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CRISTINA DONÀ FRA I GELATI E LE BANDIERE

Il 31 luglio alle ore 21:15, alla Corte degli Agostiniani, andrà in scena Amore che vieni amore che vai, Fabrizio de André le donne e altre storie di Cristina Donà. Ecco cosa ci ha raccontato in esclusiva la cantautrice milanese.

Cristina, lei ha ricevuto nel gennaio 2016 il Premio Fabrizio De André all’Auditorium Parco della Musica di Roma. In quella sera ha cantato, fra le altre, la canzone Rimini di De André. Che effetto le fa venire a toccare con mano quella storia, quella terra, quell’inimitabile stagione che è l’estate riminese?

«Mi emoziona molto. Lo saprò esattamente durante l’esecuzione, perché uno può immaginarsi tante cose… ma poi in realtà le scopre solo sul momento, soprattutto in un caso del genere. Non vedo l’ora di metterla in atto. Tra l’altro, è la canzone che abbiamo scelto come bis, dove poi io presento anche la band: un momento particolare del concerto. Me la sono sempre immaginata quella canzone, da quando la conosco: questo mondo, questa Teresa… Tra l’altro l’Adriatico io lo conosco bene: ci venivo in vacanza da bambina. I miei sono di origine veneta e andavamo a trovare i nonni; o sui lidi ferraresi o un pochino più in giù… ci siamo spinti un po’ ovunque su questa riviera adriatica. Conosco bene quelle figure e quel mondo “tra i gelati e le bandiere”, i droghieri. Sarà una grande emozione».

L’album Rimini sancisce, per De André, l’inizio della nuova collaborazione con Bubola, dopo quella con De Gregori – artista con il quale anche lei ha avuto la fortuna di collaborare. Quale pensa sia il ruolo di De Gregori all’interno della musica d’autore italiana, specie ora dopo il recente addio di due cantautori come Guccini e Fossati?
«Sicuramente un ruolo di riferimento importante. Sono tutti personaggi che hanno una personalità molto forte, e quindi delle caratteristiche molto diverse gli uni dagli altri, fortunatamente. Non so se De Gregori si sente questo ruolo addosso, io sperò di no per lui (ride ndr.), perché penso che scriva per il piacere di scrivere, come ha sempre fatto. Il ruolo è comunque quello di tenere alto il profilo della musica italiana, dei testi, di una certa voglia di non buttare lì le cose: di farle con criterio. Questo è importante perché un po’ questo ruolo, non dico che si stia perdendo – ci sono tanti bravi cantautori meno famosi -, ma è diventato più difficile farsi conoscere se non si percorrono certe strade, come quelle dei talent ad esempio. Che ci siano dei padri spirituali ancora con la voglia di comunicare, di scrivere, è bello; poi se decidono come ha fatto Guccini di smettere, per tante ragioni, hanno tutto il diritto di andare in pensione. Ci hanno dato tanto. È bello sapere che ci hanno lasciato in eredità cose di un valore che non ha tempo».

Com’è stato collaborare conDe Gregori?
«Mi ha tolto il fiato. Mi ha fatto conoscere una persona che, a detta di tutti, negli ultimi anni si è “ammorbidita”. Lui è sempre passato per un burbero, per una persona magari un po’ asociale. Io ho conosciuto una persona di una disponibilità disarmante: mi ha fatto scegliere alcuni dei brani che abbiamo cantato insieme, tra cui La donna cannone che, dal vivo, mi ha detto di non aver mai cantato prima con nessun altro. Stare con lui sul palco, a cantare delle canzoni bellissime davanti a 50 mila persone, è stato bello, bellissimo. E tra l’altro lui mi ha detto la stessa cosa (ride ancora). Un’esperienza bellissima che spero di poter replicare in qualche modo, facendo qualcos’altro con lui».

