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DA ROMA LADRONA A ROMA FREGNONA

All’indomani di ogni elezione non mancano richiami in stile vagamente bottegaio a ricordarci che gli elettori, al pari dei clienti, “hanno sempre ragione”; o altri, di tono più elevato, ad ammonirci a “rispettare l’esito del voto”. Mi permetterei alcune sommesse obiezioni.
Nel primo caso, vorrei capire quali elettori abbiano ragione: i sostenitori di chi ha vinto, o gli altri che si ritrovano con le pive nel sacco? Riguardo invece al “rispetto”, se quel termine viene impropriamente usato per enfatizzare la “banalità democratica” secondo cui chi perde deve accettarlo senza gridare al golpe, niente da obiettare. Se invece si intende conferire alla parola rispetto il significato che le è proprio, allora che facciamo? Coerenza per coerenza, elargiamo un retrospettivo rispetto anche all’esito del voto che a suo tempo decretò la vittoria di Hitler in Germania e di Mussolini in Italia? O se fra qualche mese la maggioranza degli Americani fosse così stolta da eleggere Presidente degli USA un repellente pallone gonfiato quale Trump, sarebbe obbligatorio rispettare quel voto?
Perché dovrebbe poi manifestare rispetto verso il recente voto referendario in Gran Bretagna chi, nel Regno Unito come nel resto d’Europa, ne patirà le conseguenze? Al massimo potrà astenersi dall’esternare pesanti quanto meritati giudizi sull’intelligenza politica e la sensibilità sociale di quanti hanno votato per la “brexit”. Uno sconto, questo, da non applicare invece alla pusillanimità di David Cameron, ben conciliatasi con la xenofobia para-fascista di Nigel Farage, alleato di Grillo, e la repellente ideologia neo-coloniale di “lord scimpanzè” Boris Johnson. Senza dimenticare l’opportunistico euro-balbettio di Jeremy Corbyn, una specie di Fassina inglese non ridente dalla nascita, divenuto leader dei laburisti per marcare discontinuità con Tony Blair, che al contrario esibiva un eterno sorriso a metà strada fra quello di Berlusconi e la pubblicità di un dentifricio.
Venendo a cose italiane e parlando per me, che rispetto posso avere per quegli elettori della Capitale passati dall’indifferenza – quando non peggio – per “Roma ladrona” al procurato successo di “Roma fregnona” che manda in Campidoglio una “avvoca-lessa” già dello Studio Previti? La quale, prima che ai Romani, dovrà rispondere agli eredi milanesi di un coniatore di teorie pazzoidi, pace all’anima sua.
Il mio “non rispetto” è semplice presa d’atto – a Roma come altrove – della coerenza di gran parte dell’elettorato “5 stelle”, essendo naturale che viri sul partito padronale di Grillo chi fino ieri votava a destra in quanto neo-fascista, o razzista legaiolo, o patito di Berlusconi, o evasore cronico; oppure non andava a votare perché rozzo qualunquista, o teppista da stadio, o squadrista no-Tav. Il “non rispetto” mi si trasforma invece in una modica quantità di sprezzante considerazione verso quanti, pur confluendo anch’essi in quella indifferenziata “discarica elettorale grillina”, vorrebbero far credere ad un atto di coerente continuità con una loro formazione politica e culturale di sinistra.
Qualche settimana fa, al bar, non ho potuto evitare di mettermi a leggere “Il Giornale”, naturalmente dopo una corsa a procurarmi un farmaco anti-vomito nella vicina farmacia ed essermi fatto dare dei guanti di lattice dal barista, perché a maneggiare la prosa di “Nosferatu Sallusti” – così come quella di “Camerier Travaglio” – le precauzioni non sono mai troppe. Di fianco al fondo del direttore, che difendeva la scelta di donare quel giorno ai lettori il “Mein Kampf” di Hitler, vi era la foto di uno sponsor di Grillo che in gioventù, forse abbeverandosi proprio a quel testo, s’era arruolato volontario fra i fascistissimi “repubblichini” di Salò, alleati dei nazisti: Dario Fo, il quale omaggiava la destra milanese di un grazioso assist: «Meglio votare Parisi».
Mi è tornata in mente la vivace contestazione che Fo ricevette a Rimini nei primi anni ’70 durante uno dei suoi soliti spettacoli-tormentone pieni di insulti al PCI, ad opera di Quinto Sirotti, medico amatissimo a Viserba e amico paterno di tanti di noi: un comunista tutt’altro che “ortodosso” o disciplinato, ma che non poteva sopportare “critiche da sinistra” da uno di quelli contro cui, lui partigiano, aveva combattuto durante la Resistenza al fianco di Arrigo Boldrini, il glorioso Comandante Bulow.
Quella volta anch’io rimproverai Quintone per la sua intemperanza. Se fosse ancora fra noi, oggi correrei ad abbracciarlo e a chiedergli scusa.

Nando Piccari

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