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Craxi sì o Craxi no, ma chi si è giocato il nostro futuro e ha perso non è uno Statista

Se fossimo un Paese normale un politico, peraltro reo confesso in un’Aula parlamentare, che è stato condannato per ben due volte per corruzione e finanziamento illecito ai Partiti e morto pure da latitante, sarebbe vittima della pena, prevista dal diritto romano, che va sotto il nome della damnatio memoriae. Noi, però, un Paese normale non lo siamo e forse, a giudicare dalla virulenza dei campanilismi, non siamo neppure un Paese a dirla tutta, per cui Bettino Craxi per qualcuno è un grande statista (copyright Matteo Renzi), per altri un perseguitato morto in esilio (copyright un po’ tutti, per la verità), per altri ancora meritevole di stravolgere la toponomastica cittadina per dedicargli una strada (copyright Matteo Ricci da Pesaro); qualcuno arriva a pensare che sia stato persino vittima di un complotto ordito dalla CIA, che a suo volta si è avvalsa della collaborazione di Antonio Di Pietro: se fosse così gli americani in quel periodo dovevano essere un tantino confusi.

Così se il giudizio sulla moralità pubblica di un politico non ha nessuna importanza per un popolo che, alla fine, nutre una certa ammirazione pure per Barabba, che ha il merito di esserla cavata all’ultimo minuto fregando i poteri forti, si può provare a giudicarlo sul piano dell’azione politica e, in particolare, sui danni che ha causato alle tasche degli italiani. Il linguaggio dei soldi, infatti, pare essere l’unico argomento che alla fine comprendiamo bene, e sulla base della loro più o meno mancanza, siamo perlomeno capaci di esprimere giudizi abbastanza netti e a volte pure condivisi.

Partiamo dalla fine, dunque, dal quel 1992 che, oltre allo scoppiare di Mani Pulite, alla strage di Capaci, alle bombe della mafia e all’uccisione di Paolo Borsellino, annovera un evento, sottaciuto e ormai rimosso, ma che è fondamentale per spiegare ciò che è stato il periodo craxiano. Il Governo di Giuliano Amato, socialista e indicato da Craxi quale Presidente del Consiglio visto l’impossibilità di esserlo lui stesso per via di quanto stava montando nella Procura di Milano, in quell’anno vara due manovre da complessivi 100.000 miliardi di lire: con un certo grado di approssimazione si può dire una manovra da 50 miliardi di euro anche se in realtà, tenendo conto della rivalutazione monetaria, sarebbero 87,50 miliardi di euro, cioè 3 volte la Finanziaria 2020, che noi riteniamo una manovra piena di tasse.

In quella manovra c’è pure il prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti, un provvedimento che oggi sarebbe bollato come bolscevico, una patrimoniale da Stato sudamericano. Si può affermare che il 1992 è l’anno in cui, per gli italiani, finisce la pacchia. Fino ad allora lo Stato spendeva più di quello che incassava. Da quel momento in poi, si ribalta il rapporto e tutte le manovre finanziarie successive, compresa quella attuale, chiuderanno con un avanzo primario, perché la differenza risparmiata servirà per pagare gli interessi sul debito pubblico.

Nel 1992, quindi, l’Italia per non fallire mette in campo una manovra lacrime e sangue. Il tutto per colpa delle scellerate politiche di spesa pubblica portate avanti negli anni 80 da Craxi e il Penta Partito, che hanno fatto aumentare a dismisura il debito pubblico, attraverso politiche economiche in deficit non sostenute da una importante crescita del PIL, l’aumento della spesa pubblica, dei dipendenti sia negli enti pubblici che nelle partecipate dello Stato.

