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Dal Papeete al pon pon: quando si dice uno statista

Sono molte in questi giorni le meritate prese per i fondelli a Trump, che sta dando un miserabile spettacolo di sé al mondo intero.

Ma dubito possa esservene una più esilarante del titolo «L’irrefrenabile testardaggine del patacone», che la geniale “ironia semantica” di Giuliano Bonizzato dedica, domenica sul Carlino, a «quell’omaccione che strilla di aver vinto nonostante la trombatura subita». Aggiungendo che «comportarsi da patacone rappresenta qualcosa di più e di peggio che agire da pataca. Perché quest’ultimo, soprattutto se affettuosamente consigliato dagli amici, (“nu fa e pataca, dai…”) può anche recedere da certi comportamenti, mentre il patacone non sta a sentire proprio nessuno. Neppure la moglie».

Io che non ho la raffinatezza semantica di Gibo, me la cavo dicendo che pur essendo noto quanto Trump fosse cialtrone, non era immaginabile che la sua protervia lo spingesse fino al punto di prendere a calci uno dei capisaldi dell’assetto istituzionale – farraginoso, ma pur sempre democratico – della nazione che aveva avuto la dabbenaggine di far diventare suo presidente quel borioso trombone, sormontato da un parrucchino talmente ridicolo che il ricordo del crine taroccato di Berlusconi suscita al confronto tenerezza.

Ma nonostante il suo spregevole ostruzionismo, oramai per Trump “é cotta”, e così i “trampolieri” di casa nostra cominciano a “fare un bel capanno”, per dirla con due riminesismi d’altri tempi.

Bisogna capirli: con la dipartita del Patacone, d’ora in avanti dovranno accontentarsi di spiriti guida di seconda mano. Si tratti dei criminogeni Lukašėnka e Bolzonaro; del dittatore Erdogan, seguito a ruota da Netanyahu; dei fascistoidi di Visegrad (o visdecaz che dir si voglia): l’ungherese Orban, il polacco Morawiecki e lo sloveno Janša (quello che s’è coperto di ridicolo inviando – unico statista al mondo – immediate congratulazioni a Trump… per la vittoria).

E sì che i “sovranisti” nostrani erano partiti ostentando gran convinzione nella sconfitta finale di Biden. Si andava dal vaticinio – una volta tanto non scurrile – di Sgarbi (la sconfitta di Trump è «cosa che non credo avverrà… è molto vicino alla vittoria»), al colpo di bazooka della comunista pentita Maria Giovanna Maglie («Brogli nelle elezioni americane? Parecchi e vistosi»); dalla giaculatoria elogiativa della cornacchiante “fratella d’Italia” («Dio, Patria, Famiglia nel discorso del presidente Trump»), all’osannante “leccatina” dell’eminente “trumpologo” del Carlino, Cesare De Carlo («Biden è stato il mediocre vicepresidente di un mediocre presidente… per noi italiani è meglio Trump… se rimane alla Casa Bianca la ripresa del dopo Covid sarà impetuosa»).

Ma tutto questo è niente rispetto alla genuflessione di Salvini, con il rosario in mano e sulla faccia un santino di Trump a mo di mascherina: «Fa bene Trump a chiedere la conta dei voti, ci saranno sorprese. C’è qualcosa che non funziona in quei dati… ci sono più voti che votanti, più schede elettorali che cittadini residenti. Trump ha fatto bene non solo per gli Stati Uniti ma anche per l’Italia».

Cosa abbia fatto Trump per l’Italia Salvini non lo dice, ammesso che lo sappia. A parte mettere i dazi sovranisti sui prodotti del Made in Italy, chiederci più soldi per pagare la Nato e proporne meno per le basi americane in Italia, fino a lasciare a noi da soli anche il destino dei poveri Curdi. Già, perchè anche se Salvini non lo sa, laggiù nell’ex Siria abbiamo ancora soldati nostri a supportare chi ha più accanitamente combatutto l’ISIS, i Curdi appunto, inopinatamente mollati dagli USA per dare il via libera al repulisti di Erdogan, lui sì sincero amico della libertà.

Questo suo soccorrere “col cappello in mano” uno dei suoi due padroni, (l’altro è il più generoso Putin) è valso al caporione leghista una citazione del quotidiano britannico The Independent: «La cheerleader italiana di Trump diffonde teorie cospirazioniste prive di fondamento sul voto americano».

Cheerleader è il termine con cui vengono chiamate in Inghilterra le “ragazze pon pon”.

Post Sciptum

Tosi senza sorriso Spinelli senza fascia Cipriani senza cena

Quelle malelingue del PD riccionese stanno sparlando del loro Signor Sindaco Renata Tosi – è lei che ci tiene ad essere chiamata al maschile – solo perché qualche volta s’è fatta “beccare” senza la regolamentare mascherina.

Ma un po’ di comprensione, che diamine! Ci vuol molto a capirne la ragione?

Lo sanno pure che uno dei punti qualificanti del suo programma elettorale è l’impegno a farsi fotografare sempre in posa sorridente, affinché la sua immagine sulla stampa infonda nei riccionesi fiducia e ottimismo. E come potrebbe mai farlo, con la mascherina a coprire la sua splendida dentatura?

Va però detto che qualche giorno fa è incredibilmente comparsa una foto di lei non sorridente, che essendo l’unica i collezionisti se la stanno contendendo.

Tosi senza sorriso

Quasi in contemporanea, un giornale locale ci ha fatto un’altra inaspettata sorpresa: la foto del Sindaco di Coriano Domenica Spinelli (anche lei ci tiene a non seguire la moda femminista di chiamarsi sindaca) che, per la prima volta a memoria d’uomo, è ritratta senza l’ornamentale fascia tricolore a tracolla. A Coriano si è aperto un gran dibattito per capirne la ragione.

Spinelli senza fascia

Chi invece è apparsa, sempre in quei giorni sul Carlino, sorridente e con la fascia indosso è l’ex Sindaca di Montefiore, Wally Cipriani, divenuta negli anni una delle bandiere della Lega, dopo aver girato le spalle al suo mentore Berselli..

Ma quell’apparizione così festosa era in netto contrasto con il contenuto dell’intervista sottostante, in cui Wally esternava delusione e “incazzatura” contro i due parlamentari leghisti Morrone e Raffaelli, che non avevano ritenuto di “portarsela dietro” ad una cena istituzionale con il suo successore, l’ottimo Sindaco non leghista di Montefiore Filippo Sica.

Cipriani senza cena

«La Lega mi ha snobbato… sono sconcertata, nessuno mi ha avvertito», è stato il suo lamento.

Al quale i due parlamentari, con un giro di parole, hanno risposto che casomai sarebbe dovuto essere il sindaco ad invitarla.

E qui non è mancata la battuta maligna di qualche montefiorese: “A mandare di traverso la cena a Sica bastavano quei due leghisti”.

Nando Piccari

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