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Dal salva-spiagge al tronca-spiagge

Avevo ampiamente anticipato con diverse argomentazioni, attinte anche da chi tale materia la insegna nelle Università e pubblica articoli nelle riviste giuridiche specializzate, come la Sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea – Sezione V, Sentenza 14 Luglio 2016 (“Vietate le proroghe automatiche delle concessioni senza una procedura di selezione tra i potenziali candidati“ ) avrebbe avuto un impatto importante nell’ordinamento giuridico italiano, con buona pace di quei politici, più o meno recidivi, che non solo continuano imperterriti ad illudere i balneari con la promessa di una imminente “legge delega di riordino della materia “ , ma che nonostante ed al di fuori dei proclami da comizianti, hanno approvato un’insignificante “norma salva spiagge” compiendo anche un madornale errore in termini di ambito di (a loro dire) efficacia della disposizione stessa, come ben rilevato dalla rivista Mondo Balneare in una interessante pubblicazione di ieri dal significativo titolo «Legge salva-spiagge, il clamoroso errore: concessioni a rischio gara».

Ma gli aspetti sono molteplici ed hanno anche attinenza con il progetto del Parco del Mare: vediamoli.

Come sappiamo, tale pronuncia ha “certificato“ la non conformità all’ordinamento della U.E. delle proroghe concesse sino al 2020, previste con la L. 221/2012, alle concessioni demaniali marittime a scopo turistico ricreativo; di conseguenza gli organi giudiziari (e non solo quelli perché la prescrizione è in capo a tutti gli organi anche amministrativi) sono obbligati a “disapplicare” il diritto interno contrastante con i dettami di tale sentenza.

Il “Decreto Enti Locali” ha recepito nell’Agosto scorso tale fondato “timore” («Il rischio, dopo la sentenza, era che alcuni amministratori o giudici troppo zelanti revocassero i titoli concessori, o che alcuni imprenditori aggressivi facessero domanda per ottenere le concessioni altrui, basandosi sull’invalidità della proroga al 2020 che le rendeva scadute nel 2015». Fonte: MondoBalneare.com) ed ha approvato “il pastrocchio” salva spiagge, peraltro totalmente sconsigliato anche dai quei giuristi che coadiuvano il Governo nella trattativa con Commissione U.E. («,,,evitiamo che il Parlamento nullifichi accordi e trattative con l’Europa con interventi normativi contrari al diritto europeo…che avrebbero durata effimera e potrebbero essere fatti cadere con un ricorso avanti a qualsiasi giudice nazionale …»). Il quale decreto non solo non salva nulla ed è totalmente inconsistente, ma che risulta pure errato in quanto si scopre che si riferisce alle «concessioni in essere alla data di entrata in vigore del presente decreto e in scadenza entro il 31 dicembre 2015». Escludendo dunque i titoli che, per motivi storici o amministrativi, hanno una scadenza successiva, sempre leggendo MondoBalneare.com.

Non c’è che dire. Un capolavoro di tempismo e saggezza, tanto che nella recente riunione con il Ministro Costa, le associazioni dei balneari ne hanno chiesto la modifica con la prossima legge di stabilità. Risulterà l’ennesimo emendamento di nessuna utilità e foriero di inevitabili nuove incertezze.

Intanto, con buona pace di coloro che ritenevano le mie preoccupazioni dello scorso Luglio “insensate”, anche le Procure, e non potrebbe essere diversamente, disapplicano il diritto nazionale in contrasto con quello europeo:«Il pm Walter Cotugno, titolare dell’inchiesta sulla frana di Arenzano che lo scorso 19 marzo ha tagliato in due la Liguria, ha respinto la richiesta di dissequestro delle aree demaniali situate a sud della strada Aurelia. Qui insistono tre concessionari balneari, ma il magistrato non ha tolto i sigilli appellandosi alla direttiva Bolkestein. “Non saprei a chi dover riconsegnare le aree: se al Comune, al Demanio o a quale altro soggetto», avrebbe detto il pm agli avvocati di uno dei tre concessionari che ha chiesto il dissequestro”, come riporta La Repubblica» MondoBalneare.com.

