HomeLia CeliDa Via col vento a Porta a porta, storia di una tv che dall’emozione passa alla caciara

Su Raiuno cambia tutto tranne che per Bruno Vespa: undicimila giorni in seconda serata


Da Via col vento a Porta a porta, storia di una tv che dall’emozione passa alla caciara


12 Aprile 2026 / Lia Celi

Quando ero ragazzina, non mi perdevo mai una replica di Via col vento, entusiasmandomi ogni volta per l’incredibile bravura e glamour degli attori e delle attrici, Clark Gable, Vivien Leigh, Leslie Howard e Olivia De Havilland, senza dimenticare Hattie McDaniel, che con la sua interpretazione di Mammy divenne la prima persona afroamericana a conquistare un Oscar.

Già all’epoca Via col vento era un “guilty pleasure”, un piacere imbarazzante, se non inconfessabile, perché solo un accanito nostalgico sudista poteva non sentirsi infastidito dai cliché razzisti che infarciscono le tre ore del film. Ma riuscivo, come si dice oggi, a contestualizzarlo. Quel che da anni non riesco più a contestualizzare è la strafamosa colonna sonora di Max Steiner, con l’inconfondibile Tara’s Theme, così solenne e suggestivo. Perché dal 1996 quel motivo è la sigla d’apertura di Porta a porta, l’inamovibile talk show di Bruno Vespa, alias terza Camera del Parlamento.

E se non riesco più a guardare Via col vento, ahimé, non è a causa dello spettro del razzismo, ma di quello di Vespa, che rovina tutta la suggestione. Il suo faccione a pois, con gli anni sempre più sgualcito, si sovrappone a quelli dei personaggi, dall’impavida Rossella allo scanzonato Rhett Butler, dalla dolce Melania a Mammy, e la bianca villa di Tara mi sembra un plastico come quello mitico della villetta di Cogne.

Su Raiuno cambia tutto tranne Porta a porta, e domani è un altro giorno per tutti tranne che per Bruno Vespa, punto fisso del palinsesto della seconda serata (e dell’informazione filogovernativa) da più di undicimila giorni, cui se ne aggiungerà un altro migliaio, visto che il contratto gli è stato rinnovato per altri tre anni.

Praticamente, Vespa se ne andrà in concomitanza con la scadenza del mandato di Donald Trump. Ma non è l’unico punto in comune fra i due arzilli vegliardi. Come l’inquilino della Casa Bianca, anche il dominus di Porta a porta ultimamente ha cominciato a fare il matto, mandando al diavolo l’untuosa compostezza democristiana che l’ha caratterizzato per tanti anni. Non contento di duettare con Giorgia Meloni con toni suadenti come nemmeno Alberto Lupo con Mina in Parole parole, sbrocca senza freni contro gli esponenti dell’opposizione: l’ultimo malcapitato è stato il dem Beppe Provenzano, messo a tacere per aver enunciato l’ovvio, e cioè che Vespa pende un tantinello verso destra. L’anno scorso era toccato alla sua collega di partito Debora Serracchiani, che replicava troppo energicamente a Tommaso Cerno, allora direttore del Tempo. Ma non mancano sbroccate vespiane apolitiche, come quella contro Milo Infante, reo di fargli concorrenza con un quasi contemporaneo talk su Raidue.

Due le ipotesi: che Vespa sia stato colpito dallo stesso delirio di onnipotenza di Trump e si prepari a inviare missili sui detrattori della premier e sulle trasmissioni rivali; oppure che, preoccupato per il calo degli ascolti, ricorra all’espediente più antico del mondo per attirare l’attenzione, la caciara. In un caso o nell’altro, la vecchia sigla è superata, incongrua, e va cambiata. Se proprio vogliamo mantenere l’ambientazione sudista di Via col vento, perché non sostituirla con un altro classico, Giorgia On My Mind?

 

Lia Celi