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Così il segretario del Pci riminese finì vittima di una purga staliniana

Domenico Del Prete: “Il processo di Via Barberia” – Pendragon.

64 - Del Prete

La Federazione Riminese del PCI, fra il 1949 e il 1991, ebbe otto segretari. Il secondo, dal giugno 1952 al marzo 1955, fu il bolognese Mario Soldati (1924-1965).
Partigiano, quadro di origine operaia, estremamente capace e ambizioso. Dal gennaio 1950 è nel gruppo dirigente comunista bolognese. Poi a Rimini e successivamente a Roma sino al 1959, prima di rientrare a Bologna e diventare il segretario del Comitato comunale bolognese sino al 1964.

Per Rimini e per il PCI riminese la sua direzione politica fu molto importante. Nei tre anni che rimase a Rimini Soldati riuscì a consolidare attorno a sé un forte gruppo dirigente locale, oltre che dotare di una valida elaborazione politica il Partito (in particolare sul turismo) attraverso documenti, piattaforme per gli enti locali, proposte di legge. Attorno a questo dinamismo politico egli riuscì a coinvolgere le altre forze politiche, ma riuscì soprattutto a proporre i comunisti come la forza dirigente alla guida dello sviluppo economico impetuoso di quegli anni nel nostro Circondario, che vedeva il nascente turismo di massa come settore trainante di tutta l’economia.
Il 3° Congresso riminese (26-28 febbraio 1954) fu la tribuna da cui Soldati disegnò un grande affresco politico della realtà riminese, e in cui prefigurò le linee di lotta politica che i comunisti poi perseguirono negli anni successivi. Proposte che ruotavano attorno al “piano di emergenza” (un progetto di lavori pubblici per far fronte alla disoccupazione e per infrastrutturale il territorio) e alla “legge speciale per la Riviera romagnola” (lo sviluppo del turismo visto come problema nazionale).
Soldati nel marzo 1955 venne improvvisamente chiamato a Roma nell’apparato centrale della Direzione Nazionale a lavorare con Giorgio Amendola: si ritenne che la politica dei comunisti riminesi troppo ormai si identificasse con la figura del suo segretario.

Questa la premessa del nostro interesse per il volume scritto dal giornalista Domenico Del Prete, ex Manifesto ed ex Repubblica, sulle vicende di Mario Soldati a Bologna fra il 1959 e il 1964. Del Prete ha scritto un volume pieno di testimonianze importanti raccolte fra i protagonisti dell’epoca, usando documenti ingialliti riportati alla luce, con commenti e annotazioni proprie spesso ironiche e “cattive”. Un pamphlet per la messa sotto accusa di un gruppo dirigente, quello bolognese, negli anni dell’avvio del boom economico italiano. Se si vuole anche molto bolognese, nel senso che chi legge deve conoscere quei fatti e quei personaggi, essendo il libro privo di note, di cenni biografici dei protagonisti raccontati, di una bibliografia.

Libro dunque certamente non storico. In particolare di Mario Soldati: pur essendo il protagonista politico del libro, della sua storia nulla si dice (per esempio che fu il segretario della Federazione Comunista riminese). Solo una breve annotazione, non politica, nelle ultime pagine del libro:Un’altra grande passione di Soldati era la riviera, Rimini, il mare. Ci andava appena poteva con la sua adorata giulietta sprint colore azzurro. E solo sulla riviera romagnola poteva nascere la leggenda di Mario Soldati latin lover. Una prova sarebbe la sua supposta love story con Gianfranca Gabellini, più nota al grande pubblico con il suo nome di attrice Scilla Gabel.

Ben poco per uno che a Rimini ebbe un ruolo chiave negli anni ’50.
Ma al di là delle pecche, il libro ha il pregio di raccontare una storia scomparsa dalla memoria politica della Città. Direi volutamente, a incominciare da chi quella storia la visse.

Era il 1964. L’Italia si godeva il primo boom economico. E Bologna assaporava il vento di libertà che annunciava il ’68. Ma era anche l’anno in cui, nel Partito Comunista, amendoliani e ingraiani litigavano sul nascente centrosinistra. Un’aria di tempesta che soffiò forte anche su via Barberia (la storica sede del Pci bolognese), che già faticava a sciogliere il nodo di un altro tema spinoso: la scelta del successore del sindaco Giuseppe Dozza. Nella bufera tutta l’anima riformista, quei rinnovatori che nel ’59 avevano scalzato la vecchia guardia stalinista. Da una parte il segretario provinciale Guido Fanti, dall’altra il leader del comitato cittadino Mario Soldati. Uno scontro tutto politico, che l’ala maggioritaria pensò di risolvere con le vecchie maniere, accusando i soldatiani di frazionismo.

