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Da Palladio a Turner il Ponte di Tiberio era una star: tornerà a esserlo nel 2021?

In questi giorni che hanno visto le prime pagine giustamente occupate dall’inaugurazione del nuovo Ponte San Giorgio di Genova, costruito in meno di due anni dopo la catastrofe del Ponte Morandi, nel web impazzano classifiche e fotogallery sui ponti più antichi e belli del mondo. Il riminese non sarà felice di constatare che in queste rassegne, del resto alquanto raffazzonate, il Ponte di Tiberio non compare quasi mai. Eppure, inevitabilmente, in quegli elenchi i ponti romani la fanno da padroni.

Chissà se l’anno prossimo Rimini riuscirà a invertire la tendenza e a far ricordare al mondo che possiede un ponte che nel 2021 compie duemila anni tondi. Uno dei pochissimi, anche fra quelli più antichi, non solo praticamente intatto, ma utilizzato fino a ieri perfino dal traffico moderno.

Come ricordava Carlo Tonini ai visitatori della città (“Guida illustrata di Rimini”, 1893): “Fu eretto per decreto d’Augusto, compiuto da Tiberio; per ciò nel serraglio de’ fornici vedi sculta la corona civica, il vaso, il lituo, e la patera pontificale. La epigrafe contemporanea, ripetuta uguale in entrambe le sponde, colla Podestà Tribunizia XXXII di Augusto XXII di Tiberio, segna gli anni del DEDERE; ultimo dell’uno, settimo dell’impero dell’altro, corrispondenti al 14 e al 21 dell’Era nostra”.

Il bimillenario servirà a rinfrescare la memoria dei contemporanei? Se non altro per rammentare quanto fino a ieri il ponte di Rimini fosse famoso, studiato. Riprodotto in rilievi di architetti, dipinti di artisti, stampe anche popolari, nonché meta apposita di visitatori da tutta Europa.

Un’utile rassegna di ciò si trova nel lavoro di Ferruccio Farina “Uno sguardo sul Ponte – Le antiche vedute del ponte di Tiberio di Rimini nelle incisioni tra il XVI e il XIX secolo” (Ramberti, 1997). Dove si ammirano i lavori dei più celebri artisti, dal Palladio a Piranesi fino a Turner, che vennero appositamente ritrarre il monumento. Sia per studio personale, sia per produrre opere che avevano un gran mercato. Quelle vedute di antichità classiche che grazie alla stampa potevano essere diffuse fra i più: quelli che non potevano permettersi il Grand Tour. E cioè il viaggio che dal Seicento in poi era il compimento ideale nella formazione di ogni gentiluomo europeo – e in seguito anche americano – e che aveva l’Italia come destinazione obbligatoria.

Foto di Stefano Pellizzola

Si tratta del catalogo delle trenta opere che furono esposte dal 20 giugno al 30 settembre 1997 nel Ristorante Acero Rosso; appartenevano alle raccolte private di, Silvano Cardellini, Ferruccio Farina, Luciano Liuzzi, Massimo Montesi, Emilio Nicolini, Pier Giorgio Pasini, Fabrizio Rosa, Ennio Ruggero, Enrico Santini. La mostra era stata curata dallo stesso Farina in collaborazione con Luciano Liuzzi e Arti Grafiche Ramberti.

Come si legge nella Premessa del catalogo, «l’appartenenza di questa opera straordinaria all’idea stessa della città, non si limita al suo valore funzionale e architettonico. La sua mole bianca, l’idea di indistruttibilità e di perfezione tecnica, hanno fatto sì che i riminesi lo considerassero, insieme all’Arco d’Augusto, come uno dei due fondamenti dell’identità cittadina. Insieme all’arco compare negli antichi sigilli medioevali e, insieme all’arco, la sua immagine campeggia tutt’ora nello stemma municipale».

Il cosiddetto “sigillo del Duca Orso” (X secolo?)

E ancora: «Dei viaggiatori illustri che hanno scritto di Rimini nessuno ha mancato di parlarne con ammirazione, così come non c’è rappresentazione visiva della città, specie tra quelle a stampa, che non metta in evidenza la sua importanza. Nelle descrizioni illustrate e nella cartografia, sono stati tre, sinteticamente, i modi di rappresentarlo: come campione di architettura e di ingegneria idraulica, come elemento pittoresco e scenografico, e come immagine di sintesi della città».

Ed eccole, queste rappresentazioni. Nell’ordine proposto da Farina, si parte proprio dal grande Andrea Palladio, che nel 1570 scrisse: «Ma conciossiaché di quanti ponti io habbia veduto, mi pare il più bello, & il più degno di consideratione si per la fortezza, come per il suo compartimento, quello che è a Rimino Città della Flaminia, fatto edificare, per quel ch’io credo, da Augusto Cesare…». 