Agli inizi del decennio, il debito pubblico italiano viaggiava attorno al 60% del Pil. Già nel 1982, però, il Governatore della Banca di Italia Carlo Azeglio Ciampi, non certo un pericoloso comunista, si incarica di lanciare un allarme: “nel biennio 1981-82 il prodotto interno lordo è rimasto stazionario, ma il settore pubblico ha aumentato del 14% il suo debito in termini reali, mentre il debito del Paese verso l’estero è aumentato di 9 miliardi di dollari”. Incomincia il decennio dell’edonismo reaganiano, della Milano da bere. E la Milano se la sono bevuta davvero e si sono bevuti pure l’Italia, a discapito della generazione nata tra la fine degli anni 70 e i primi degli anni 80 e di quelle poi a venire.

Ciampi, sempre in quel periodo, scrive ancora: “La correzione deve affrontare il problema della spesa, modificandone l’angolo di rotta. I progressi della funzione sociale potranno essere salvaguardati e resi duraturi solo se saranno posti in una vera cornice di giustizia distributiva, di stabilità monetaria, di efficienza”. Il Governatore prosegue nel suo intervento constatando che i governanti hanno introdotto politiche di “intervento pubblico che comportano, nel presente e ancor più nel futuro, spese incompatibili con le più ottimistiche previsioni di crescita, promettendo la distribuzione di un reddito non prodotto e non producibile in tempi brevi”.

Nel 1990 il debito pubblico è del 100% del Pil, nel 1994 raggiunge il 124% del Pil. Nel 1985 l’inflazione è al 10% (oggi non si arriva nemmeno all’1%, a proposito di quanto si stava bene con la liretta), la spesa per interessi sul debito pubblico si mangiava, nei primi anni 90, il 12% del PIL.

Tra le scriteriate spese pubbliche, di cui Craxi forse non ne ha la primogenitura ma di certo si è guardato bene dal correggerla, vi è pure quella riguardante le baby pensioni. Dal 1973 al 1992 (l’anno della fine della pacchia, si diceva sopra) era possibile andare in pensione, nel nostro Paese, a nemmeno 40 anni, con 14 anni di contributi (oggi ne servono 43). Nel 1985 si ha la pensionata più giovane di Italia: 29 anni e non era certo una politica, ma un funzionario pubblico. Il gioco è costato alle casse italiane, stima del 2012, 150 miliardi di euro, cioè sostanzialmente 10 manovre finanziarie che ci saremmo potuti risparmiare, e che continua a costare 9 miliardi di euro all’anno tutt’ora, cioè 20 volte quello che il Governo in un anno stanzia per il Fondo per la non autosufficienza.

Anche la corruzione, giustificata dal leader del PSI come strumento necessario per finanziare la politica e contrastare le disponibilità “straniere” di DC e PSI, ha contribuito al dilagare del debito pubblico.
La tangente, da pagare sulla base di un tariffario redatto dagli stessi funzionari di partito, veniva infatti poi scaricata dagli imprenditori concussi sul costo delle opere pubbliche, e di conseguenza su tutti noi italiani. Si partiva che un appalto costava una certa cifra, che poi lievitava nel corso dello svolgimento per scaricare su di esso tutte le commissioni da pagare ai vari politici.

Basti pensare che solo il mondiale di ITALIA 90 è costato in media l’84% in più di quello preventivato e che ancora stiamo pagando i mutui contratti 30 anni fa per quell’evento sportivo: nel frattempo gli stadi sono stati più o meno tutti demoliti o profondamente ristrutturati, perché i lavori erano stati fatti male.

A conferma della scriteriata politica economica di Craxi & Co, vi è l’esclamazione fatta nel 1991 da Rino Formica, allora ministro delle Finanze, il quale disse: “Le nuove generazioni ci malediranno!”, per aggiungere, poi, con un certo grado di lucidità “Nella presente situazione di malessere istituzionale, nella totale incertezza dei poteri noi stiamo assistendo alla crescita dell’indebitamento pubblico di una società già clamorosamente indebitata. Tutto ciò andrà a gravare sulla vita dei nostri figli”.