Torniamo a De André: quando è nato il desiderio di voler riproporre le sue canzoni?
«L’idea in realtà non arriva da me, ma da un’altra persona, fortunatamente: io, infatti, non avrei mai deciso di affrontare un’avventura del genere anche per una sorta di riverenza, di sacralità e rispetto verso questo autore, che non pensavo di poter interpretare. Mi era già capitato con la PFM: mi avevano invitato in uno dei loro Buon compleanno Faber!, che sono dei concerti che loro fanno nel giorno del compleanno di De André: preferiscono giustamente festeggiare il compleanno che celebrare la sua morte. Ho partecipato a due di questi concerti e mi è piaciuto molto. Però un concerto intero non avevo mai immaginato di poterlo fare: ci ha pensato l’ATER, e nello specifico Ero Righi, che aveva già messo in piedi due progetti di tributo, uno a Modugno e uno a Celentano, assemblando musicisti jazz di grande fama con delle voci pop. A me ha proposto di cantare De André, e devo ammettere che non ho risposto subito perché una decisione del genere ci ho messo un po’ a prenderla».

E poi? Com’è nato il progetto Amore che vieni amore che vai, dove lei dà molto risalto al ruolo delle donne nelle canzoni di De André? Qual è stata la chiave per rileggerlo?
«Dopo di che, grazie anche a Cristiano Calcagnile e Saverio Lanza, che sono due musicisti con i quali lavoro da tempo e che curano il progetto, e che mi hanno incoraggiata ad affrontare questa sfida, abbiamo trovato un filone al femminile che poteva essere una strada meravigliosa: De André ha descritto tantissime figure femminili in maniera incredibile. Poter dare una voce di donna a queste figure è per me un’esperienza bellissima. È come se le sentissi addosso. È un’esperienza molto forte, umanamente forte. Lui ha questa capacità di descrivere l’essere umano in modo così carnale, aiutata anche dalla sua voce così profonda, così vera, così carnale».

Fra tutte queste donne ne manca però una, forse la più importante per De André: Dori Ghezzi. Eccezion fatta per Hotel Supramonte, in cui fra l’altro ne parla in maniera molto delicata e discreta, non emerge mai in maniera esplicita nelle sue canzoni. Lei ha avuto la fortuna di conoscerla: che persona è?
«È un altro grandissimo esempio di essere umano che ha fatto parte della sua vita, l’ha sostenuto, gli è stata vicina nei momenti difficili. L’abbiamo consultata per questa avventura, perché era giusto, dato che c’è la Fondazione. Lei ancora è molto attiva sotto questo profilo. L’abbiamo coinvolta: ci ha dato dei suggerimenti sulla scaletta, sulle canzoni da affrontare, una volta che le avevamo esposto questo progetto al femminile; ci ha detto la sua, ci ha incoraggiato. Era molto contenta ed è anche venuta alla prima. In Hotel Supramonte Fabrizio la descrive come una persona amorevole, discreta –  quale è tra l’altro – però con una forza straordinaria. Un amore di quelli da romanzo il loro, meraviglioso, come è meravigliosa lei nel continuare a sostenere l’opera di lui. Non si tira indietro, se si può rendere utile c’è».

Qual è, a suo avviso, la più grande eredità lasciataci da Fabrizio De André?
«La capacità di raccontare delle storie senza giudizio, lasciando che chi ascolta trovi la sua strada attraverso delle figure che appartengono ai margini della società. L’opportunità di ascoltare quello che possiamo definire “il diverso”, quello che magari scansiamo e non abbiamo voglia di sentire, ma anche il diverso che è in noi: tutte quelle particolarità e quei personaggi che hanno fatto parte della sua quotidianità, vivendo una buona parte della sua vita nei caruggi di Genova. Ci viene data la possibilità di ascoltare quella specie umana che tanto è ricca e tanto gli ha dato. La valorizzazione degli ultimi è uno dei maggiori valori della sua musica. E poi farlo sempre con un impegno e una dedizione che sono un’altra cosa che dovremmo prendere come esempio, noi che facciamo questo lavoro; la curiosità sia nel comporre che nel collaborare: la voglia di condividere con altri, che poi è secondo me anche un modo per riconoscere i propri limiti, per vivere sia i testi che la musica con altri artisti. Se c’è bisogno di collaborare con qualcun’altro, perché no?».

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