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COSÌ IL POPOLO HA SALVATO (PER ORA) IL NOSTRO MARE

Costituisce già una notizia il fatto che in un liceo riminese, l’Einstein per esattezza, in pieno mese di luglio, a Rimini, si tenga una Summer School sulla scienza. E’ bene darne atto agli organizzatori.
Il fatto poi che una delle lezioni fosse dedicata al fenomeno dell’eutrofizzazione dell’Adriatico, costituisce una notizia nella notizia. Infatti siamo ormai abituati a valutare solo i problemi della prima fascia marina, quella in cui si svolge la balneazione turistica.

E il resto come sta? E’ opportuno chiedersi ogni tanto qualcosa sullo stato di salute quel sistema complesso costituito dall’Alto Adriatico, dalla valle Padana dove si concentra il 60% della produzione italiana e dal Po che ne costituisce insieme spina dorsale e corpo ricettore degli scarichi industriali, zootecnici, agricoli e umani.
La buona notizia è che quel sistema sta meglio di trenta anni fa quando, all’inizio degli anni ’80, le periodiche fioriture di microalghe trasformavano il mare in un passato di verdura e, decomponendosi, toglievano ossigeno fino alla morte a tonnellate di pesce. Un intero ecosistema rischiava di morire definitivamente sotto i colpi dello sviluppo antropico. Esattamente di questo si trattava e se non si fosse trovata la soluzione, oggi non si parlerebbe più né pesca, né di balneazione nell’alto Adriatico.

Attilio Rinaldi, il biologo che da decenni studia e sorveglia l’Adriatico con amorevole dedizione, ha raccontato la storia, per certi versi straordinaria, di una battaglia ambientale che è stata vinta, che ha drasticamente ridotto la presenza di fosforo e di azoto in mare determinando una sostanziale riduzione del fenomeno eutrofico.
Ripeto, è stata vinta e non sono molte le battaglie ambientali vittoriose. Vinta almeno per ora, finché la guardia non sarà abbassata.

Ma ecco i punti salienti della battaglia raccontati da Rinaldi.
La prima cosa fu l’individuazione del fosforo come fattore limitante più facilmente attaccabile. Fu preziosa, per questo aspetto, la guida scientifica, insieme a quella dell’Università di Bologna, di uno scienziato canadese di origine svizzera, Richard Vollenwaider, che aveva sviluppato ricerche sui grandi laghi canadesi. L’eccesso di fosforo “concimava” il mare, ma era anche “tecnicamente” aggredibile.
Da dove proveniva tutto il fosforo che arrivava in Adriatico? Dai detersivi domestici. Chi non ricorda gli slogan della tv: lava più bianco che più bianco non si può? Le aziende chimiche furono costrette da una legge del 1986 a togliere quel 10% di fosforo che si nascondeva nel fustino di casa; per un totale di diecimila tonnellate di fosforo tolte dal mare ogni anno. Fu realizzato un processo di riconversione industriale indotto da cause ambientali. Oggi nel fustino il fosforo non c’è più, controllare per credere!

Le mucillagini nel luglio 1987

Le mucillagini nelle rilevazioni ARPA del luglio 1989

E poi, dagli scarichi civili: metropoli europee come Milano e Torino non avevano il depuratore! In Romagna invece c’erano depuratori della prima generazione ormai superati. Rimini aveva costruito nel 1967 il primo depuratore italiano. Lo Stato (governo Craxi) stanziò fra ’85 e ’86 qualcosa come 2.600 miliardi di lire per depurare la valle Padana. Rimini con quei soldi fece il nuovo depuratore di S.Giustina, che ora è stato raddoppiato. In tutti i nuovi impianti della costa fu applicato l’abbattimento chimico di fosforo e azoto. Torino prima, Milano dopo, finalmente si dotarono di impianti adeguati.

Nel 1997 il problema ricompare, ma ormai la battaglia è in corso

Nel 1997 il problema ricompare, ma ormai la battaglia è in corso

Ancora: dalla zootecnia. Progressivamente si misero sotto controllo gli scarichi degli allevamenti, in primo luogo dei maiali. La prima fu l’Emilia Romagna nel 1984. Alcuni allevamenti, fortunatamente pochi, si trasferirono in Lombardia perché lì non c’era controllo. I concimi agricoli ebbero un ruolo soprattutto nell’inquinamento delle falde acquifere, come dimostrò la vicenda del diserbante atrazina trovata nell’acqua potabile nel 1986.
Infine, dalla Montedison di Marghera che scaricava in mare i residui di lavorazione delle fosforiti del Marocco. E si rimediò anche a quello.
Come fu possibile attuare tutto ciò? Le istituzioni compresero, seppero trovare le soluzioni attraverso la ricerca scientifica, l’industria capì che non poteva continuare a ignorare il problema, lo Stato non fu assente e trovò le risorse necessarie. Ma soprattutto i risultati arrivarono perché la gente, il “popolo” della nostra regione, fu capace di mobilitarsi, di occupare le piazze romane, di spingere i partiti alla decisione. Per questo penso che questa storia sia una storia di cui vale la pena tenere fresco il ricordo.

Giuseppe Chicchi

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