Andrea Palladio, “Il ponte di Rimino” 1570

«Queste parole di Andrea Palladio ben dimostrano come il ponte di Rimini oggi denominato “di Tiberio”, si fosse conquistato già dal Cinquecento un posto d’onore tra le grandi opere della romanità», osserva Farina.

Si passa poi al 1681, quando il Ponte ha bisogno urgente di restauro. Infatti, «il ponte minacciava di crollare a causa dei restauri sommari succedutisi alla distruzione dell’arco avvenuta, secondo gli storici riminesi, nel 552 per mano dei Goti che volevano impedire a Narsete l’ingresso in città. A determinare lo stato di rovina che richiese l’intervento del Martinelli, non fu certo estraneo, comunque, il terremoto che sconvolse Rimini nel 1672. Per sostituire le pietre crollate nel fiume furono utilizzate quelle del ponte romano sull’Uso a San Vito, in stato di abbandono». L’incisione all’acquaforte di M. Angelo Marinario su rilievo e disegno di Agostino Martinelli fu eseguita a Roma a corredo della relazione dei lavori di ripristino del primo arco del ponte verso il Borgo San Giuliano.

Il Ponte di Tiberio nel 1680

Del 1741 è l’incisione all’acquaforte di Antonio Visentini su disegno di Tommaso Temanza, nell’opera dello stesso Temanza “Le antichità di Rimino” stampata a Venezia: «Ci fornisce una veduta dettagliata e nitida e ci rende un ritratto fedele e gioioso della Rimini pontificia».

La veduta del Ponte nel 1741, acquaforte di Antonio Visentini su disegno di Tommaso Temanza

 

Ma sarà il 1748 la data della consacrazione internazionale del Ponte: «E’ in quell’anno, infatti, che il ventiquattrenne Giovan Battista Piranesi pubblica la raccolta di incisioni Antichità romane dei tempi della seconda Repubblica e, tra i ventinove monumenti selezionati per testimoniare i fasti del glorioso passato italico, ricomprende il Ponte di Rimino
fabbricato da Augusto e da Tiberio Imperatori, decretandone così l’ingresso ufficiale nel Gotha internazionale
dell’antiquaria».

Ponte di Rimino fabbricato da Augusto e da Tiberio Imperatori. Incisione all’acquaforte di Giovan Battista Piranesi, da Antichità romane dei tempi della seconda Repubblica, parte seconda, Antichità Romane fuori di Roma, Roma 1748, tav. 16. (Rimini, raccolta privata).

Piranesi infatti è l’imprescindibile “guida illustrata” per i viaggiatori europei del Grand Tour. Le tappe in Italia sono stabilite per sempre dalle sue immagini, sempre caratterizzate dal “gusto della rovina” tanto in voga in quell’epoca che ormai sta per volgere al Romanticismo, in un profluvio di erbe infestanti a “decorare” le nobili macerie, anche laddove la realtà era un po’ meno struggente.

Fra i tantissimi che, taccuino alla mano, seguiranno quelle indicazioni ci sarà infatti anche uno dei più grandi pittori romantici, nonché fra i maggiori paesaggisti di tutti i tempi: Joseph Mallord William Turner (Londra, 23 aprile 1775 – Chelsea, 19 dicembre 1851).

Joseph Mallord William Turner (1775-1851): autoritratto del 1799

 

Il «pittore della luce» oggi è riconosciuto come precursore dell’Impressionismo, nonché colui che elevò una pittura di genere come quella dei paesaggi ai vertici assoluti dell’arte. Innovativo nelle sue opere a olio e impareggiabile negli acquerelli, anche lui, come tutti, preparava i sui lavori riempiendo interi quaderni di disegni, appunti visivi come oggi sarebbe uno scatto con lo smartphone.

Nel 1818 Turner ricevette l’incarico di illustrare The Picturesque Tour of Italy di James Hakewill. Ed eccolo partire per l’agognata Italia. Andando da Venezia a Roma, non può non fermarsi a Rimini, passando inevitabilmente su quel Ponte che del resto già conosce molto bene.

Di Turner scrive ancora Farina, ma in un articolo pubblicato su Romagna Arte & Storia (The magnificent bridge. Il ponte di Tiberio in alcuni sconosciuti disegni inglesi, 2013): «I suoi sette disegni con il Ponte di Rimini rappresentano solo la testimonianza dell’attenzione che hanno saputo suscitare in un celebre pittore inglese e un’autorevole certificazione di appartenenza della città e dei suoi monumenti al novero delle bellezze d’Italia e del Grand Tour».

William Turner aveva ritratto il Ponte di Tiberio ben prima di averlo potuto vedere di persona, già fra il 1796 e il ’97: «L’album degli schizzi di Turner noto come “Wilson Sketchbook” contiene infatti ben 129 disegni tutti derivati, dichiaratamente, dai lavori del maestro ispiratore. Tra questi compare anche una gouache con il ponte di Rimini, ripresa fedelmente dai dipinti o dall’incisione del maestro senza divagazioni e fantasie particolari in un chiaro esercizio di trascrizione».