Infine tra le altre grandi opere da statista si potrebbe ricordare pure anche il maxi condono edilizio del 1985, ma qui entra in gioco la teoria “giustificazionista” per cui ci si riduce a sostenere che sia stato un provvedimento più da elogiare che da condannare. Nulla da eccepire, in fondo ciascuno di noi tiene la veranda condonata in casa.

C’è un altro elemento, però, più urgente da sottolineare della parabola politica di Craxi e che, in realtà, ne decreta la fine prima ancora dell’avvento di Mani Pulite: non aveva capito che il mondo stava cambiando e che gli italiani erano stufi di questa arroganza del potere socialista (sia ben chiaro non solo socialista) che stava portando il Paese allo sfascio totale. Il referendum del 1991 sulla preferenza unica è l’esempio classico di questo scollamento fra il popolo italiano e il leader socialista e di questa sua sostanziale incomprensione degli umori degli italiani.

Il referendum proposto, in caso di vittoria, avrebbe visto ridurre le preferenze da esprimere nelle elezioni della Camera dei Deputati da tre a una soltanto. Craxi, con la sua proverbiale sicurezza unita a una certa dose di arroganza, prima esclamò che “era il più inutile dei referendum”. Poi invitò gli italiani ad andare al mare. Gli italiani probabilmente al mare ci andarono pure, però di sicuro prima si fermarono a votare: 27 milioni di persone misero la scheda nell’urna prima di spiaggiarsi e il 95,57% di questi si dichiarò favorevole all’abolizione delle tre preferenze. Fine della storia di Craxi, del CAF e della Prima Repubblica, altrochè il Pool Mani Pulite e il complotto della Cia.

Infine vi è un’altra questione, che qui si può affrontare di sfuggita per ovvie economie di esposizione, ma che ha giocato e gioca tutt’ora molto sul piano del giudizio politico su Bettino Craxi: il rapporto tra lui e Berlinguer. Quest’ultimo aveva già capito da tempo la deriva craxiana con la famosa intervista sulla “questione morale”: “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune”.

Siamo nel 1981, dieci anni prima di Mani Pulite, a dimostrazione ancora una volta che quell’indagine non fu un complotto ma la reazione esasperata a una situazione della gestione pubblica in putrescenza da svariati anni. Tra Craxi e Berlinguer non vi è solo una differenza culturale profonda, ma una diversa visione della cosa pubblica. Così se Berlinguer, per usare le parole di Claudio Martelli, rappresentava “una speranza collettiva”, e il bene pubblico era il fine della sua azione politica, al contrario per Craxi l’uso del bene pubblico era il mezzo da utilizzare per conservare il potere e quest’ultimo, a sua volta, era l’unico faro che doveva guidare un politico.

Più di tutto, però, nel giudizio finale che un uomo di sinistra, a distanza di vent’anni dalla morte del leader socialista, può dare su di lui pesa un’altra immagine, legata al Congresso del PSI del maggio 1984. All’ingresso di Berlinguer, quale invitato ai lavori, partono i fischi e Craxi, invece di fermarli, così risponde: “Se i fischi erano un segnale politico contro questa politica, io non mi sono unito a questi fischi solo perché non so fischiare”.

In conclusione, se per qualcuno Craxi non ha la colpa di essere un ladro, i fatti dimostrano che ha di sicuro la colpa, forse più infamante per un politico, di essersi giocato il futuro di intere generazioni e di aver coperto, consapevolmente o meno, un sistema di potere criminale il cui costo non è stato sopportato da chi quel potere criminale ha creato ma bensì da quelli che, incolpevoli, sono venuti dopo. Craxi, il Penta Partito, la politica degli anni 80 hanno giocato sul tavolo verde il nostro futuro e hanno irrimediabilmente perso. Per questo giudicatelo moralmente e sul piano umano come vi pare, ma non fatene, per favore, uno Statista.

Giovanni Benaglia

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