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Daniele Salvatore e Giovanni Allevi, quando l’allievo supera il maestro

Qualche giorno fa, Chiamamicitta.it ha intervistato Giovanni Allevi, in vista del suo concerto del 29 dicembre a Riccione, e in quell’occasione il Maestro marchigiano ha ricordato una figura, che ha definito importante nella sua vita, ovvero il riminese Daniele Salvatore, uno dei suoi vecchi maestri. Salvatore (61 anni), ha letto e condiviso l’intervista del suo ex allievo sui social e così gli abbiamo fatto qualche domanda su di lui, la sua carriera di insegnante, musicista e, soprattutto, sul suo illustre allievo.

Daniele Salvatore al flauto

Che cosa significa suonare per Daniele Salvatore?

«Suonare è stato, ad esempio, il modo per conoscere mio nonno, che è stato un grande trombettista, ma che morì prima che io nascessi. Da lui forse vengono i geni e la grande passione. Suonare, per me, ha voluto dire scoprire progressivamente il mondo in cui vivo e la mia storia. Ho suonato professionalmente il flauto traverso, ma un po’ alla volta sono diventato uno specialista della musica antica, mi sono dedicato in particolare al flauto dolce e al traversiere barocco. Inoltre, ho studiato e insegnato composizione e compongo, anche se un po’ meno negli ultimi anni proprio per il crescente impegno nell’altro settore. Attraversare stili ed epoche mi ha permesso un approccio al mondo e alla storia diverso, artistico appunto. Suonare è chiaro, non è un lavoro come gli altri, nel senso che non si costruiscono cose e non si salvano vite e in più ci si diverte. Ergo: della musica se ne può fare a meno. Ma con la musica e con l’arte si costruiscono persone e si salvano anime. E gli si regala momenti di felicità».

Che vuol dire essere Maestro nell’ambito musicale?

«Coinvolgere altri nella tua passione. Maestro è colui che crea un legame spirituale con il suo allievo, in un interscambio e non in un senso unico. Le nozioni sono importanti, ma quelle le trovi in fondo anche sui libri. La passione invece la puoi trasmettere agli altri, la puoi fare crescere e la puoi, anzi, la devi accendere negli altri. Ho avuto tanti allievi che sono venuti da me solo per prendere un titolo e che, era palese, reputavano inutile tutto ciò che non servisse a quello scopo. Questi sono sempre, purtroppo, gli allievi peggiori, perché è evidente che il “protocollo burocratico” in loro prevale sulla passione che è ricerca, scoperta, curiosità per ciò che non si conosce. E un “artista burocrate” è uno da cui scappare il prima possibile».

Secondo lei, Maestro si nasce o si diventa? 

«Si diventa se ci sei nato. La mie due prime allieve in assoluto sono diventate due ottime musiciste e colleghe. Io, allora, ero un pessimo flautista dolce, ma come maestro sono riuscito probabilmente a trasmettere loro la passione che coltivavo e che le ha fatte andare avanti e dedicare alla musica e al flauto dolce. Però, l’esperienza te la devi fare nel tempo. Esperti non si nasce».

A proposito di maestri e insegnanti, lei è stato quello di Giovanni Allevi, e in una nostra recente intervista l’ha ricordata  con tanto affatto. Lei che ricordo ha di Allevi?

«Allevi l’ho avuto come allievo al Conservatorio di Fermo, quando insegnavo composizione. Di Giovanni ho un ottimo ricordo, perché gli allievi migliori non si dimenticano e lui sicuramente è stato uno dei miei migliori».

Che cosa aveva e ha in più degli altri?

«Allevi aveva un talento innato, l’istinto micidiale, una spontaneità a volte imbarazzante e una passione incontenibile. In più era uno che studiava sul serio, non raccontava barzellette, come tanti suoi detrattori amano far credere. All’inizio degli anni novanta, lo invitai a fare un concerto per una piccola rassegna che organizzavo al chiostro della biblioteca di Rimini e lui propose un repertorio concertistico di grande difficoltà oltre a cose sue o di altri musicisti non classici, non ricordo bene. Avrebbe potuto tranquillamente fare il pianista classico, ma quella grande creatività che lo contraddistingueva in lui si è sposata perfettamente col suo essere pianista ed è diventato Giovanni Allevi. Piaccia o non piaccia la sua musica, perché può anche non piacere, lui di quello campa. È come dire che lui è riuscito a fare davvero quello per cui si è speso».

Al momento, ci sono giovani musicisti, anche riminesi, che possono ambire, almeno, ai traguardi raggiunti dal suo pupillo?

«Giovani bravi ne esistono ovunque. Pensare di ricalcare una carriera come quella di Allevi la vedo più dura, perché lì non basta il talento ma ci vogliono anche capacità imprenditoriali, nel senso di sapersi conquistare giorno dopo giorno gli spazi e la credibilità e di andare a cercarli ovunque, non solo nell’ambito del proprio quartiere. Se è necessario bisogna partire e andare lontano, come ha fatto Allevi. Se senti di avere talento non devi accontentarti della prima occasione, ma devi continuare a cercare, perché l’arte è ricerca. Se sei il più bravo nella tua “scuoletta” di musica devi aspirare a diventare il più bravo della tua città. E se lo diventi dovrai cercare di diventare il più bravo della tua regione e poi d’Italia, perché solo allora comincerai a confrontarti con un mare di gente che ha altrettanto talento e comincerai a vedere le cose nella prospettiva giusta. Suonare è ambire sempre a qualcosa di più importante, di più complesso, di più remunerativo».
Oggi insegna ancora?

«Certamente, con più passione ed energia di una volta nonostante qualche acciacco. Insegno, al Conservatorio di Bologna, flauto dolce e traversiere barocco, dove tengo anche corsi di Contrappunto storico e Musica d’insieme per strumenti antichi».
Quali sono i suoi prossimi obiettivi?

«Negli ultimi cinque anni, ho partecipato a una decina di incisioni discografiche con alcuni dei lavori più impegnativi in uscita, che potrebbero vedere la luce, mi auguro, nel 2019. Ho ancora molti progetti su questo versante. Inoltre, negli ultimi cinque anni ho lavorato a due libri: una traduzione di un manoscritto francese sul flauto dolce di fine ‘600 e un testo di storia del repertorio flautistico del ‘500/600. Il progetto, che non ho ancora realizzato, ma al quale sto pensando da un po’ di tempo, è quello di pubblicare uno o più CD delle mie composizioni, dove, mi piacerebbe trovassero posto anche alcune mie storiche registrazioni “live” fatte col flauto traverso moderno».

Nicola Luccarelli

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