Appurata la contrarietà delle proroghe al diritto U.E., un altro fondamentale e consequenziale problema si pone all’attenzione, non solo degli organi giudiziari, ma soprattutto delle autorità amministrative, Enti locali, Agenzia del Demanio, Guardia Costiera, in ordine alla cessazione di efficacia delle dette concessioni. Parliamo di tutte quelle strutture presenti ad oggi sull’arenile (in particolare i chioschi bar) e definite “opere di difficile rimozione”. L’ art. 49 del Codice della Navigazione prevede che«Salvo che sia diversamente stabilito nell’atto di concessione, quando venga a cessare la concessione, le opere non amovibili, costruite sulla zona demaniale, restano acquisite allo Stato, senza alcun compenso o rimborso, salva la facoltà dell’ autorità concedente di ordinarne la demolizione con la restituzione del bene demaniale nel pristino stato».

La questione sembrava, fino al 14 Luglio scorso, “in sonno”, viste le continue proroghe (ultima quella al 2020), che per i più avrebbero congelato l’efficacia di tale norma (la concessione “non si riteneva cessata” come invece richiesto dall’art. 49).

Ora ci ha pensato l’Unione Europea a svegliarci dal “torpore”, in quanto con l’incompatibilità della proroga al 2020 propone in tutta la sua delicatezza la questione degli incameramenti di tali beni al Demanio marittimo. E l’Agenzia del Demanio (a cui competono le questioni dominicali inerenti ai beni demaniali) dovrà esprimersi in modo chiaro e conforme al diritto comunitario senza che tale materia sia delegata, nell’inerzia, in toto ai Tribunali amministrativi e/o ordinari.

Ed a proposito di questi, su Rimini pende proprio un precedente importante che potrebbe avere riflessi anche sulle dinamiche del Parco del Mare. Con sentenza n. 664 del 2012 (appellata al Consiglio di Stato n. 4153/2913) il TAR Emilia-Romagna, rigettando un ricorso proposto dai concessionari di un chiosco bar a Rivazzurra, in sostanza ha confermato la legittimità di«un verbale di accertamento della apposita commissione convocata dalla Capitaneria di Porto di Rimini ai sensi dell’ art. 49 del C.D.N. recante l’accertamento della inamovibilità di un manufatto in muratura, adibito a Chiosco Bar, considerandolo di “difficile rimozione” e comportante come conseguenza la sussistenza degli elementi di fatto per ritenere maturato l’incameramento del bene al demanio marittimo statale. La pronuncia ha come antecedente logico il presupposto che la concessione fosse scaduta nel dicembre del 1997».

Viene spontaneo comparare tale precedente con la situazione attuale venutasi a creare dopo il “rivoluzionario” 14 Luglio 2016, che di fatto dichiara inefficace la proroga al 2020. Nella riorganizzazione dell’arenile (ricordiamo che siamo sul Demanio Marittimo quindi in casa di “altri”) che dal punto di vista urbanistico risulterà collaterale (perché allo stato della legislazione attuale non sono possibili, come già chiarito in altro articolo, commistioni giuridicamente insensate tra concessioni demaniali e futuri diritti di superficie) alle valutazioni che l’atto di indirizzo del “Parco del Mare “ propone ai potenziali interessati – diritti concessi non sull’arenile ma su suolo comunale, è bene ricordarlo – , necessariamente si dovrà anche considerare questo aspetto, alla luce nelle future pubbliche evidenze. Aspetto che si inserirà a pieno titolo nel marasma della confusione colpevolmente creata dalla politica, pregna di promesse (per lo più mancate e quelle poche mantenute, anche sbagliate), ma povera di competenze.

E sembrerebbe che anche a livello governativo il pensiero del Ministro Costa e della parte politica che egli rappresenta non sia totalmente in sintonia con il pensiero del Sottosegretario Gozi, stanco di essere il sacco delle botte ogni volta che si presenta a Bruxelles.

Roberto Biagini

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