminesi, che solo una parola riesce a comprendere sinteticamente: ‘pataca’”.

“Il rapporto di Fellini con il sesso è stato uno degli argomenti più cari alla fantasticheria degli italiani”. Ma il sesso esplicito non appare mai nei film di Fellini, nonostante che a Lui, soprattutto da parte cattolica, sia stata appiccicata questa fama dopo “La dolce vita”. Da notare che “le donne del suo sogno erano sempre quelle di Rimini, della sua famosa infanzia”.

“Se mai tutti i suoi film furono frutto di sogno e cibo per i sogni altrui, la ‘Voce della luna’ lo fu assolutamente”.
Fellini, soprattutto negli ultimi anni della vita, fu sempre “diffidente verso qualunque tipo di coinvolgimento politico, con ‘una cronica estraneità alla politica’. (…) Non era che non capisse il presente. Lo capiva anche troppo. Non era che fosse malato di depressione. Era fin troppo reattivo. La sua era divenuta una gigantesca allergia per il peggioramento ineluttabile della civiltà”.

Il libro di Rosita si apre con una affermazione: “nessuno può sapere cosa sono stati gli occhi di Fellini”. “Nello spazio di un microsecondo passavano in loro tutte le espressioni, i sentimenti, gli umori, i pensieri, le tenerezze, le ire, la noia e il disgusto, l’allegria, la gioia, la felicità del bambino, le depressioni, la nerezza, la brillante e scintillante luce dell’anima e dello spirito, ogni più labile e ogni più duratura sensazione e affetto, ogni sfumatura concepibile nell’animo umano”. Dunque occhi in cui leggere la grandezza e il genio del grande riminese. Rosita ha provato a darci una chiave di lettura di questo straordinario uomo che ha segnato con il suo genio la settima arte.

Paolo Zaghini

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