Il capo del presunto complotto, Mario Soldatil’amendoliano come lo chiamavano nel partito – da un giorno all’altro non mise più piede in via Barberia e per il Pci divenne un fantasma da evitare. Un processo di rinnovatori contro rinnovatori di cui all’esterno del partito si seppe sempre ben poco.

È dunque una storia tutta bolognese di cinquant’anni fa. La storia finora tenuta sepolta di un processo stalinista celebrato nella federazione comunista più importante d’Italia. E nella città che in quegli anni Sessanta si era candidata a essere il punto di riferimento della sinistra che voleva cambiare e modernizzarsi. La vittima di quel dibattimento a porte del partito chiuse fu Mario Soldati. Un comunista atipico. Che alla rivoluzione tanto di moda in quel periodo preferiva le riforme. Un amendoliano. Che il leader nazionale dell’ala moderata del Pci si portò a Bologna quando sotto le due torri il partito passò dalle mani dell’ala stalinista a quelle dei giovani riformatori.

Il “giudice” che lesse quella requisitoria al Comitato Federale bolognese fu Guido Fanti, il leader dell’ala riformatrice dei comunisti bolognesi. Fanti era il segretario provinciale del Pci e Soldati il leader del comitato cittadino di via Barberia. Tutti e due, assieme al ‘mitico’ sindaco Dozza e alla sua giunta di “diamanti rossi” come la definì Camilla Cederna in un celebre articolo sull’Espresso, furono prima protagonisti e poi avversari in quella stagione in cui il partito emiliano pensò di giocare un ruolo di primo piano per traghettare tutto il Pci su una linea democratica e riformista.
In quel 1964, nella federazione di via Barberia il confronto sempre più duro tra le due anime dei riformatori fu risolto prendendo a pretesto una tavolata in casa di un assessore comunista.

Quali furono le circostanze che diedero adito alla «purga» che coinvolse una decina di componenti il Comitato Federale bolognese accusati di frazionismo? Il 27 aprile di quell’anno era stato convocato per le 16,30 il Comitato federale nella storica sede di via Barberia. Lì di fronte, in via de’ Griffoni, abitava Antonio Panieri, uno dei futuri accusati di frazionismo, il quale invitò a pranzo i suoi compagni di cordata, in vista della riunione che si sarebbe svolta, a due passi, poche ore dopo. Non è strano che si vada a congiurare di fronte alla sede del Partito?

Nel corso della spaghettata, ovviamente, si parlò anche di politica. Si disse pure che si fossero divulgate delle maldicenze nei confronti di un noto assessore, Umbro Lorenzini, candidato a sostituire il sindaco-mito, Giuseppe Dozza. Scoppiò uno scandalo, con tanto di commissione d’inchiesta, relazioni di accusa, ritrattazioni, autocritiche, sospensioni dal partito e rimozione dagli incarichi ricoperti. Nei fatti una riunione di frazione, peccato gravissimo nel Pci di quegli anni. Anche se la pratica degli incontri di correnti era allora un’abitudine comune a tutte le aree del Pci. Tutto ciò comunque bastò per imbastire in nemmeno una settimana “il processo di via Barberia” che condannò Mario Soldati risolvendo così ogni problema nel Pci. Soldati fu sospeso dal Comitato Federale, e poi nel giro di pochi mesi, dall’incarico di Segretario del Comitato Comunale, si dimise da consigliere comunale e da Assessore, ed infine fu rimosso dal Comitato Centrale.

Nel libro sono riportate testimonianze di molti dei protagonisti della vicenda (che ebbero comunque poi anche negli anni successivi ruoli importanti nel Partito e negli enti pubblici bolognesi): Federico Castellucci, Dante Stefani, Giuseppe Campos Venuti, Pierluigi Cervellati, Guido Fanti, Aldo Bacchiocchi, Graziella Tugnoli, Antonio La Forgia. O furono osservatori esterni come Giuliano Cazzolla, Luigi Pedrazzi. O familiari come Manuela Lorenzini, Sergio Soldati.
Nel libro c’è un altro riminese, fra i protagonisti anche lui di questa vicenda: Renato Zangheri.

Scrive Del Prete a chiusura del volume: Mario Soldati “invece di difendersi scelse il silenzio. Quasi una forma di obbedienza. Non scrisse la famosa lettera di autocritica, ma non attaccò mai il partito. Semplicemente sparì. E in Via Barberia non lo videro più”.

Soldati mori un anno dopo, il 24 ottobre 1965, in un incidente automobilistico sulla Via Emilia. Il suo funerale vide la presenza di tanta gente. Esso fu gestito dall’ANPI e il ricordo pubblico fu fatto da Luciano Bergonzini, la memoria storica della Resistenza emiliano romagnola.

Paolo Zaghini

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