Joseph Mallord William Turner, Il ponte di Tiberio, circa 1796-1797 (Londra, Tate Gallery,)

Quel maestro per il giovane Turner era il gallese Richard Wilson (1714-1782), pittore celebre e fra i fondatori della Royal Academy nel 1768. Anch’egli era considerato indispensabile cicerone per chi affrontava il Grand Tour. «Di Wilson sono note due raffigurazioni del ponte di Rimini. La più celebre, che lo ritrarre inserito nel panorama dominato dal monte Titano in un clima pastorale tanto caro alle élite inglesi, appare in ben cinque dipinti, in numerose copie di imitatori e in una celebre incisione. Un disegno a matita, invece, lo propone in una prospettiva più ravvicinata che rende ben visibile l’ingresso alla città e la porta San Pietro».

Richard Wilson, Ponte di Tiberio, circa 1775. Matita su carta (Londra, Tate Gallery)

Anche un amico di Turner, Thomas Girtin (1775-1802) si era esercitato sul Ponte di Rimini, dedito come lui a “colorare le incisioni di autori celebri”. Un suo acquerello conservato al British Museum è «chiaramente ispirato alla veduta del Piranesi dal quale mutua in maniera precisa la prospettiva, la veduta della città racchiusa nelle arcate, le barche che navigano il fiume e buona parte dei soggetti che animano la scena, come la colonna di armati e di cariaggi che lo attraversano».

Thomas Girtin, Veduta del ponte di Tiberio di Rimini, circa 1800. Acquerello e china su carta (Londra, British Museum)

Attorno agli stessi anni, nel 1795, a dedicarsi allo stesso soggetto è un altro pittore inglese, John “Warwick” Smith (1749-1831). John Smith, di umilissime origini, divenne famoso come topografo e ottenne l’autorizzazione, da George Greville, II conte di Warwick, a viaggiare in l’Italia fra il 1776 e il 1781. Assunse allora lo pseudonimo di “Warwick” o “Italian”.

John Warwick Smith, Bridge of August, 1795. Acquerello e matita su carta (Londra, British Museum)

E si potrebbe proseguire con moltissimi altri vedutisti, inglesi e non. Ma arrivando a Turner, ci sono «due album di schizzi appuntati nel corso di due viaggi effettuati in Italia tra il 1819 e il 1829″, nei quali “Rimini compare raffigurata ben tredici volte: 2 con panorami della città, 4 con l’Arco di Augusto, 7 con il ponte di Tiberio. Due album, oggi conservati alla Tate Gallery di Londra, che documentano la sua presenza riminese, i luoghi visitati, gli itinerari seguiti, e i soggetti che più hanno attirato la sua attenzione».

Joseph Mallord William Turner, Veduta del ponte di Tiberio da monte a mare, 1819. Matita su carta, mm. 111 x 184. (Londra, Tate Gallery)

«Il primo, – scrive ancora Farina – il “Venice to Ancona Sketchbook”, con 168 schizzi realizzati nel 1819, contiene sette immagini di Rimini: un panorama con la città in distanza, tre dell’arco di Augusto e quattro del ponte. Il secondo, “Rimini to Rome Sketchbook”, con 97 schizzi realizzati tra il 1828 e il 1829, contiene cinque immagini: un panorama con campanili, una dell’arco di Augusto, tre del ponte».

Joseph Mallord William Turner, Veduta del ponte di Tiberio da mare a monte, (1819) e Porta San Pietro e la città visti dal ponte (1828) (Londra, Tate Gallery)

«Il ponte, quindi, è il soggetto riminese più raffigurato e viene ritratto secondo i vecchi e sperimentati schemi: ricompreso nella visione d’insieme della città e delle colline che la circondano, oppure con l’evidenza della sua nobile monumentalità, o in qualche suo particolare, come l’uscita verso porta San Pietro o le sue arcate».

Joseph Mallord William Turner, Veduta della città e del ponte, 1819. Matita su carta (Londra, Tate Gallery)

«Contrariamente alla sua gouache del 1796-1797, i due album di viaggio di Turner riportano soggetti ritratti e appuntati dal vero per trasformarsi eventualmente in acquerelli o oli. Purtroppo, a quanto consta, nessuno dei soggetti riminesi è stato tradotto in dipinti, privando così il pur ricco immaginario della città, dell’interpretazione romantica di un grande artista».

Joseph Mallord William Turner, Veduta della città e del ponte (1819), Veduta della città e del ponte (1828), particola-
re, Veduta del ponte verso monte (1828). Londra, Tate Gallery

«I suoi sette disegni con il Ponte di Rimini rappresentano solo la testimonianza dell’attenzione che hanno saputo suscitare in un celebre pittore inglese e un’autorevole certificazione di appartenenza della città e dei suoi monumenti al novero delle bellezze d’Italia e del Grand Tour», conclude Ferruccio Farina.

Stefano Cicchetti

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