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Così nel medio evo i Romagnoli imprecavano e si insultavano

Col tempo la società cambia ed anche il linguaggio si evolve, adeguandosi alle nuove situazioni. Le stesse espressioni oltraggiose si modificano e – salvo alcuni epiteti legati a “vizi” eterni – i frasari si adattano al contesto. Nelle ricerche d’archivio mi hanno sempre incuriosito le imprecazioni e le ingiurie che si trovano nei documenti medievali, spesso relative a liti, risse e conseguenti vertenze giudiziarie; perché, allora come avviene oggi, queste vicende talora finivano dal magistrato. Se ne trovano tracce nelle fonti notarili, qualche volta nella novellistica del tempo ma, soprattutto, negli statuti comunali, cioè nelle leggi vigenti in quei secoli, ove si indicano le espressioni vietate e le pene per chi le pronuncia. Anche oggi, se apriamo il nostro codice penale, troviamo gli articoli che puniscono ingiurie, diffamazioni, minacce ed oltraggi (artt. 594, 612, 724).

Ho passato in rassegna gli statuti medievali di 29 località sparse (in ordine alfabetico: Badia Tedalda, Bologna, Borghi, Cesena, Cingoli, Faenza, Fano, Ferrara, Forlimpopoli, Gambettola, Gradara, Longiano, Meldola, Mondaino, Montefiore, Montescudo, Piacenza, Pisa, Rimini, San Giovanni in Galilea, San Giovanni in Marignano, San Marino, San Mauro, Santarcangelo, Savignano, Spalato, Talamello, Udine, Verucchio). La prima impressione che si ricava è quella di una certa omogeneità; l’Italia è divisa in tanti staterelli, ma le parolacce la unificano.

Allegoria della bestemmia

Allegoria della bestemmia

Cominciamo col passare in rassegna le ingiurie più comuni: proditor (traditore), falsus, periurus (spergiuro), cogutius (adultero, rapitore di vergini e vedove), cucurbita (zuccone), rofianus, leno (lenone, mezzano), lena, latro, fur (furfante), falsarius, bechus, cornutus, asinus, ravagliosus (rabbioso), hereticus, patarenus (seguace dell’eresia patarina), assasino, cagozzo, sodomita, puttana, ruffiana, meritrice, sfaciada, porcha, fetida ghibillinus vel guelfus, albus vel niger, corbaccius aut gracculus (corvo, cornacchia).

Ed ora un elenco di imprecazioni:
tu mi pare una bestia, tu mi pare un tristo, sei un tristo, un ribaldo, va t’anega, io te ne sgratio;
te venga la rabbia, l’anguinaglia (bubbone inguinale), il carboncello (pustola, tumore);
io te caciarò in te la merda;
– [hai] la diadema de l’ariete in su la fronte (cioè: sei cornuto);
che cancola te nasca (cioè: ti venga un canchero);
cancaro te venga;
te nascha il vermochane (capostorno, malattia degli animali paralizzante), seu va che sie impiccato per la gola o tagliado in pezzi;
te venga mille vermocani;
te venga mille chagasangue (diarrea, dissenteria, sbocco di sangue) e che sie tu squartato.

Quanto agli oltraggi, questi possono assumere svariate forme: appendere alla porta altrui corna di animale o altra cosa turpe; oppure appendere poesie e scritture infamanti. Altrimenti fare gesti manuali offensivi: fare le fiche, mostrando quattro dita chiuse a pugno, con pollice fra indice e medio (nell’immagine d’apertura, un quadro anonimo del XVI secolo); fare la ceca (anguilla), mostrando quattro dita chiuse a pugno con il medio disteso.

Le bestemmie in genere non vengono esemplificate negli statuti; solo raramente si fa cenno ad espressioni del tipo: per la potta (della Madonna) o per lo culo (di Gesù Cristo), per la potta o per lo culo (di Sante o Santi).

Venendo ora alle sanzioni che colpiscono i gesti e le espressioni appena descritte, occorre dire che variano da reato a reato e da città a città. Prevalgono le pene pecuniarie, però non mancano sanzioni corporali come l’incisione o anche il taglio della lingua, il taglio della mano. Se la pena pecuniaria non viene pagata nei termini previsti, allora subentra una pena corporale: la berlina, la fustigazione, i tratti di corda, di nuovo il taglio o l’incisione della lingua, l’immersione in acqua e simili. A Rimini, per esempio, chi non paga i 20 soldi per avere augurato a qualcuno il vermochane, viene legato per un giorno alla catena della pescheria.

Gogna e pene corporali in un'incisione di Albrecht Dürer (

Gogna e pene corporali in un’incisione di Albrecht Dürer

Come si diceva, le pene variano da città a città. A Cesena, il vermochane è così comune che viene tollerato. A Montescudo fare le fiche o altro gesto ingiurioso con mani, piedi, bocca o altro, comporta una penale assai lieve. Le bestemmie determinano pene decrescenti a seconda che siano rivolte contro Dio, la Madonna, il Santo Patrono, gli altri Santi; mentre gli oltraggi alle immagini sacre comportano pene più gravi delle bestemmie.

Da notare che tali pene per le donne sono dimezzate, forse perché si ritiene abbiano la lingua più lunga degli uomini o siano meno pericolose. A riprova si può portare questo esempio: poiché le risse tra famiglie sono frequenti e si dimostrano deleterie per la pace sociale, gli statuti impongono la pacificazione, da formalizzare tramite un apposito patto notarile. Chi rompe la pace con ingiurie o nuove risse, è soggetto ad una penale assai pesante. Tuttavia non viene considerata rottura della pace una eventuale gazzarra consumata tra giovani al di sotto dei 14 anni oppure tra donne.

"L'albero dei falli", miniatura francese del XIV secolo)

“L’albero dei falli”, miniatura francese del XIV secolo)

Le annotazioni da farsi sarebbero molte. Fra l’altro merita segnalare che il divieto di appendere corna animali alla porta altrui è un reato specificamente previsto (e duramente punito) a Santarcangelo; forse le corna sotto l’arco in uso ancora oggi hanno un legame con quella norma?

fieraDiSanMartino

Si diceva che le ingiurie erano abbastanza simili da nord a sud; addirittura uniformavano tutto il bacino adriatico. Gli statuti medievali di Spalato ad esempio consideravano ingiuriose le espressioni: puta, ravoliosus, proditor, falsator, fur, latro, un po’ come in qualunque altra città italiana. Anche le novelle del Tre-Quattrocento confermano la diffusione “nazionale” del gergo ingiurioso; Sabadino degli Arienti, ne Le Porretane, dopo avere messo in bocca ad un cuoco tedesco l’imprecazione che ve venga el cacasangue, fa poi questa annotazione: «prima blastema che imparano li alamanni quando in Italia vengono». Mi tornano alla mente ricordi di bambino quando, sulla spiaggia, alle bambine tedesche per prima cosa insegnavamo la parola pataca.

Oreste Delucca

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